Dove vanno le belle promesse. L’economia di guerra nello stato d’emergenza (2).

Lo scoppio della guerra fra Russia e Ucraina ha fatto quasi cadere nel dimenticatoio tutte le belle promesse di grande sviluppo economico contenute nel PNRR, provocando anzi una accelerazione vertiginosa della crisi. Ancora prima dello scoppio della guerra dicevamo: “L’ipotesi più probabile dunque è che la pandemia permanente possa costituire l’innesco di una grande e duratura recessione con tutte le relative conseguenze di disoccupazione di massa e impoverimento delle classi lavoratrici (…) Per completare il quadro manca solo un ulteriore crollo finanziario, dopo quello del 2008, ma le premesse ci sono tutte visto il mastodontico indebitamento sia pubblico che, soprattutto, privato.”

Intanto era già partito un altro elemento fondamentale dell’economia di guerra, vale a dire il vistoso aumento di prezzo delle materie prime con la conseguente ripresa dell’inflazione. L’aumento di prezzo interessava naturalmente il petrolio, il gas naturale o il carbone, di cui peraltro esiste oggi nel mondo una grande sovrapproduzione ma, ancora di più, alcune materie prime necessarie alla cosiddetta transizione green e a quella digitale. Parliamo di rame, litio (batterie), silicio (microchip), cobalto (tecnologie digitali), metalli rari ecc. “A questi vistosi aumenti concorrono diverse cause: dalle difficoltà di estrazione che comportano enormi devastazioni ambientali con l’utilizzo anche di lavoro minorile in Congo e altrove, all’aumento a dismisura dei costi di trasporto, per finire con le immancabili speculazioni finanziarie sulle materie prime e sui titoli derivati (futures) a esse legati. Questa combinazione fra stagnazione e inflazione potrebbe ricordare la grande crisi degli anni 70, dopo la famosa “crisi petrolifera” del 73, quando, per descrivere la nuova situazione economica venne coniato il termine, poi diventato corrente, di “stagflazione”.[6]

Lo scoppio della guerra ha naturalmente portato all’estremo questi fenomeni, compresa una inflazione galoppante che coinvolge ora anche i generi di prima necessità, con il conseguente taglio di fatto dei salari dei lavoratori, oltre all’aumento stratosferico delle bollette energetiche. Il riferimento naturalmente è alla “grande depressione” degli anni 30 del secolo scorso, tanto è vero che, a questo punto, sorge spontanea una domanda: la guerra e le distruzioni in Ucraina possono costituire i prodromi di una terza guerra mondiale? Certamente, anche se da diversi anni ormai si sente parlare di “terza guerra mondiale a pezzi”, di “guerra per procura” ecc., questa volta il ricorso a una terza guerra mondiale per risolvere la crisi è reso molto problematico dall’entità delle distruzioni che un tale evento comporterebbe. “Questo ragionamento poggia su una analisi classica della guerra intesa come risoluzione della crisi capitalistica, come ben dimostrato dalle due guerre mondiali del Novecento. Il meccanismo di risoluzione della crisi attraverso la guerra si basa schematicamente su due effetti esplosivi dello scontro bellico:

1) una distruzione ingente di forze produttive, quindi di capitale sovraccumulato che aveva dato origine alla crisi, e di forza lavoro in eccesso;

2) l’emergere nel conflitto di uno stato/nazione (o imperialismo) egemone nella ricostruzione postbellica e nella nuova fase di accumulazione capitalistica.”

Questa ultima affermazione non va intesa però in un senso puramente militare. In un articolo scritto nel 1940 dal titolo “La Guerra è Permanente” Paul Mattick afferma: “Analogamente, la guerra che sarebbe necessaria alla riorganizzazione richiesta dal capitalismo per continuare ad esistere, può pretendere energie che il capitalismo non è più in grado di fornire”.[7] Mattick non parla quindi di stato o nazione o imperialismo ma del capitalismo nel suo complesso, se abbia o no la forza di riavviare un nuovo ciclo di rapida accumulazione. Certamente nel 1940 gli Stati Uniti erano in grado di mettere insieme le forze necessarie al rovesciamento della situazione di crisi, forze che andavano dalla potenza militare a un apparato industriale decisamente superiore, all’organizzazione del lavoro fordista a una composizione sociale decisamente più dinamica di quella prevalente nella vecchia Europa. Tutto ciò ha portato alla sconfitta del regime nazionalsocialista della Germania e al cambio di egemonia mondiale rispetto a quella inglese basata sul sistema coloniale, cioè sulla rapina delle ricchezze delle colonie, dando origine al periodo della trentennale golden age del capitalismo e al mondo bipolare che abbiamo conosciuto.

