25 Novembre. Basta violenza! Rompere l’ordine patriarcale!

Il 25 novembre 1960 nella Repubblica Dominicana vengono torturate, stuprate e uccise tre attiviste politiche, las Mariposas, le sorelle Mirabal (Patria, Minerva e Maria Teresa) dai servizi segreti dominicani per ordine del dittatore Rafael Leónidas Trujillo.

Nel 1981, in memoria di questo crimine diventato simbolico, durante il primo Incontro femminista latinoamericano e caraibico a Bogotà, in Colombia, si decide di celebrare il 25 novembre la Giornata internazionale della violenza contro le donne.

Nel 1999 l’Onu dichiara ufficialmente il 25 novembre Giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne.

Da decenni quindi abbiamo una data ufficiale a livello internazionale in cui per un giorno politici e media ci parlano dell’importanza di contrastare la violenza sulle donne. Nello stesso giorno però, come in tutti gli altri giorni dell’anno, governi e istituzioni religiose, rafforzano politiche repressive oppressive familistiche e patriarcali che alimentano la violenza di genere.

Così, a livello globale, una donna su tre subisce violenza fisica, sessuale o psichica per il solo fatto di essere donna e, secondo uno studio dell’OMS, la violenza domestica è la causa principale di morte e di lesioni gravi per le donne tra i 16 e i 44 anni. In Italia ogni 72 ore una donna viene uccisa da un uomo di sua conoscenza, solitamente il suo partner e più dell’80% delle violenze avviene all’interno della sfera domestica. Per non parlare delle violenze omolesbotransfobiche. Nel 2023 essere una donna, e ancor di più essere una donna nera, razzializzata, trans, non abile o una persona LGBTQIA+ significa essere ovunque esposte a violenze. Non solo un giorno all’anno ma tutti i giorni dell’anno e a qualunque latitudine. Non abbiamo perciò bisogno di finte preoccupazioni istituzionali perché sappiamo bene che i corpi delle donne interessano solo per giochi elettorali o giustificare politiche emergenziali che nulla hanno a che fare con la nostra sicurezza. Ne è la riprova l’attacco ai centri antiviolenza autogestiti in Italia come quello portato avanti contro la Casa delle Donne Lucha y Siesta di Roma.

Fortunatamente negli ultimi anni i movimenti femministi e transfemministi a livello internazionale sono riusciti a dare un senso e significato a questa data creata dalle istituzioni, scendendo in piazza (il 25 novembre ma anche 8 marzo e ogniqualvolta sia possibile) a livello globale per ribadire come le violenze sessiste e sessuali siano quotidiane e sistemiche ovvero come facciano parte integrante e costituente del sistema politico ed economico in cui siamo costrette a vivere.

Il 25 novembre è diventata così una giornata “di lotta e di lutto” per tutte quelle soggettività sottoposte alla violenza fisica, psicologica ed economica con cui l’assetto patriarcale, coloniale e neoliberista da sempre mantiene lo status quo. Una giornata di lotta dichiaratamente femminista, transfemminista e globale, sostenuta da una chiara vocazione internazionalista, espressione di movimenti costruiti dal basso e che si oppongono con decisione alla sottomissione dei ruoli, alla divisione sessuale e coloniale del lavoro e alle norme di genere.

Per ribadire che la violenza patriarcale e sessista non è un problema emergenziale né è legato a motivi geografici o culturali ma è una questione politica, espressione diretta della struttura sessista della società.

Per ricordare che le violenze di genere non sono casi isolati, emergenze, raptus di follia o fenomeni da medicalizzare ma sono il prodotto della cultura patriarcale ancora dominante basata su gerarchia, potere e sudditanza. Lo stupratore non è un soggetto deviato ma al contrario può essere chiunque perché, come si sente nelle piazze di Non Una di Meno, “lo stupratore non è malato ma figlio sano del patriarcato” ed è sostenuto da tutte le istituzioni moralizzatrici che impongono l’obbedienza all’ordine patriarcale: forze armate, Stati, chiese, ecc.

Anche i media e il modo in cui vengono narrate le violenze sono parte importante del problema, così come parte importante del problema sono i tribunali dove si assiste alla vittimizzazione secondaria. Non vogliamo più essere vittimizzate, respingiamo il tentativo di volerci annullare con la violenza inchiodandoci al ruolo di vittime, peraltro ritenute quasi sempre indirettamente colpevoli. Rifiutiamo la riduzione al ruolo di vittime in cerca di una compensazione, di solito stabilita dallo Stato, o desiderose di essere “difese” e “protette”. Al massimo possiamo considerarci sopravvissute ma sempre e comunque combattenti che rivendicano società libere dall’oppressione sessista, dallo sfruttamento e dalla violenza.

L’ordine politico patriarcale che respiriamo fin da quando veniamo al mondo e che ci vogliono far credere come la normalità si può ribaltare. Lo dicono a gran voce i movimenti femministi e transfemministi globali che lanciano un invito forte e chiaro a sovvertire il presente, a destituire il discorso e il mondo patriarcale e neoliberista, a cambiare tutto perché non possiamo più tollerare un solo caso di violenza, Ni Una Menos, non una di meno, perché il corpo di una è il corpo di tutte.

