La voragine del profitto

Niscemi è una cittadina di 25.000 abitanti passata alla cronaca negli ultimi anni non tanto per essere la capitale del carciofo violetto, ma per la costruzione nel suo territorio della base militare MUOS (NRTF) della US Navy. La cittadina sita nel cuore della Sicilia sud orientale, ai margini della piana di Gela, è situata su una collina di argille del miocene ricoperta da un ampio mantello di sabbie, segnata da numerose frane molto antiche e recenti.

Domenica 25 gennaio è iniziato in modo inarrestabile un movimento franoso con un fronte esteso per circa 4 chilometri, che in alcuni punti raggiunge la profondità anche di 50 metri. Tutta l’area che costeggia la frana è stata dichiarata zona rossa per una profondità di 150 metri e sgomberata dagli abitanti. Si prevede l’evacuazione di almeno 4000 abitanti dalla cittadina nissena.

Il movimento franoso è generato da una frana di grandi dimensioni, in una zona a elevato rischio e già fragile dal punto di vista idrogeologico (una frana più piccola era già avvenuta il 16 gennaio).

Il fenomeno franoso è stato preceduto dal 19 al 21 gennaio dal ciclone “Harry”, che ha devastato le coste della Sicilia, soprattutto sul versante ionico e sud orientale. Il ciclone ha scaricato centinaia di millimetri di pioggia in 48–72 ore, associati ad un fortissimo vento di scirocco. C’è una diretta correlazione fra la riattivazione del corpo di frana e la straordinaria ricarica idrica dei suoli e la pressione interstiziale aumentata nelle unità argillose di Niscemi che faticano a drenare, facendo crescere le falde superficiali.

Quello che si è generato è stata una una frana a scorrimento, una rottura sotterranea nel pendio a margine del paese che ha separato due strati di rocce, la superiore delle quali è scivolata su quella sottostante spinta dal peso dell’acqua accumulata dalle forti piogge, con la separazione tra i due strati lubrificata da quella stessa acqua. Una frana a scorrimento può durare secoli, elemento essenziale è l’acqua su terreni incoerenti, associato alla pendenza e alla gravità.

Le frane come quella di Niscemi si posso contrastare solo con la prevenzione e la gestione del territorio, destinando adeguati fondi per mitigare il rischio.

Si sa da tempo che Niscemi è in pericolo frana. Da almeno 236 anni la gente del posto sa di come fosse stato un errore costruire la cittadina sui colli argillosi che dominano Gela.

L’archeologo e naturalista Saverio Landolina Nava lo ricorda in un suo libro del 1792 intitolato “Relazione Della Rivoluzione Accaduta in Marzo 1790 Nelle Terre Vicine A S. Maria Di Niscemi Nel Val Di Noto”. Saverio Landolina Nava ci racconta che il 19 marzo 1790 «il lato opposto al pendio della montagna si sollevò in un piano e unitosi al pendio abbassato coll’altro lato formò li due piani inclinati che ora si vedono». Una storia apocalittica di una frana vecchia duecento anni.

Ma non occorre andare al 1790 per avere coscienza del pericolo franoso: domenica 12 ottobre 1997 Niscemi fu interessata da una estesa frana. In due quartieri si vide la terra alzarsi come se fosse sollevata da una forza immensa e gli alberi d’ulivo sradicarsi come fuscelli. Pezzi del paese si staccarono pian piano a gradoni. Ci furono ingenti danni e mille persone furono evacuate. Le cronache di trent’anni fa ci raccontano come tutt’intorno il suolo sprofondi, le case si sgretolino, restino in aria scheletri di cemento e muri costruiti con conci di tufo.

I residenti di Niscemi denunciano decenni di inerzia istituzionale nel prevenire il rischio frana. Il responsabile della protezione civile siciliana già nel 1997 dichiarò in modo lapidario: «che il paese era stato costruito nel posto sbagliato e che c’erano cose da fare con assoluta urgenza. Primo: allontanare gli abitanti che vivevano nelle aree più pericolose esposte alla frana. Secondo: costruire un sistema fognario e di deflusso delle acque bianche e nere in modo che, in caso di piogge torrenziali, il terreno non si impregnasse come una spugna».