Attualmente nessuna delle potenze in gioco sembra in grado di produrre questo immane sforzo: non gli Stati Uniti che rimangono comunque i più forti sul piano militare ma deboli sul piano industriale dopo decenni di delocalizzazioni, la cui egemonia mondiale si fonda ormai sul capitale finanziario; non l’Unione Europea, debole sul piano militare e in preda alle solite divisioni, con una industria tecnologicamente avanzata che ha bisogno dei mercati mondiali di gamma medio/alta; non la Russia che accoppia alla potenza militare ereditata dall’URSS una economia basata quasi esclusivamente sull’esportazione delle materie prime; non la Cina ancora indietro sul piano militare e tesa ad espandersi sul piano commerciale lungo le varie “vie della seta” e con problemi di sviluppo interno ancora non risolti. Le prime mosse dopo l’azzardo di Putin in Ucraina sembrano confermare questa ipotesi, con gli Stati Uniti aggressivi a parole ma cauti nei fatti, la Cina che attende sorniona l’evolversi degli avvenimenti e l’Unione Europea con smanie interventiste che servono per giustificare una politica di riarmo.

Esiste poi un altro elemento, vale a dire la fuoriuscita dalla fase precedente che ha caratterizzato gli ultimi decenni impropriamente definita “globalizzazione”. Credo però che bisogna operare una distinzione fra creazione del mercato mondiale, che è una caratteristica permanente e ineliminabile del modo di produzione capitalistico, pur con le sue diverse fasi, e la cosiddetta “globalizzazione”, intesa come la risposta data dal capitale alla crisi degli anni ’70 e alla relativa caduta del saggio di profitto, con le sue caratteristiche specifiche che oggi sono entrate in una fase di crisi. Una risposta che ha portato attraverso processi di concentrazione globale, di megafusioni transnazionali e acquisizioni all’estero, al formarsi delle grandi multinazionali senza patria in concorrenza fra di loro per il controllo del mercato mondiale. Tanto per fare un esempio il settore agro-alimentare è in mano a tre colossi multinazionali: Dow-Dupont, ChemChina-Syngenta e Bayer-Monsanto che controllano il 63/69% del mercato e il 75% del business dei pesticidi e diserbanti.[8] Non solo, il formarsi delle grandi multinazionali ha determinato una nuova e, forse, inedita divisione internazionale del lavoro basata sul controllo delle nuove tecnologie e sulle differenze, a livello mondiale, del costo del lavoro.

È noto che già prima della guerra si erano verificate gravi disfunzioni in importanti filiere produttive per la mancanza o la carenza dei chips (microprocessori di computer) e di altri semilavorati che viaggiano lungo le catene produttive delocalizzate. La guerra in corso ha accentuato in maniera estrema questi processi. Ad esempio in Germania BMW e Volkswagen rischiano di dover fermare la produzione di automobili per la mancanza di cavi elettrici in quanto avevano delocalizzato l’imbracatura di questi cavi ad aziende con stabilimenti in Ucraina.[9] Fin dagli anni 90 la grande industria automobilistica tedesca, al seguito dell’espansione della UE e della Nato verso est, ha delocalizzato in questi paesi le lavorazioni a basso valore aggiunto, mantenendo in patria quelle ad alta tecnologia con personale specializzato. Ora tutto questo rischia di saltare. Altro esempio: “il 27 febbraio scorso una nave avrebbe dovuto caricare nel porto d’Azov 30 mila quintali di grano tenero ma non è mai partita. A bordo c’era il carico acquistato dal pastificio Divella”. Lo stesso pastificio, per rifornirsi da altri canali ha pagato il 35% in più aumentando il prezzo della farina per pasticceria di circa il 15%. Situazioni simili si verificano per il mais, per i semi oleosi (girasole) e per i fertilizzanti.[10] Le speculazioni sul prezzo dei generi alimentari e sull’energia già stanno portando ad aumenti straordinari dei prezzi al consumo che spingono a interventi di calmiere da parte dello Stato, come già avvenuto con la benzina, fino a far agitare lo spettro dei razionamenti.

Tuttavia mi sembra difficile riorientare la divisione internazionale del lavoro (con il conseguente commercio mondiale) affermatasi negli ultimi decenni per costringerla entro i limiti di blocchi geopolitici, come sostengono i sostenitori della “fine della globalizzazione”. Una situazione simile si verificò nei primi decenni del secolo scorso. Molti non ricordano che il primo decennio del 900, passato alla storia come “la belle epoque”, fu un periodo di grande sviluppo capitalistico, sicuramente il più grande rispetto ai precedenti: sviluppo tecnologico (elettricità, telefono, cinema, automobili ecc.), con scoperte che oggi noi diamo per scontate o addirittura superate; nascita dei grandi monopoli; crescita del capitale finanziario; intervento dello Stato nell’economia; grande sviluppo del commercio internazionale (oggi noi diremmo “globalizzazione” ma, più correttamente, si dovrebbe dire creazione del mercato mondiale). La fine di questo ciclo capitalistico di sviluppo corrisponde al sorgere di protezionismi nazionalistici, dazi doganali ecc. che porteranno alla guerra. Come dice Mattick nel suo articolo, più che nei sistemi precedenti “la guerra capitalistica è direttamente causata dal sistema socioeconomico esistente. Nell’andamento ciclico del modo di produzione capitalistico una rapida accumulazione di capitale porta di conseguenza alla depressione e alla crisi, mentre il meccanismo stesso di risoluzione della crisi porta a una nuova fase di accumulazione e sviluppo. In maniera direttamente conseguente un periodo di pace capitalistica porta alla guerra e la guerra riapre a un nuovo periodo di pace.” È questa la storia del Novecento.

