L’ingiustizia sociale al tempo del Coronavirus

All’ospedale San Raffaele, importante ospedale della cintura milanese, l’Azienda aveva annunciato la volontà di non rinnovare il ccnl attualmente applicato (CCNL Sanità pubblica compatibilizzato con la natura privatistica dell’ospedale) e, conseguentemente, dal 1° aprile 2020 applicare un Contratto della sanità privata (AIOP) notevolmente peggiorativo sia in tema di retribuzione che in tema di diritti.

USI-Sanità insieme alle altre OO.SS. presenti all’interno dell’ospedale e alla RSU aveva proclamato lo sciopero per il giorno 27 febbraio e, al contempo, preventivando altre due giornate di sciopero da tenersi nel mese di marzo, oltre ad altre iniziative. Il 24 febbraio, considerata l’emergenza che non era ancora esplosa in maniera palese, ma anche su un ventilato caso di Coronavirus all’interno dell’ospedale (poi risultato non positivo), immaginando come sarebbe evoluta la situazione, entro pochi giorni decide di sospendere lo sciopero, ne dà comunicazioni e, contestualmente, chiede alla direzione dell’ospedale analogo atto di responsabilità. Richiesta al 15 marzo (ovvero la data della redazione di queste righe) rimasta senza risposta. Poche ore dopo, la commissione di garanzia per l’esercizio del diritto di sciopero ha diramato una nota con la quale si impedivano gli scioperi fino a tutto il 31 marzo.

In questi giorni è stato fatto quanto possibile per informare i lavoratori, stante l’impossibilità dell’azione sindacale, dovuta non solo al divieto della commissione di garanzia ma al fatto che l’ospedale, ovvero i lavoratori, sono impegnati a fronteggiare l’emergenza. Infatti sono stati realizzati reparti per pazienti affetti da Covid 19, altri sono in via di riconversione in tal senso, numerosi posti letto in terapia intensiva sono stati destinati ai pazienti affetti da Covid 19, quotidianamente i problemi sono dettati dai continui aggiornamenti delle procedure (legate anche al succedersi di normative regionali o ministeriali), raccogliere le segnalazioni dei colleghi in merito a carenze di dispositivi di protezione o deficit nelle procedure o comunque situazioni che espongono i lavoratori a rischi infettivi.

Usi-sanità, insieme alle altre oo.ss. e alla RSU, coerentemente con l’impegno professionale dei lavoratori della sanità ha rimandato la propria lotta e, allo stato attuale, l’azienda con una condotta assolutamente inqualificabile ha dato mostra di voler approfittare dell’emergenza sanitaria per portarsi a casa un risultato senza che i lavoratori abbiano avuto modo di mettere in atto il conflitto. Ricordiamo che la decisione di sospendere lo sciopero e le iniziative già programmate è stata assunta la mattina del giorno 24, la circolare della commissione di garanzia che impone lo stop è arrivata qualche ora dopo: lavorare in sanità comporta avere un’etica che non è requisito necessario a possederlo.

Lo stesso avviene all’Istituto della Sacra Famiglia, struttura ospedaliera, dove c’è una forte presenza di USI Sanità, con sede centrale a Cesano Boscone (Milano) dove è stato imposto in modo unilaterale e arbitrario dall’Azienda ai 900 dipendenti assunti con il Contratto Aris il passaggio al Contratto notevolmente peggiorativo dell’Uneba, dove l’Azienda aveva già collocato circa 600 dipendenti assunti dopo il 2008.

Le lavoratrici e lavoratori hanno già fatto uno sciopero riuscito, promosso dalla RSU e dalle organizzazioni sindacali presenti, nella giornata del 14 gennaio, con manifestazione di protesta sotto il Palazzo della Curia milanese, in piazza Fontana, in quanto principale azionista dell’Istituto.

Mentre la Direzione Aziendale continua a mantenere le sue posizioni di attacco dei diritti dei suoi dipendenti, questi non hanno alcuna possibilità di reagire per i noti decreti governativi già citati.

L’unica possibilità al momento è stata quella di affidarsi, da parte di USI Sanità, in collaborazione con Cobas Sanità, ad un ricorso per vie legali, dove alcuni dei suoi iscritti hanno promosso una causa pilota contro l’illegittimità del passaggio ad un contratto peggiorativo.

