Utopia e azione

protest_ends_riotsUtopia e azione.‭ ‬Per una storia dell’anarchismo in Italia è uno studio organico e di ampio respiro,‭ ‬che affronta la ricostruzione dell’anarchismo in Italia a partire da una prospettiva specifica,‭ ‬quella storica.‭ ‬La lente della storia permette all’autore di tracciare un profilo originale del movimento anarchico,‭ ‬ma soprattutto costituisce un angolo di visuale privilegiato per far emergere tratti e specificità del movimento altrimenti in ombra:‭ ‬ne esce un movimento composito al suo interno,‭ ‬ricco di diversità e costituito da profili esperienziali diversi tra loro‭; ‬un movimento la cui continuità nel tempo,‭ ‬spesso messa in dubbio dai suoi detrattori,‭ ‬risulta essere carattere distintivo.
La prospettiva storica permette,‭ ‬in questo caso,‭ ‬di rendere giustizia alla storia di un movimento che è stato troppo spesso snobbato dalla storiografia ufficiale e dalle accademie perché scomodo,‭ ‬difficile da categorizzare,‭ ‬restìo a farsi incasellare all’interno di schemi e generi classici.
La ricostruzione operata da Senta fa luce sull’importanza di indagare e di approfondire i profili biografici dei singoli militanti e le specificità regionali e locali delle diverse sperimentazioni al suo interno,‭ ‬attraverso uno studio comparato di fonti e informazioni diverse‭; ‬si delinea un movimento che si sviluppa attorno all’intreccio e all’equilibrio tra biografie individuali e dimensione collettiva.‭ ‬Dove l’aspetto etico delinea una tensione costante,‭ ‬esistenziale,‭ ‬diventa visione totalizzante e muove pensieri e azioni.
Quella ricostruita dall’autore è una delle possibili storie dell’anarchismo italiano,‭ ‬che risponde ad alcune domande,‭ ‬proiettate sia sull’ieri sia sull’oggi,‭ ‬e fornisce strumenti in più per leggere il passato e provare a tradurre il presente.‭
“Utopia e azione.‭ ‬Per una storia dell’anarchismo in Italia‭” ‬si sviluppa all’interno di un tempo ben perimetrato:‭ ‬la narrazione inizia con il‭ ‬1848‭ ‬e si conclude nel‭ ‬1984.‭ ‬Perché hai scelto queste due date‭?
L’inizio è un po‭’ ‬inusuale,‭ ‬dal momento che la storia dell’anarchismo in Italia la si fa iniziare a partire dal‭ ‬1872,‭ ‬la data di fondazione della Sezione Italiana dell’Internazionale che coincide con la Conferenza di Rimini.‭
Sulla scorta di studi precedenti non miei,‭ ‬ho voluto mettere in luce quelli che,‭ ‬a mio avviso,‭ ‬sono gli elementi libertari del Risorgimento‭; ‬ritengo che l’anarchismo sia nato nel solco del Risorgimento e che,‭ ‬potremmo azzardare,‭ ‬senza di esso non sarebbe concepibile un anarchismo in Italia.‭ ‬Il‭ ‬1848,‭ ‬in particolare,‭ ‬fu l’anno dell’entrata in massa dei popoli nella storia e segnò una fase di radicale sconvolgimento a livello europeo e internazionale.‭
Fu il momento in cui giunse e venne recepito in Italia il pensiero di molti intellettuali europei,‭ ‬in particolar modo francesi,‭ ‬come Louis Blanc,‭ ‬Francois-Marie-Charles Fourier,‭ ‬Pierre-Joseph Proudhon.‭ ‬Svariati intellettuali italiani,‭ ‬che avranno poi influenza sul movimento anarchico,‭ ‬subirono l’influenza del pensiero francese:‭ ‬ad esempio Giuseppe Ferrari e Carlo Cattaneo,‭ ‬scrittori molto interessanti,‭ ‬diversi tra loro ma entrambi concordi nel dare una dimensione federalista al processo di unificazione nazionale.‭
