Capitalismo e forza lavoro

Ha fatto un discreto scalpore la storia legata alla Fincantieri di Porto Marghera ed alle sue aziende subappaltatrici sugli episodi di estremo sfruttamento riguardanti i lavoratori di diciannove imprese bengalesi: la cosa ha colpito non tanto, purtroppo, per la questione dello sfruttamento in sé – che pare oramai una cosa “normale” – ma per il fatto che, per poter sostenere turni massacranti (dalle dodici alle sedici ore di lavoro continuate pagate una miseria) le aziende in questione sono accusate di aver favorito la distribuzione agli operai di una particolare metanfetamina. Questa, tra l’altro, era la stessa utilizzata durante la seconda guerra mondiale dai soldati del terzo Reich per sostenere la lunga fatica delle battaglie, indifferenti ai danni cerebrali che essa crea come “danni collaterali”, danni che si evidenziavano esteriormente in forme ansiogene e depressive, nonché con un aumento del tasso di suicidi tra le truppe. Non a caso, questo tipo di metanfetamina (detta Yaba) viene soprannominata la “droga di Hitler”.

Nella fattispecie sono stati accusati di sfruttamento della manodopera e corruzione trentaquattro tra dirigenti Fincantieri (dodici) e dirigenti delle aziende subappaltatrici. La prima accusa è legata al fatto che avrebbero inventato situazioni di comodo per aumentare il monte ore previsto, la seconda, collegata alla prima, è legata ad un accordo tra Fincantieri ed imprese bengalesi per la gestione fraudolenta dei tempi di lavorazione. In pratica, per esemplificare, secondo le norme, se i tempi di lavoro, mettiamo, fossero stati di tre mesi, i livelli di sfruttamento della aziende subappaltatrici permettevano di fatto di ridurre i tempi: la differenza sulla fatturazione sarebbe stata intascata da Fincantieri – una sorta di “mazzetta” mascherata con il sistema descritto. Il meccanismo sarebbe stato legato anche al sistema della “paga globale”, tipico dei subappalti: si paga il lavoro e la sua tempistica e questo fa sì che spesso le aziende in subappalto aumentino i carichi di lavoro e diminuiscano i salari per restare dentro i termini contrattuali sottoscritti.[1]

Tra l’altro, in tempi in cui si parla della “nazionalizzazione” delle imprese come una sorta di panacea di tutti i mali, come provvedimento salvifico per i lavoratori, occorre sottolineare che stiamo parlando di una azienda, Fincantieri, pressoché interamente pubblica: infatti, per il 71,6% essa è di proprietà della Fintecna S.p.a che è una finanziaria del Ministero dell’Economia e della Finanze e quindi di fatto interamente pubblica dal punto di vista gestione economica ed organizzativa. Tutto ciò a dimostrazione, ancora una volta e se ce ne fosse bisogno, che la natura del capitalismo non cambia se il padrone è il governo piuttosto che un privato.

Ovviamente, nella logica della salvaguardia dei posti di lavoro in determinati contesti, è comprensibile che gli operai cerchino qualunque soluzione per mantenere quel minimo reddito che consente la sopravvivenza loro e delle loro famiglie. Occorre però tenere conto che è una soluzione che non è strutturalmente diversa dal subentro di un nuovo padrone privato dal punto di vista delle condizioni di lavoro e del mantenimento dei livelli occupazionali. Quello che conta è che i lavoratori siano coscienti di ciò e siano pronti alla lotta anticapitalistica, contro lo sfruttamento, qualsiasi sia il padrone di turno. La cosa è poi ancora più importante perché non siamo oggi affatto in presenza dei governi socialdemocratici dei “trent’anni gloriosi” bensì a governi le cui componenti sono tutte ideologicamente schierate a favore del neoliberismo più sfrenato. Non a caso le rimanenti aziende pubbliche sono state tutte da tempo e legislativamente trasformate in Società per Azioni, il cui scopo è il profitto azionario e non l’“interesse nazionale” nel senso in cui lo si intendeva all’epoca delle politiche di “stato sociale”.

A questo punto, data la retorica neoliberista non ancora sopita del “nuovo che avanza”, forse è il caso di fare una marcia indietro nel passato per ricostruire il rapporto tra capitalismo industriale e diffusione delle sostanze psicotrope presso la classe lavoratrice. All’inizio della rivoluzione industriale è noto che le condizioni di lavoro erano tremende, paraschiavistiche: dodici/sedici ore di lavoro, paga minimale e giornaliera, nessuna protezione di alcun genere. Il fatto che all’inizio venisse utilizzata forza lavoro minorile (bambini e soprattutto bambine) veniva giustificata ideologicamente con il fatto che questi, con le loro piccole mani, avessero maggiori capacità di gestione dei nuovi macchinari – una bugia che nascondeva il semplice fatto che bambini e bambine avevano minori capacità di ribellione rispetto agli adulti.