Ricordiamo che la violenza di genere non è solo quella consumata tra le mura domestiche ma qualsiasi forma di reazione innescata dal patriarcato per rispondere ai desideri di autodeterminazione e libertà delle donne e delle soggettività marginalizzate.

Serve una rimessa in discussione radicale del modello economico politico e sociale dominante perché le violenze di/del genere non sono diverse dalle pratiche di colonizzazione, occupazione, estrattivismo, sfruttamento e uso per i propri profitti di ogni corpo vivente e della terra stessa.

Per questo l’appello per il prossimo 25 novembre in tutto il mondo è di scendere in piazza non solo contro la violenza sulle donne e le soggettività altre ma anche contro tutte le oppressioni, auspicando così una convergenza di lotte solidali, contro le violenze di genere, sociali e di Stato.

Una lotta quindi che si intersezioni con i movimenti antirazzisti e decolonialisti, le lotte ecologiste, le battaglie sociali e antiguerrafondaie per ribaltare l’ordine costituito.

La violenza patriarcale, capitalista, sessista, istituzionale, coloniale, politica, razzista e militarista verso i corpi e i territori si presentano talvolta con sembianze diverse ma ha la stessa identica finalità, cioè il controllo politico, economico e sociale. Ovunque. E ovunque le donne si ribellano e lottano, non certo solo il 25 novembre.

Lottano in Kurdistan al grido di Jin, Jîyan, Azadî che esprime con forza un paradigma di vita libertario, democratico ed ecologico basato sulla libertà delle donne, nonostante la dura repressione turca. E lottano in Turchia contro il regime autoritario e patriarcale di Erdogan.

Lottano in Iran dove la rivolta contro il regime dopo l’uccisione di Mahsa Amini per opera della polizia religiosa il 16 settembre 2022 è contrassegnata dallo stesso slogan “Donna, vita, libertà”.

Lottano in clandestinità in Afghanistan contro il regime fondamentalista, instauratosi con la responsabilità degli Usa e dell’Occidente, fondato sulla violazione sistematica dei diritti delle donne.

Lottano da decenni in Palestina contro le oppressioni nazionali, sociali ed economiche, contro l’occupazione israeliana e il genocidio in atto e contro il sistema patriarcale dominante in entrambe le società. Così come lottano le donne israeliane che, insieme alle palestinesi, sono scese in piazza chiedendo la fine di un conflitto che attanaglia i loro popoli da decenni, un conflitto che è tornato a riempire le prime pagine dei giornali tre giorni dopo la loro ultima manifestazione pacifista.

Lottano nei territori indigeni per la liberazione dei loro corpi e dei territori che abitano contro progetti predatori ed estrattivisti.

Lottano nel Sud America in un territorio in cui si registra uno dei più alti indici di violenza maschile contro le donne nel mondo urlando Ni una Menos, grido collettivo di straordinaria potenza diffusosi in tutto il pianeta.

Lottano nel continente africano, rischiando spesso la vita per opporsi a matrimoni forzati, mutilazioni genitali ma anche a deforestazioni e devastazioni ambientali.

Lottano clandestinamente in Russia contro la guerra e il regime omofobo e sessista e lottano per lo stesso motivo in Ucraina

Lottano in Polonia, negli Stati Uniti e ovunque venga impedita la possibilità di abortire in sicurezza.

Lottano in Cina sfidando la censure e la forte repressione con l’hashtag #WoYeShi, l’equivalente cinese del #metoo, denunciando abusi e violenze sessuali rischiando non casualmente l’accusa di “incitazione alla sovversione del potere statale”.

Lottano in India, considerato il Paese più pericoloso al mondo per le donne, sviluppando intersezioni tra casta e genere, combattendo lo stigma delle mestruazioni, i matrimoni forzati infantili, le “morti per dote” e organizzando corsi di autodifesa femminile.

Lottano ovviamente anche in Italia, come ovunque, contro il fondamentalismo religioso, i fascismi vecchi e nuovi, la logica militarista e guerrafondaia, contro ogni forma di violenza di genere, sia essa fisica, psicologica o economica. Anche quest’anno il 25 novembre, per l’ottavo anno consecutivo, Non Una di Meno chiama a scendere in piazza a Roma e Messina donne, persone non binarie e LGBTQIAPK, con disabilità, persone razzializzate, migranti e seconde generazioni, sex workers e detenutə, che vivono quotidianamente la violenza patriarcale in tutti gli ambiti delle proprie vite per far esplodere il vincolo di sopraffazione-dominio-obbedienza nelle case, nelle strade, sui luoghi di lavoro, ovunque!

Contro la violenza patriarcale non ci servono panchine rosse perché non vogliamo più restare sedute composte da brave bambine dove ci viene indicato. D’altronde si sa che se le brave ragazze vanno in paradiso, le cattive ragazze vanno dappertutto.

Selva

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