Per quanto riguarda invece l’azione concreta,‭ ‬le due dinamiche furono strettamente legate:‭ ‬molti partecipanti alla Prima Internazionale in Italia erano ex camicie rosse che parteciparono alle avventure garibaldine e che maturarono,‭ ‬in seguito all’esperienza ed allo shock della Comune di Parigi,‭ ‬il passaggio da una lotta di tipo nazionale a una lotta sempre più sociale.‭ ‬Questa è la ragione della datazione iniziale:‭ ‬indagare il retroterra che portò alla fondazione dell’Internazionale in Italia.‭
L’anno di fine,‭ ‬che certo richiama Orwell,‭ ‬si riferisce ad un momento piuttosto centrale nel definire l’anarchismo da lì in poi e che identifica un termine di rottura rispetto ad una fase:‭ ‬il‭ ‬1984‭ ‬è stato l’anno dell’incontro internazionale anarchico che si tenne a Venezia e che contò la partecipazione di circa‭ ‬3000‭ ‬anarchici da ogni parte del mondo e che,‭ ‬io penso,‭ ‬possa essere considerato come la fine del‭ ‬1968,‭ ‬inteso come la fine degli anni Settanta.‭ ‬Quell’occasione rappresentò uno dei momenti in cui una certa parte del movimento rese esplicito il fatto di non credere più ad una ipotesi di tipo insurrezionale di tipo classico,‭ ‬di massa.‭ ‬Fu considerato vitale,‭ ‬invece,‭ ‬dare fiato e gambe a tutte quelle pratiche,‭ ‬per quanto parziali e contingenti,‭ ‬di liberazione,‭ ‬di autogestione,‭ ‬di cooperazione antiautoritaria,‭ ‬quindi quei frammenti,‭ ‬quelle vene di anarchia,‭ ‬all’interno della società.‭ ‬Sicuramente in maniera non pacifica rispetto alla società presente,‭ ‬in un contesto di insopportabilità verso il giogo dello stato e del capitalismo e quindi sempre in frizione con esso.‭ ‬Il‭ ‬1984‭ ‬può essere considerato come uno dei punti di svolta rispetto al ciclo precedente e a quello che poi si aprirà.
Dal tuo libro emerge anche un altro legame dell’anarchismo italiano delle origini:‭ ‬quello con i repubblicani.‭ ‬Come si struttura questo rapporto‭?
Fu un rapporto stretto,‭ ‬che emerge se indaghiamo le biografie di alcuni dei personaggi principali dell’anarchismo italiano come Errico Malatesta e,‭ ‬successivamente,‭ ‬Luigi Galleani.‭ ‬Entrambi,‭ ‬come molti altri,‭ ‬ebbero un passato giovanile repubblicano,‭ ‬mazziniano.‭ ‬Buona parte degli anarchici mantennero nei confronti di Mazzini una sostanziale ammirazione per quella che veniva definita la fede,‭ ‬la fiducia in un ideale e la capacità di dedicare tutta la propria vita a ciò.‭ ‬Mazzini rimase,‭ ‬anche per gli anarchici,‭ ‬un esempio assoluto di abnegazione.‭
Nel corso della storia dell’anarchismo furono diversi i momenti di alleanza con i repubblicani‭; ‬forse uno dei più celebri è rappresentato dalla settimana rossa:‭ ‬siamo nel giugno del‭ ‬1914,‭ ‬davanti a quello che probabilmente fu l’ultimo tentativo insurrezionale di massa prima del cambiamento di fase rappresentato dalla Prima Guerra Mondiale.‭ ‬In quell’occasione agì di fatto un’alleanza alla base tra anarchici e repubblicani,‭ ‬in particolare in zone,‭ ‬quali la Romagna e le Marche,‭ ‬dove sia i repubblicani sia gli anarchici erano particolarmente forti e radicati.‭
Con i repubblicani gli anarchici condivisero sempre l’avversione alla monarchia che assunse forme diverse,‭ ‬dal tirannicidio‭ (‬sto citando Gaetano Bresci nel‭ ‬1900‭) ‬al referendum sulla monarchia.‭ ‬Un’alleanza,‭ ‬quindi,‭ ‬che segnò sia situazioni di azioni dirette sia momenti di voto,‭ ‬di delega.‭ ‬Su questa avversione alla monarchia si strutturò un rapporto di alleanza pur rimanendo entrambi all’interno di due sfere differenti:‭ ‬da una parte i repubblicani e l’accettazione,‭ ‬la volontà di ottenere un governo repubblicano,‭ ‬dall’altra parte gli anarchici,‭ ‬la tensione verso un futuro senza nessun tipo di governo,‭ ‬senza il governare.
