25 novembre: Né stato né patriarcato!

La Federazione Anarchica Italiana sostiene le iniziative di lotta che si terranno attorno alla data del 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne e contro la violenza di genere.

Anarchiche e anarchici saranno presenti nelle varie manifestazioni non istituzionali organizzate nei territori e alla manifestazione di Roma organizzata da Non una di meno.

Il dilagare della violenza contro le donne e contro le soggettività che sfuggono ad una visione eteronormata è messa in evidenza non solo nei tragici casi di violenza agita, ma nella quotidianità che viviamo, rivelando il carattere sistemico di una violenza che è legata alla matrice sessista e, ancor prima, patriarcale della società. Patriarcato come gerarchia e suprematismo maschile che legittima il possesso, il potere di disporre del corpo della donna secondo la logica del dominio sessuale ancor prima di tutte le altre forme di sfruttamento, che legittima, autorizza e incoraggia la cultura dello stupro tipica della nostra società e delle istituzioni che ne sono l’impalcatura.

Inutile invocare una soluzione istituzionale alla questione della violenza, dal momento che le istituzioni incarnano violenza. Lo Stato, la chiesa, la giustizia, l’apparato militare mostrano come le istituzioni affermino la legittimità della violenza in generale e di quella sessista in particolare.

Impossibile delegare processi di liberazione ad uno stato che impone controllo e repressione sulla vita collettiva e su quella delle donne in particolare, che impone politiche securitarie e controllo poliziesco del territorio, chiusura di spazi di aggregazione e di autogestione, povertà, diseguaglianze, guerra; uno Stato che continua a sfornare misure a sostegno di quella famiglia che è il luogo dove avviene l’80% delle violenze, che affronta la questione violenza solo in termini di codice rosso, aumenti di pene, braccialetti o castrazione chimica, mentre al contempo, perpetuando patriarcato e sessismo, incoraggia la cultura dello stupro.

Indispensabile per i processi di libertà e autodeterminazione liberarci dalla catena della religione e delle sue espressioni istituzionali che rivendicano il controllo e la proprietà della morale e dei corpi, soprattutto di quelli femminili. Ruolo riproduttivo, negazione della libera scelta e della libera sessualità, obbedienza e passività sono le riaffermazioni costanti di chi ancora pontifica nel nome del padre, magari mascherandosi malamente dietro un’immagine accattivante e bonaria.

Importantissimo denunciare la violenza istituzionale che si esercita nelle aule dei tribunali, dove chi subisce violenza sessuale viene messa spesso sotto accusa, dove la legalità è puro abuso e legittimazione della violenza, in un paese in cui fino al 1956 il capofamiglia poteva per legge picchiare la moglie a scopo di correzione e in cui fino al 1981 esistevano ancora le disposizioni sul delitto d’onore.

Altrettanto importante è individuare la violenza tipicamente maschilista e sessista che caratterizza l’istituzione militare. Il militarismo si fonda sul legame tra violenza e superiorità fisica, sul disprezzo della debolezza, sul culto della forza e della virilità, sulla gerarchia e sulla subordinazione. In una parola sul dominio. Non è un caso se spesso il corpo della donna, da proteggere o da violare, viene strumentalizzato dal militarismo statalista, colonialista o imperialista, se lo stupro è stato e viene utilizzato come arma di guerra. Nè è un caso se la cronaca delle violenze domestiche vede come principali responsabili proprio uomini in divisa.

Le donne in divisa, lungi dall’essere elemento di destabilizzazione del carattere patriarcale ed autoritario del militarismo, sono il segno della capacità dell’istituzione militare di inglobare corpi (donne, lesbiche, gay, trans) che cessano di rappresentare una minaccia quando si normalizzano, adeguandosi alla sua logica gerarchica, omologante. Anzi l’ingresso delle donne in polizia e nelle forze armate diviene elemento di giustificazione della struttura militare stessa.

Antimilitarismo e lotta femminista devono intrecciarsi, proprio perché il militarismo rappresenta una delle espressioni più violente della cultura patriarcale e sessista.

Le anarchiche e gli anarchici sono a fianco di chi vuole liberare la nostra vita dalla violenza e dallo sfruttamento. Lottare contro ogni relazione di dominio e gerarchia, ogni esclusione dai processi decisionali, ogni negazione delle differenze, ogni dogma e ogni confine è anche e soprattutto lottare contro patriarcato e sessismo.

Occorre svincolarsi dalla sola rivendicazione paritaria. Occorre scardinare l’ordine simbolico, essere capaci di sperimentare, nel conflitto con l’esistente, nella lotta contro le tante linee di cesura che la società gerarchica e di classe ci impone, relazioni politiche, sociali, umane libere. Libertà ed uguaglianza si impastano per mettere sul tavolo tante diverse pietanze, perché la rivoluzione è anche un pranzo di gala.

Il femminismo libertario lotta per spezzare l’ordine. morale, sociale, economico.

Miliardi di percorsi individuali, che attraversano i generi, costituiscono l’unico universale che ci contenga tutt*, quello delle differenze. Il percorso di autonomia individuale si attua nella sottrazione conflittuale dalle regole sociali imposte dallo Stato, dal capitalismo, dal patriarcato. È una strada che ciascun* fa per sé, assieme a* altr*: si frantuma la gerarchia, per esserci, ciascun* a proprio modo.

La nostra lotta non può certamente affidarsi alla retorica dei diritti e delle tutele stataliste, alla logica della compatibilità con l’esistente. La lotta delle anarchiche e degli anarchici può collegarsi solo con le esperienze e le concrete pratiche di libertà e di rottura dell’ordine costituito che i movimenti autenticamente autogestionari possono esprimere, animando con tutte le loro soggettività le piazze e le strade che insieme percorriamo. 

Commissione di Corrispondenza – FAI

federazioneanarchica.org