“Sissignore”, bravo, 7 +

L’opinione avversa al potere è sempre stata pericolosa, dall’alba dei tempi fino ai giorni nostri. Una volta stabilite delle idee dominanti tra i vari elementi che compongono la società è difficile sradicarle, osteggiarle, o semplicemente esprimerle. D’altronde, da buoni libertari, dovremmo saperlo. Nel corso dei secoli gruppi di persone o individui hanno perso la loro vita invocando la libertà di pensiero o cercando di postulare soluzioni migliori per la vita dell’uomo sulla terra. Dunque, dopo secoli nei quali esseri umani hanno perso la vita senza smuovere alcun rumore, parlando di storia di lunga durata, la società occidentale, almeno dal secondo dopoguerra in poi, pone come uno dei fattori fondamentali della sua essenza la libertà di espressione. Cambiare le cose in modo che nulla cambi, parafrasando il noto scrittore Filippo Tomasi de’ Lampedusa, è un metodo che nel tempo non ha perso la sua efficacia. Studiare la Storia per convincersene potrebbe essere un consiglio tanto scontato quanto definitivamente dimostrativo. I pericoli e/o danni arrecati alle persone possono diminuire o essere resi meno evidenti, ma in fin dei conti la libertà assoluta di pensiero continua ad essere irreale.

Attraverso l’uso dei social, nell’età contemporanea, ognuno di noi ha l’impressione di poter “dire la sua”. Parte della vita di una persona nella società dell’opulenza è dedicata a interagire con amici e con personaggi famosi di ogni tipo: scrivere ad un amico è possibile, perché non poterlo fare con il mio cantante preferito? La “chiacchierata” con il politicante di turno o con i propri idoli è diventata una possibilità del tutto sdoganata. Milioni e milioni di utenti del web lasciano commenti sotto post di ministri, cantanti, attori ed altre personalità note ai più. Il mondo virtuale ha permesso a tutt* di esprimere la propria opinione face-to-face con il personaggio di spicco preso in considerazione. Vediamo però che la possibilità di poter digitare chiaramente il proprio libero pensiero è un’arma a doppio taglio. Non sono rare le occasioni nelle quali utenti subiscano dei ban da parte di note pagine o addirittura vengano denunciati per commenti considerati “infamanti” nei confronti di terzi. A questo punto una domanda sorge logica: perché la galassia web, apparentemente irreale e proiettata in un’altra dimensione, dovrebbe avere delle regole diverse da quelle del mondo fisico?

La società occidentale del terzo millennio, la quale ha colonizzato ogni parte della Terra, dimostra di avere regole diverse a seconda delle zone geografiche, fondamentalmente però ubbidisce alle medesime strutture ovunque. Internet dovrebbe essere considerata semplicemente come un’area geografica aggiunta dall’uomo ai sei continenti. Dunque, se le opinioni espresse sul web, nonostante la propagandata libertà assoluta di pensiero e parola, possono portare a delle conseguenze, sembra logico che ciò possa accadere in ogni angolo del pianeta. L’arma spesso utilizzata da chi avversa determinate opinioni è affermare che ciò sia un attacco alla democrazia o alla libertà comune.

Dall’opinione pubblica, secondo anche attraverso quello che i media ci trasmettono, è facile intuire come il metodo della violenza palese sia ormai osteggiato. Se si vuole attaccare qualcuno non lo si fa più con l’offensiva fisica, almeno la maggior parte delle volte, ma con quella legalitaria. D’altronde, anche le modalità di azione delle guerre sono, in apparenza, cambiate.

Il mondo della scuola, da quando è stata reso pubblico e accessibile a tutti e tutte, ha cambiato tecniche di apprendimento nel corso del tempo. Prima l’alunno era considerato come una tabula rasa sulla quale imprimere le nozioni: ripetere L’Infinito di Leopardi a memoria senza capirlo era buono e giusto. Con l’avanzare del tempo, gli studiosi e i docenti hanno compreso che ciò non era un metodo efficace; nei manuali di didattica ormai sono comprese come supporto altre scienze come psicologia, sociologia ed antropologia, per esempio. L’alunno non è più considerato un automa da educare, ma un essere umano con le sue debolezze ed emozioni. Insomma, il robot diventa un agente sociale, il quale vive di numerose sfumature ed ha molteplici ruoli nell’arco della giornata. Il ruolo del docente è creare un essere umano con senso critico che ha il diritto di sapersi muovere nella società. Tutto ciò sembra legittimare il fatto che imparare nozioni su nozioni, senza saperle valutare ed analizzare, è assolutamente inutile.