Nell’introduzione affermi che questo libro nasce dalla necessità di colmare un vuoto storiografico.‭ ‬Da che cosa è scatenato questo vuoto e in che rapporto si pone con le accademie e con la storiografia marxista‭?
Non è falsa modestia ma onestà.‭ ‬Questo vuole essere un contributo,‭ ‬uno studio per‭ ‬una storia dell’anarchismo italiano.‭ ‬Non è un libro onnicomprensivo perché fare la storia dell’anarchismo in Italia in‭ ‬250‭ ‬pagine vuol dire,‭ ‬necessariamente,‭ ‬tralasciare moltissimi episodi,‭ ‬fatti e interpretazioni e citarne invece altri,‭ ‬a mio avviso più significativi,‭ ‬originali e poco conosciuti,‭ ‬per aggiungere un tassello in più alla conoscenza.‭ ‬Ho inteso questo libro come un possibile duplice strumento:‭ ‬un testo divulgativo,‭ ‬utile a chi si interessa di storia contemporanea o di politica,‭ ‬ma che degli anarchici non ne sa granché‭; ‬e,‭ ‬d’altra parte,‭ ‬uno strumento per chi è già interno e interessato alle vicende del movimento.
Mi pare che non ci siano,‭ ‬se si tralasciano alcuni tentativi non particolarmente felici,‭ ‬storie dell’anarchismo italiano nel suo complesso,‭ ‬in una prospettiva cronologicamente lunga.‭ ‬Certamente ci sono gli importantissimi libri di Pier Carlo Masini,‭ ‬che però si interrompono agli inizi del‭ ‘‬900.‭
Credo che in generale la storiografia sull’anarchismo abbia pagato un debito nei confronti dell’egemonia marxista su questo tipo di studi e sulla storia del movimento operaio‭; ‬credo,‭ ‬d’altra parte,‭ ‬che non ci sia da fare eccessivo vittimismo su questo.‭ ‬Nel passato ci sono state eccezioni virtuose‭ (‬i libri già citati di Pier Carlo Masini,‭ ‬ma anche altri‭)‬:‭ ‬pensiamo alla prima stagione della rivista‭ ‬Movimento Operaio‭; ‬inoltre,‭ ‬a partire circa dagli anni‭ ‬2000,‭ ‬si è aperta una nuova stagione della storiografia dell’anarchismo,‭ ‬una stagione che ha preso le mosse dall’edizione del‭ ‬Dizionario Biografico degli Anarchici Italiani a cura della Biblioteca Franco Serantini,‭ ‬che poi ha di fatto dato il via a tutta una serie di altri studi a riguardo.‭ ‬Credo davvero ci sia stata una svolta anche grazie al contributo di diversi storici,‭ ‬tra cui anche alcuni giovani che,‭ ‬pur spesso in un contesto di precarietà,‭ ‬cercano di lavorare in maniera innovativa e scientifica su questo tema.
Perché,‭ ‬rispetto alla storia del movimento anarchico,‭ ‬è importante assumere una prospettiva di tipo storico e non solamente teorico‭? ‬Che cosa ci permette di vedere questa prospettiva‭?