La situazione di oggi è però molto diversa. Nel 2014 i compagni di Clash City Workers nel loro libro Dove sono i nostri parlavano del fenomeno del “reshoring” cioè della tendenza al ritorno di alcuni settori produttivi nei paesi a capitalismo avanzato e in particolare negli USA. “È il caso del programma di attrazione di investimenti esteri ‘Select USA’ varato nel 2011 dall’amministrazione Obama che intende rappresentare il paese come destinazione produttiva senza pari e sostenere la campagna per una riscossa manifatturiera quale pilastro della ripresa economica (…) Emblematica di questo ‘nuovo’ scenario è la vociferata delocalizzazione di Foxconn – la famigerata multinazionale taiwanese che lavora soprattutto per la Apple e che in Cina ha stabilimenti di centinaia di migliaia di operai – nientemeno che negli USA : la ‘soluzione americana’ potrebbe richiamare il modello adottato da Marchionne con la Chrysler. Abbassando il costo del lavoro, per sostenere l’adeguamento e l’espansione degli organi produttivi (…) Per capirci: gli operai della Chrysler sono passati dai 30$ netti all’ora del pre-crisi ai 15$ del 2013”.[11] Il programma del “reshoring” era naturalmente al primo posto all’epoca della presidenza Trump. Trump convocò alla Casa Bianca i CEO di Ford, Fiat Chrysler (Sergio Marchionne) e di General Motors, promettendo una vasta “deregulation” in cambio del ritorno della produzione in USA e minacciando, in caso contrario, forti dazi doganali. La risposta dei CEO fu tiepida o ambigua, mettendo in evidenza la difficoltà delle multinazionali a rientrare in una visione “nazionale” dei loro interessi.

A meno che le sanzioni di guerra di Biden non riescano a fare quello che i dazi doganali di Trump non sono riusciti a portare a termine. Non parliamo qui dei punti vendita di McDonald’s che chiudono a Mosca o della vendita delle italiane borse di Gucci agli oligarchi russi e nemmeno della vendita di ville milionarie di Forte dei Marmi agli stessi oligarchi ma del gas liquido americano, quasi imposto da Biden ai dubbiosi alleati europei nel suo ultimo viaggio, anche se costa di più, ha un processo di estrazione più inquinante, deve essere trasportato via mare e necessita della costruzione di rigassificatori. A questo proposito Mattick dice: “Eppure la vittoria dei monopoli non potrà mai essere completa e la questione nazionale non scomparirà mai (…) Ma le classi dirigenti degli stati nazionali si sono storicamente sviluppate in una maniera che esclude la possibilità di una spartizione pacifica dello sfruttamento mondiale (…) Proprio questo processo, anzi, non fa altro che illustrare una volta di più la completa incapacità del capitalismo di portare a compimento un riassetto davvero razionale dell’economia mondiale (…) Il capitalismo, dopo aver creato il mercato mondiale, è incapace di garantire per sé stesso una spartizione pacifica dello sfruttamento mondiale e di controllare i reali bisogni della produzione mondiale, rappresentando quindi un vincolo per l’ulteriore sviluppo delle forze produttive umane (…) a meno che non venga creato un organo socio-economico per la regolamentazione cosciente dell’economia mondiale”. Ma anche questo sembra fuori dalla portata del modo di produzione capitalistico. [segue]

Visconte Grisi

NOTE

[6] GRISI, Visconte, “Arriva la Grande Depressione?”, in Umanità Nova n. 27 del 19/09/2021.

[7] MATTICK, Paul, “La Guerra è Permanente” – http://www.leftcom.org/it/articles/1940-01-01/la-guerra-è-permanente. Vedi anche un mio articolo con lo stesso titolo in Umanità Nova n. 29 del 28/10/2018.

[8] NOLAN, P. e ZHANG, J., “La Concorrenza Globale dopo la Crisi Finanziaria”, in Countdown 2, Studi sulla Crisi.

[9] SPAVENTA, Alessandro, “La guerra in Ucraina ferma la produzione di BMW e Volkswagen”, in notizie.tiscali.it del 21 marzo 2022.

[10] BORRILLO, Michelangelo e GABANELLI, Milena, “Pane, Mais, Concime: Abbiamo un Problema”, in Corriere della Sera, Lunedì 21 Marzo 2022.

[11] CLASH CITY WORKERS, Dove Sono i Nostri. Lavoro, Classe e Movimenti nell’Italia della Crisi, La Casa Usher, 2014.

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