In ogni caso, a scanso di equivoci, all’inizio della rivoluzione industriale gli imprenditori distribuivano grosse quantità di superalcolici ai lavoratori e la cosa proseguì ancor più quando, dopo lunghe lotte, furono costretti ad assumere quantità sempre crescenti di lavoratori adulti. L’obiettivo era quello di istupidire la forza lavoro e la fortissima propaganda antialcolica del movimento operaio e socialista durata fino alla prima metà del novecento, si spiega in questa logica. Addirittura ci sono stati movimenti di massa di sinistra legati alla diffusione della birra, per cercare di disaffezionare gli operai dall’uso ed abuso di superalcolici indirizzandoli verso una bevanda molto meno alcolica – una sorta di “politica di riduzione del danno”.[2]

L’alcool però – tornando al punto di vista imprenditoriale – aveva anche notevoli effetti controproducenti sui livelli di produzione, dato il gran numero di ritardi ed incidenti provocati dallo stato di ebbrezza alcolica dei lavoratori, per cui ad un certo punto si giunse a proibirne l’uso durante la produzione ed a favorirne l’uso all’esterno. Sarebbe servita una sostanza psicotropa che avesse la doppia funzione di istupidire la classe lavoratrice ed al contempo non interferire o addirittura aumentare le prestazioni lavorative, una sostanza che però nell’Ottocento non esisteva.

Arriviamo così alle guerre mondiali, dove la ricerca e gli enormi sviluppi tecnologici non avvennero nel solo campo degli armamenti: fu indirizzata, infatti, verso la ricerca “farmacologica” di una simile sostanza per la “produttività” dei soldati. Dopo le prime sperimentazioni avvenute durante la prima guerra mondiale, dove però il tradizionale alcool la faceva ancora da padrone, la scoperta delle anfetamine e derivati furono largamente utilizzate durante la seconda: è famoso l’uso di queste da parte dell’esercito nazista, in realtà però furono tutti gli eserciti in guerra a farne un uso massiccio.

La cosa continuò durante il periodo della guerra fredda (basta vedere il fatto che in quel periodo il 15% dei partecipanti ai programmi statunitensi di recupero dalla tossicodipendenza erano militari) ed è giunta fino ai giorni nostri, con le guerre attuali. Nota sopratutto è la pratica dei mercenari dell’ISIS della “droga del combattente” ma, anche se meno nota in altri casi, la pratica è universalmente diffusa in qualunque genere di esercito combattente, legale o illegale.[3]

Il capitalismo, da sempre, non solo fagocita ai suoi scopi le invenzioni tecnologiche dell’umanità ma le indirizza. Ad esempio, spesso si confonde capitalismo ed industrializzazione: in realtà, come da sempre ha fatto notare il movimento operaio e socialista, in sé e per sé le macchine industriali, magari ripensate per il minimo impatto ambientale, potrebbero servire a diminuire la fatica umana della grande maggioranza dell’umanità e non al profitto di una ristretta minoranza. Esistono poi invenzioni – vere e proprie perversioni dell’ingegno umano – che hanno lo scopo diretto e pressoché esclusivo di garantire il controllo sociale delle masse a scapito della loro salute fisica e mentale – come le droghe di guerra di cui abbiamo appena parlato.

Episodi come quello della Fincantieri portano alla luce il fatto che il capitalismo si è appropriato – e da tempo – delle invenzioni “farmacologiche” allo scopo di istupidire le masse lavoratrici ed allo stesso tempo migliorare le capacità produttive della forza lavoro. Una storia che va avanti da tempo come abbiamo visto: il “nuovo che avanza” della propaganda ideologica “neo”liberista nasconde, come al solito, un “vecchio che ritorna”: è urgente che la questione dell’uso delle sostanze psicotrope nella forza lavoro ritorni all’attenzione dei movimenti rivolti al superamento dell’infame stato di cose presenti.l

Flavio Figliuolo

Enrico Voccia

NOTE

[1] https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/11/10/marghera-la-droga-di-hitler-per-sostenere-i-turni-massacranti-cosi-i-lavoratori-a-6-euro-allora-non-perdono-il-posto/5556427/

[2] https://jacobinitalia.it/una-storia-di-alcol-e-lotta-di-classe/

[3] Vedi ad esempio DE PASQUALE, Alessandro, Guerra e Droga, Roma, Castelvecchi, 2017.