Quando mi guardo attorno io non so fare altro se non ricercare i perché relativi a quello che vedo e i perché io li ritrovo anche e soprattutto nella storia.‭
Nella mia formazione,‭ ‬anche pratica,‭ ‬lo studio della storia è andato di pari passo con quello dell’attualità politica e della filosofia.‭ ‬Rappresenta,‭ ‬quindi,‭ ‬uno degli strumenti che utilizzo per provare a interpretare la realtà.‭ ‬Lo studio della storia,‭ ‬da un mio punto di vista personalissimo,‭ ‬nasce dall’esigenza di indagare,‭ ‬di provare a comprendere e quindi di trasformare il presente.
D’altra parte io metto in guardia dall’individuare un rapporto diretto tra la storia e l’attualità:‭ ‬ho da sempre molti dubbi sul fatto che la storia possa essere‭ ‬magistra vitae.‭ ‬Di certo la storia ci fornisce degli strumenti di interpretazione delle condizioni ideali,‭ ‬sociali,‭ ‬materiali dell’epoca passata e ci può dare alcuni elementi per una lettura di lungo periodo.‭ ‬Bisogna stare molto attenti,‭ ‬però,‭ ‬ad applicare categorie e soluzioni del passato al panorama attuale perché il quadro è sicuramente più complesso.‭
Nella tua ricerca hai avuto delle difficoltà di tipo metodologico‭? ‬Considerata l’estrema multiformità del movimento anarchico,‭ ‬ritieni sia necessario un approccio diverso rispetto a quello utilizzato per lo studio di altri movimenti politici‭?
Hai detto bene,‭ ‬multiformità‭! ‬Anzitutto questo lavoro non sarebbe stato possibile senza uno studio decennale di questi argomenti.‭ ‬Il momento della scrittura mi ha preso circa due anni,‭ ‬ma gli anni precedenti li ho passati a studiare e,‭ ‬molti di questi,‭ ‬a lavorare in archivio.‭ ‬Importante è stato il lavoro come archivista‭ – ‬con un infimo salario‭ – ‬presso l’Istituto di storia sociale di Amsterdam,‭ ‬dove ho potuto mettere a posto tra i‭ ‬20‭ ‬e i‭ ‬25‭ ‬metri lineari di documentazione sul movimento anarchico internazionale novecentesco raccolta nel Fondo Ugo Fedeli.‭ ‬Anche gli studi universitari sono stati importanti,‭ ‬all’epoca facevo il dottorato all’Orientale di Napoli,‭ ‬però qualcosa di non comparabile con l’entrare fisicamente in un archivio.‭ ‬Molteplicità:‭ ‬fare la storia del movimento anarchico è difficile,‭ ‬io credo si debbano affiancare molti tipi e tipologie e letture della storia.‭ ‬È necessario sovrapporre letture biografiche a letture di storia sociale,‭ ‬a letture di storia economica,‭ ‬di antropologia‭… ‬probabilmente non saprei nemmeno elencarle tutte.‭ ‬Bisogna ricercare un metodo che si faccia forza di diverse abilità.‭
In particolare per questo lavoro cosa ho dovuto fare‭? ‬Ho dovuto avere conoscenza di gran parte della letteratura secondaria e quindi delle storie locali:‭ ‬le storie regionali e le storie sociali particolari da cui sono emersi gli anarchici e il ruolo del movimento anarchico‭; ‬a queste ho dovuto‭ “‬sommare‭” ‬le fonti d’archivio,‭ ‬ovvero gli archivi dei singoli militanti‭; ‬ancora i giornali,‭ ‬le fonti periodiche,‭ ‬la stampa e i documenti di polizia.‭ ‬A queste ho unito alcune fonti orali e probabilmente non ho ancora terminato di elencare tutte le fonti che ho utilizzato.‭
È stato necessario considerare tutte queste tipologie di fonti e utilizzarle in maniera comparata,‭ ‬mettendole a confronto per poi indagare intrecci e riscontri.‭ ‬Certo,‭ ‬fare la storia del movimento anarchico è tutt’altro che fare la storia di un partito.