Passata l’emergenza si bloccò tutto e calò l’oblio. I buoni propositi finirono.

Quindi, senza scomodare Saverio Landolina Nava, il fenomeno franoso di Niscemi è noto da almeno trent’anni. Domenica 25 gennaio la frana si è riattivata perché era già attiva e perché si sono sommate condizioni particolari, come le precipitazioni intense, che hanno portato al crollo di un costone dello sperone di roccia sabbiosa e arenacea su cui è costruita la cittadina.

Diverse abitazioni dovevano essere abbattute, si dovevano costruire nuovi alloggi, infrastrutture in zone sicure, canali di drenaggio e di scolo, ma nonostante lo stanziamento di milioni di euro le autorità comunali, regionali e statali per anni non hanno fatto nulla per fronteggiare una situazione di pericolo ben conosciuta.

Nulla è stato fatto neanche dopo l’aggiornamento del Piano di Assetto Idrogeologico (PAI) del 2022 che con precisione quasi profetica descrive i rischi del versante occidentale della collina di Niscemi. Il documento parla chiaro di “processi morfologici intensi”, “forte attività erosiva”, “movimenti ancora attivi”. In pratica, una frattura annunciata, un rischio concreto e in evoluzione.

Oggi occorre realizzare infrastrutture sicure e attuare un programma di ricollocazione delle persone evacuate – a spese naturalmente pubbliche – in nuovi edifici e in alloggi liberi già esistenti: un piano che preveda la garanzia di poter avere una nuova casa sicura a tutti coloro i quali non potranno rientrare nelle loro abitazioni.

Solo per gli effetti del ciclone Harry si calcolano già due miliardi di danni ed è ridicola la cifra di 100 milioni stanziata dal governo Meloni. Vanno immediatamente dirottati sull’emergenza idrogeologica i 3,5 miliardi di euro già spostati dal faraonico progetto del ponte sullo Stretto sul ZES (Zona economica speciale per il Mezzogiorno), sottraendoli alle fameliche clientele mafiose foraggiate dal governo nazionale, dando così risposte immediate e concrete ai territori colpiti.

Da troppo tempo in modo criminale è mancata la pianificazione territoriale, mentre c’è stata la tolleranza verso costruzioni in aree pericolose e l’abusivismo è andato avanti con i condoni. Si è costruito troppo e male su un territorio fragile. La speculazione e il profitto hanno preso il posto della prevenzione. Negli stessi anni in cui i progetti di consolidamento della frana finivano nel dimenticatoio, le parabole NRTF (MUOS) della US Navy ottenevano tutte le autorizzazioni necessarie, nonostante si trovino nella riserva naturale della Sughereta.

La fragilità negata del suolo si manifesta sotto forma di dissesto, come effetto concreto della speculazione affaristico mafiosa e di un modello che ha imposto opere militari in aree inadatte, modificato assetti del suolo e regimi di drenaggio, favorito espansioni edilizie disordinate e rinviato sistematicamente interventi strutturali di messa in sicurezza. Studi, perizie, osservazioni tecniche indicano l’incompatibilità palese tra la fragilità geologica e idrogeologica del territorio niscemese con la presenza di infrastrutture militari di grandi dimensioni come il MUOS. All’interno della base americana è nato un problema simile a quello che colpisce l’intero paese, i fenomeni erosivi hanno interessato la zona sud della base dove è localizzata l’area antenne.

In Sicilia, nonostante l’evidente sconquasso ambientale, si continua a investire in infrastrutture militari e in grandi opere spesso inutili o addirittura dannose. Il MUOS e il ponte sullo stretto ne sono un chiaro esempio.

Serve il controllo popolare dal basso per la messa in sicurezza e il risanamento idrogeologico sostenibile e naturalistico del territorio niscemese. Serve un piano straordinario, concordato e controllato dalla popolazione, per la ricostruzione. Servono verifiche geologiche e idrogeologiche indipendenti su tutta l’area, inclusa la base americana MUOS.

Non servono cifre astronomiche, serve cambiare approccio per la gestione del territorio, dell’ambiente e per la sicurezza degli abitanti di Niscemi.

Renato Franzitta

Related posts