Questo in teoria. La riflessione sul libero pensiero e sull’operatività degli insegnati sembra collassare davanti a recenti fatti accaduti in Sicilia: due docenti sono state sospese dal servizio per ragioni diverse, ma che sembrano ricondurre a questioni riguardanti le loro opinioni politiche: essendo evidente che il compito del maestro non sia quello di indottrinare l’alunno inculcando proprie idee, le accuse ricadrebbero su ciò. O meglio, che le modalità di esecuzione del proprio ruolo abbiano avuto finalità propagandistiche “di estrema sinistra”. Abbiamo il caso della professoressa Rosa Maria Dell’Aria, 63 anni, dell’ITI Vittorio Emanuele III di Palermo e quello, riguardante una maestra di Scordia, nel catanese. La prima è stata sospesa per due settimane in seguito alla presentazione da parte dei propri alunni di un lavoro che avrebbe accostato la proclamazione delle leggi razziali del 1938 al decreto sicurezza dell’attuale governo gialloverde, la seconda in seguito ad una situazione più controversa. Infatti, mentre a livello ufficiale il provvedimento sarebbe scattato in seguito ad uno scappellotto dato dalla maestra ad un alunno, la maestra – la cui versione sarebbe supportata da alunni , colleghe ed anche da personaggi noti quale Mila Spicola, candidata alle europee del PD circoscrizione Isole – afferma che ciò riguarderebbe il fatto che la docente abbia fatto leggere nel giorno della memoria un brano preso da Il Diario di Anna Frank e, con ciò, secondo una genitrice avrebbe fatto “propaganda comunista”.

Quindi, mentre il secondo caso presenta ancora delle faccende insolute e quindi non può condurre ad un’oggettiva valutazione, il primo sicuramente sì. Una professoressa è stata sospesa dal suo posto per aver permesso ai suoi alunni di confrontare provvedimenti del governo vigente con leggi promulgate durante il regime fascista. La sospensione risulta essere partita dall’Ufficio scolastico provinciale di Palermo, in teoria per “omissione di vigilanza” sul compito dei propri alunni.

Di fronte a questa affermazione, risulta difficile trovare il senso della mancanza al suo compito della professoressa: la confutazione è evidentemente faziosa. L’art. 21 della Costituzione della Repubblica Italiana, infatti, rimuove esplicitamente la censura preventiva dall’ordinamento legislativo, per cui la professoressa palermitana è stata sanzionata per NON aver commesso un illecito – insomma lei era tenuta a NON vigilare sull’operato dei suoi alunni, sulla libera espressione delle loro opinioni. In pratica, è come se la legge proibisse di rubare, tu non lo fai ma, poiché non hai rubato nella casa del nemico del potente di turno, vieni sanzionato.

Davanti ad un episodio simile tutte le premesse sotto il quale il sistema scolastico sembra costruito cedono inesorabilmente. Se l’inserimento della società non dovrebbe essere compiuto attraverso l’omologazione di più “Yes Men” o “Yes Women”, come è stato possibile tutto ciò? Il comportamento del Direttore dell’Ufficio Scolastico ha chiaramente l’unico scopo di spaventare sia il docente come figura professionale sia l’alunno come essere umano dotato di proprie opinioni ed emozioni, allo scopo di evitare la critica al potere costituito: insomma nella creazione di un chiaro clima repressivo.

Le reazioni delle due colleghe, inizialmente, è stata portata avanti attraverso il ricorso legalitario individuale ma, dopo che il caso ha smosso l’intero mondo della scuola che si è mobilitato in decine di affollati presidi in tutta la penisola, numerose frange istituzionali hanno espresso solidarietà alla professoressa, costringendo persino il ministro Salvini a ricorrere, per limitare il grave danno d’immagine, è stato costretto a ricorrere all’“effetto annuncio”. Si è cioè recato, insieme all’altro Ministro leghista della Pubblica Istruzione, a trovare la professoressa palermitana lasciando intendere con ciò che sarebbero intervenuti per farle togliere la sanzione, cosa che, esauriti i flash dei fotografi, si sono badati bene dal fare, costringendo gli avvocati a chiarire che se mai il provvedimento venisse revocato lo sarebbe per la loro azione legale e niente affatto per il (non) intervento governativo.

Tornando a noi, come dicevamo, siamo di fronte al tentativo di creare un clima repressivo all’interno del mondo della scuola. Tralasciando il fatto che in alcune città – per esempio a Brembate (BG) ed a Salerno – si è ripetuto il ridicolo teatrino per cui numerosi striscioni di dissenso nei confronti del ministro degli interni sono stati tolti dagli addetti alla pubblica sicurezza, il problema in questione non è solo un attacco alla libertà di analisi della contemporaneità ma al sistema scolastico in toto: in questo modo la professione dell’insegnante viene sottoposta ad una modalità intimidatoria e quello dell’alunno ad un sistema censorio e veicolato da messaggi preconfezionati.

La preoccupazione è che il sistema scolastico venga omologato non per assolvere al suo compito, ma per perpetrare logiche di dominio non solo per quanto riguarda la regione Sicilia ma per l’intero Paese. Tutto ciò a scapito di numerosi docenti che cercano di sviluppare il senso critico nei giovani, trovandosi davanti un sistema di potere che gli impedisce di far svolgere il proprio mestiere nella maniera più nobile.

Lorenzetto