Per ricostruire la storia dell’anarchismo è necessario fare riferimento alle singole biografie dei militanti.‭ ‬Che cosa ci suggerisce questo dettaglio del movimento anarchico rispetto ad altri movimenti,‭ ‬dove questa dimensione individuale viene meno‭?
Ci dice,‭ ‬ad esempio,‭ ‬che gli studi sull’anarchismo si sono trovati più preparati di altri davanti a una svolta,‭ ‬compiutasi all’interno della storiografia degli ultimi decenni,‭ ‬che ha segnato l’emergere,‭ ‬nuovo rispetto al passato,‭ ‬delle storie individuali,‭ ‬di gruppi,‭ ‬di collettivi e di famiglie.‭ ‬Storie singole in questo senso.‭
Uno dei miei precedenti lavori è stata la ricostruzione della biografia di Ugo Fedeli,‭ ‬un importante militante.‭ ‬In quel caso ho capito come le biografie dei singoli militanti non fossero fini a sé stesse,‭ ‬per quanto estremamente interessanti,‭ ‬ma rappresentassero una lente attraverso cui cercare di delineare le caratteristiche di un movimento collettivo.‭ ‬Le singole biografie permettono di intravvedere la dimensione sociale di un movimento collettivo e anche di quello che ci sta attorno.‭ ‬Attraverso le carte dei singoli militanti abbiamo riscontro della loro personale visione,‭ ‬ma anche della visione del momento rispetto a quell’avvenimento politico o a quella fase sociale.‭ ‬In questo senso non penso sia possibile fare la storia dell’anarchismo senza avere presente le molte storie di vita dei singoli militanti,‭ ‬perché costituiscono un angolo di visuale,‭ ‬una chiave interpretativa fondamentale e ricchissima perché in grado di aprire infiniti rapporti.‭ ‬Pensiamo,‭ ‬ad esempio,‭ ‬ai rapporti tra singoli militanti non solo all’interno dello stesso movimento,‭ ‬ma anche tra militanti di aree diverse‭; ‬questa considerazione apre una serie di riflessioni sulle relazioni tra i militanti di base in generale.‭ ‬Sarebbe interessante poter ricostruire l’intero ambiente sovversivo,‭ ‬fatto di materialità,‭ ‬di luoghi,‭ ‬di persone e di idee di fondo che militanti di diverse aree politiche condivisero.‭ ‬Questo rapporto fu evidente in particolare nell’Ottocento,‭ ‬ma ancora e soprattutto nei primi decenni del Novecento.
Rispetto alla pratica del movimento,‭ ‬come è stato possibile reggere un equilibrio fra la tensione individuale e la dimensione collettiva‭?
È difficile rispondere.‭ ‬Da una parte si potrebbe dire che l’anarchismo non ha mai cessato di riflettere sul rapporto tra individuo e collettivo,‭ ‬cioè tra individualismo da una parte e organizzazione dall’altra.‭ ‬Credo,‭ ‬però,‭ ‬che la ricchezza dell’anarchismo risieda soprattutto nell’essere un movimento di individui‭; ‬ciò significa che la dimensione etica,‭ ‬al suo interno,‭ ‬diventa irriducibile.‭ ‬Per raggiungere i nostri obiettivi non possiamo scavalcare la dimensione individuale,‭ ‬perché questa,‭ ‬nella valorizzazione della libertà di ognuno,‭ ‬diventa un mattone nella lunga e difficile strada per costruire qualcosa d’altro.‭
Potrebbe esserci,‭ ‬inoltre,‭ ‬una doppia risposta alla tua domanda:‭ ‬una risposta critica nei confronti dell’anarchismo direbbe che esso non ha mai risolto la contraddizione tra individuo e organizzazione‭; ‬una risposta più interessante,‭ ‬di altro segno,‭ ‬potrebbe essere che la cifra caratteristica dell’anarchismo è quella di costruirsi come movimento sociale sulla base sull’assunto innegabile della valorizzazione della libertà dell’individuo,‭ ‬che è un assunto innanzitutto etico.