Sulla situazione attuale all’interno è da segnalare che nel distaccamento aziendale di Lecco, dove si sono verificati due casi di dipendenti positivi al Covid 19 è stata attuata la quarantena per i colleghi, mentre nella sede di Cesano Boscone alcuni reparti sono stati messi in cassa integrazione e con alcuni dipendenti sono state utilizzate le ferie. I rappresentanti USI all’interno, pur con grandi difficoltà, cercano di imporre il rispetto delle regole dei decreti a salvaguardia della salute dei lavoratori.
Quello che vogliamo denunciare come Unione Sindacale Italiana è che mentre il governo impedisce in questo momento ogni forma di rivendicazione da parte dei lavoratori non fa assolutamente niente per impedire al padronato l’abuso nella riduzione dei diritti, spesso complici le stesse leggi ambigue, varate dai vari governi, che lo permettono.

USI – CIT

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Dal 24 febbraio scuole e asili sono chiusi per l’emergenza Covid-19. Chi è dipendente pubblico, ha avuto giustamente tutto pagato senza tanti dubbi e problemi, non avendo responsabilità per la chiusura, per chi invece lavora nelle scuole ma è dipendente di cooperativa si è aperto un periodo di incertezza e mobilitazione. Il nostro problema interessa tutti: siamo le maestre e le ausiliarie dei vostri figli negli asili, gli educatori che seguono ragazzi con varie problematicità.

Ci sono contratti che prevedono coperture in caso di eventi eccezionali, il nostro (pessimo) firmato dai sindacati confederali dopo quasi 8 anni di rinvio, no. Il nostro contratto invece sancisce che si lavori per un salario basso e che si è sempre più precari e con pochi diritti: se li reclamiamo, siamo “soci”, se invece vogliamo farci sentire nelle “nostre” coop, siamo lavoratori che disturbano. In compenso il nostro CCNL prevede, ad esempio, la legittimità di contratti individuali inferiori a 10 ore o le notti “passive”: stiamo sul lavoro ma non veniamo pagati. I nostri stipendi variano dai 700 ai 1200 euro mensili e non coprono tutto l’anno: d’estate spesso siamo a casa, senza stipendio.

Le cooperative a Parma, nonostante sempre più di noi aderiscano a sindacati di base, ci negano perfino la rappresentanza sindacale: il diritto di contrattazione, nonostante sia previsto seppure sempre più limitato da chi non vuole voci fuori dal coro, ci è costantemente rifiutato perché il legame sindacati confederali-centrali cooperative-cooperative è saldo e immutato.

Gli enti pubblici non possono lavarsene le mani: noi siamo lavoratori che qui abitiamo, lavoriamo, paghiamo le tasse, viviamo. Noi siamo parte della nostra città. Le amministrazioni comunali sono gli enti garanti di questa situazione, che hanno creato per motivi funzionali (“la responsabilità è di altri!”), ideologici risultati fallaci (“il privato è bello!”) e soprattutto economici (“costiamo meno a parità di funzioni”). I Comuni restano però responsabili e garanti di questi servizi, e sono coinvolti.

Noi riconosciamo perfettamente che questa è un’emergenza imprevista e grave, e non mettiamo neppure in dubbio la volontà di tutti per affrontarla nel modo migliore. Però da questo si deve partire: salario pieno a tutti/e!

Chiediamo:

  • Partecipazione ad un tavolo di trattativa con tutti i soggetti coinvolti

  • Salario pieno: le coop devono garantirci il nostro stipendio, nel caso attivando adeguati strumenti di sostegno al reddito, con la certezza in ogni caso di non intaccare ferie e banca-ore dei lavoratori

  • Anticipo immediato di questo strumento da parte delle coop

  • Integrazione della differenza mancante tra ammortizzatori sociali e salario pieno reale. Se il periodo è eccezionale, lo devono essere pure le misure per affrontarlo: chi oggi guadagna poco non deve perderci ulteriormente.

Se difendiamo i nostri diritti siamo tacciati di estremismo, di pretestuosità, di irragionevolezza: forse l’estremismo, la pretestuosità e l’irragionevolezza sono di chi nega libera rappresentanza sindacale, di chi ci ha portato alla svendita dei diritti, alla distruzione sociale e ambientale del mondo in cui viviamo, allo sfruttamento e alla diseguaglianza sociale come dogma di riferimento. Qualcuno ci dimostri che ciò che chiediamo è ingiusto.

I DIRITTI SI DIFENDONO, SEMPRE. SALARIO PIENO SUBITO!

USI-CIT Parma

USI/Educazione