Se volessimo tracciare un bilancio generale,‭ ‬qual è il contributo che il movimento anarchico italiano ha dato al paese,‭ ‬in termini politici e sociali,‭ ‬e nella costruzione di un immaginario altro‭?
In altri tempi questo immaginario era molto più forte e più presente negli strati popolari,‭ ‬un immaginario sovversivo se non propriamente anarchico.‭
Questo immaginario è stato piallato prima dal fascismo e poi,‭ ‬nel secondo dopoguerra,‭ ‬dalla gerarchia di partito.‭ ‬Credo però che in maniera carsica esso sia rimasto e l’anarchismo e l’anarchico si siano mantenuti quali simboli della rivolta possibile.‭ ‬Non ho mai considerato in maniera troppo negativa quando media e opinione pubblica associano la parola anarchico al rivoltoso,‭ ‬al ribelle.‭ ‬Credo che la ribellione sia una dimensione fondamentale nella costruzione di un altro immaginario e che il contributo dell’anarchismo sia stato quello di provare a mantenere vivo questo immaginario e di cercare di metterlo in pratica il più possibile,‭ ‬anche attraverso sperimentazioni parziali.‭ ‬Questo immaginario altro corrisponde a un vivere altro,‭ ‬un vivere in maniera emancipata senza sfruttamento e senza imposizioni autoritarie,‭ ‬statuali o meno.
Cito dal tuo libro:‭ “‬Rimane la questione centrale della politica:‭ ‬l’anarchismo è il movimento che più ha provato ad assumere la politica in chiave etica‭”‬.‭ ‬Che cosa vuol dire‭?
Vuol dire questo:‭ ‬se risaliamo alla nascita dell’anarchismo,‭ ‬in particolare alla fondazione della cosiddetta internazionale antiautoritaria dopo la scissione con l’internazionale marxista,‭ ‬vediamo che un assunto centrale per l’anarchismo è la negazione della politica.‭ ‬Questa definizione può essere intesa in varie maniere e forse per questo rimane ambigua‭; ‬è chiaro che la politica implica una dimensione di decisione quindi una necessaria imposizione della decisione su qualcuno,‭ ‬su un corpo sociale che non può decidere.‭ ‬Implica decisione da una parte ed obbedienza dall’altra‭ (‬o punizione in caso di mancata obbedienza‭)‬.‭ ‬Ricordo un manifesto recente di alcuni compagni che diceva:‭ “‬L’anarchismo:‭ ‬tutto un altro modo di fare politica‭”‬.‭ ‬Anche questa definizione è un po‭’ ‬delicata,‭ ‬ma di certo sarebbe altrettanto problematico un manifesto che si rifacesse all’anarchismo come antipolitica.‭ ‬Io credo che potremmo utilizzare il termine a-politico in riferimento al movimento anarchico,‭ ‬intendendo che la sfera decisionale non debba essere impositiva.‭ ‬Questo fa riferimento ad una tensione utopica poiché implica che la preponderanza venga data al momento sociale,‭ ‬in cui la società o parti di essa decidano di per sé,‭ ‬senza delegare ad un organo esterno‭ (‬quale ad esempio è sempre stato il governo‭)‬.‭ ‬Questo è senza dubbio un tema da sviscerare.‭
Credo che il movimento anarchico,‭ ‬quale movimento politico se vogliamo,‭ ‬sia quello che maggiormente ha negato questo carattere della politica,‭ ‬in nome di una dimensione sociale ed etica,‭ ‬quindi di una dimensione di emancipazione sociale e collettiva in cui è fondamentale l’irriducibilità dell’autonomia,‭ ‬dell’indipendenza dell’individuo.
Credo che questo sia un punto centrale ma obiettivamente di difficile spiegazione:‭ ‬ci sono molti compagni teorici che riflettono sull’assenza di scienza politica nell’anarchismo.‭ ‬Ritengo che questa assenza implichi una ricchezza,‭ ‬sia ciò che permette all’anarchismo contemporaneo,‭ ‬e che ha permesso a quello storico,‭ ‬di ridefinirsi e di provare a mutare pelle continuamente stante alcuni principi di base.‭
Il sottotitolo del tuo libro recita:‭ “‬Per una storia dell’anarchismo italiano‭”‬.‭ ‬Quali sono le altre possibili narrazioni di questa storia‭?
Sono molte.‭ ‬La prima che mi viene in mente e la più importante è quella di una storia dell’anarchismo non in Italia ma italiano,‭ ‬di lingua italiana e quindi presente anche al di fuori del paese.‭
Inoltre,‭ ‬per realizzare un libro ancora più completo,‭ ‬bisognerebbe essere in grado di considerare tutta la dimensione dell’esilio e dell’insediamento altrove.‭ ‬Moltissimi sono gli insediamenti anarchici in Sud America,‭ ‬in Nord America,‭ ‬in Australia,‭ ‬in Nord Africa,‭ ‬in Europa.‭ ‬Questa sarebbe ancora un’altra storia,‭ ‬una storia dell’anarchismo italiano da intendersi di lingua italiana.‭ ‬Se vediamo i periodici,‭ ‬che rappresentano uno strumento fondamentale per indagare questo tipo di storia,‭ ‬e consideriamo i giornali editi in Italia,‭ ‬ci rendiamo conto che ce ne sono quasi altrettanti editi fuori d’Italia in lingua italiana.‭
Altre ancora sarebbero le storie possibili‭; ‬quella che ho raccontato io è la storia dal mio punto di vista,‭ ‬che ritengo personale e non certamente esaustiva.‭
Gli anarchici sono stati spesso accusati di essere al di fuori della società e quindi in qualche modo in ritardo rispetto ad essa.‭ ‬Mi sembra invece che,‭ ‬molto spesso,‭ ‬essi siano stati in anticipo sui tempi.
Questa impressione l’ho avuta nei primi anni della mia militanza.‭ ‬Avevo la sensazione netta di essere fuori dal dibattito politico‭ (‬si era nella fase di Genova‭ ‬2001‭)‬,‭ ‬poiché l’opinione pubblica continuava ad occuparsi di altri soggetti politici e sociali.‭ ‬Questo dava a me,‭ ‬molto giovane,‭ ‬una certa frustrazione,‭ ‬e mi faceva dire:‭ “‬Sì,‭ ‬siamo in ritardo‭”‬.‭ ‬Oggi non credo sia così:‭ ‬in ritardo a volte,‭ ‬su alcune cose,‭ ‬in anticipo su molte altre.‭
È difficile esserlo per gli anarchici,‭ ‬proprio per la loro refrattarietà rispetto all’ordine costituito‭; ‬non siamo mai in sintonia rispetto all’ordine in cui siamo costretti a provare a vivere perché,‭ ‬certamente,‭ ‬non siamo obbedienti.‭ ‬Questa è una considerazione più da militante,‭ ‬che da storico,‭ ‬ma credo che sia sensato ribaltare quest’accusa mossa spesso contro anarchici,‭ ‬dicendo che se andiamo a vedere molte questioni,‭ ‬ad esempio al metodo autogestionario,‭ ‬al metodo orizzontale e assembleare,‭ ‬a tutti i vari caratteri del metodo anarchico,‭ ‬probabilmente siamo stati in anticipo rispetto ad alcune tendenze più larghe.
a cura di Silvia Antonelli
 

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