La dottrina della guerra rivoluzionaria. Una tecnica del dominio

La dottrina della guerra rivoluzionaria si sviluppa in Francia nella seconda metà del secolo scorso, fra la sconfitta nella guerra d’Indocina e quella nella guerra d’Algeria. Sarà il colonnello Charles Lacheroy a svilupparla compiutamente, insieme ad altri alti ufficiali delle forze armate francesi che ne tratteranno i vari aspetti.

Lacheroy conoscerà una carriera fulminante, sotto la protezione del ministro della difesa radical socialista Maurice Bourgès-Maunoury, che nel 1957 diverrà presidente del consiglio. Nel 1956 il colonnello viene chiamato a guidare il sevizio di azione psicologica e di in formazione all’interno del ministero della Difesa.

Questa nuova dottrina sostiene che obiettivo della guerra non è la semplice superiorità militare, ma la difesa dell’ordinamento sociale, delle istituzioni, del governo; l’azione militare quindi deve essere capace di riconquistare le popolazioni cadute preda della sovversione.

Già verso la fine della guerra d’Indocina l’esercito francese aveva tentato nuove strade per ribaltare la situazione, che però arrivarono in ritardo mentre si stava già delineando la disfatta.

La sconfitta e l’elaborazione di Lacheroy avrebbero spinto la Francia a teorizzare i metodi controinsurrezionali, raccolti nella dottrina della guerra rivoluzionaria, basata sull’azione psicologica.

Già durante la prima guerra mondiale si era assistito ad un primo abbozzo di guerra psicologica, a partire dalle teorie sulla propaganda bellica. Il tema fu sviluppato in Germania, nel laboratorio psicologico del ministero della Guerra, in vista della preparazione del polo tedesco alla nuova guerra mondiale e negli Stati Uniti dove, dopo la fine della guerra. Le operazioni clandestine e di offesa erano state affidate alla neonata CIA (Central Intelligence Agency), mentre quelle di propaganda e di penetrazione nei mezzi di comunicazione stranieri all’USIA (United States Information Agency). Successivamente, durante il secondo mandato di Harry Truman, il termine guerra psicologica fu sostituito con psyops (operazioni psicologiche).

La Francia fu tuttavia il paese dove le operazioni psicologiche si svilupparono maggiormente, in concomitanza con l’affermarsi della nuova dottrina nelle alte sfere delle forze armate. Nel 1953 fu creato il primo organismo dedicato alla guerra psicologica, successivamente elementi della riflessione di Lacheroy saranno incorporati nel Manuale d’istruzioni dell’ufficiale d’informazioni in Algeria. Il concetto alla base del manuale era il carattere manipolabile delle masse, esposte a divenire preda di astuti agitatori, capaci di penetrare in esse come una neoplasia, una sorta di cancro sociale. L’Algeria divenne quindi per il governo francese non una battaglia di retroguardia, volta a mantenere il decrepito impero coloniale, ma il terreno di applicazione della nuova dottrina.

Nel 1957 il generale Paul Ély, capo di stato maggiore delle forze armate francesi, emana l’Istruzione provvisoria sull’impiego dell’arma psicologica. Secondo questa Istruzione, l’arma psicologica consente di ottenere vittorie reali limitando e localizzando l’uso della violenza; lo scenario di applicazione è completamente diverso da quello tradizionale: viene eliminata la separazione fra tempo di guerra e tempo di pace, fra belligeranti e no, con essa il conflitto è portato ovunque, fin dentro i cervelli e le volontà dei singoli. In particolare la guerra psicologica è destinata a colpire i nemici, mentre l’azione psicologica è rivolta agli alleati o alle potenze neutrali.

L’originale elaborazione di Lacheroy viene arricchita e precisata in diversi scritti di altri ufficiali francesi. Nel dibattito che si sviluppa la guerra rivoluzionaria non è solo una tecnica contro insurrezionale, si tratta di una visione del mondo, di una fede che ha lo scopo di affascinare e entusiasmare le masse. Particolarmente significativa l’elaborazione di Roger Trinquier, che auspica la fusione tra esercito e nazione; secondo la sua elaborazione, solo un esercito che raccolgiesse tutti i figli sani della nazione può ottenere quell’unità indissolubile, indispensabile per la salvezza delle libertà.

Il riferimento teorico di questa dottrina sarà quello dell’integralismo cattolico, che assicurava un preciso riferimento ai valori della civiltà occidentale: i maggiori teorici della dottrina della guerra rivoluzionaria facevano riferimento alla “Cité catolique”, un gruppo doi estrema destra fondato nel 1946 da Jean Ousset, a sua volta segretario di Charles Maurras, capo dell’Action française, il movimento monarchico e fascista che tentò un colpo di Stato ne 1934. La Citè catholique era composta da un piccolo nucleo di militanti, ma assai motivati e radicati nelle Grandes écoles, quelle che ancora oggi formano la classe dirigente, e nelle forze armate, in particolare nella cavalleria e nella marina, settori tradizionalmente legittimisti. L’impostazione della Cité catholique rappresentava il quadro di riferimento della nuova dottrina, nella misura in cui il gruppo di estrema destra individuava nella sovversione la radice di ogni male e il nemico della civiltà. La sovversione treva origine dalla Rivoluzione francese; non a caso il periodico dell’organizzazione, “Verbe”, si definiva organo di formazione civica per la controrivoluzione.

Negli ambienti cattolici legati alle gerarchie militari, ad esempio, la pratica della tortura in Algeria veniva ritenuta meritevole di assoluzione sulla base del pensiero di Aristotele, Tommaso d’Aquino e Agostino di Ippona. Louis Delarue, cappellano di un’unità impiegata in Algeria affermava che era necessario scegliere fra due mali, e far soffrire temporaneamente un bandito meritevole di pena di morte era quello minore.

Verso il colpo di Stato

Il radicalizzarsi della situazione in Algeria da una parte, la costituzione dei quinti uffici nella struttura delle forze armate, uffici che curavano le operazioni psicologiche, portarono diritti al colpo di Stato.

Nel 1958 circa ventimila pieds-noirs, nomignolo che designava i francesi d’Algeria, manifestarono davanti al palazzo del Governo di Algeri con lo slogan “l’esercito al potere!” Il comandate del corpo di armata di Algeri, generale Massu, organizzò un comitato di salute pubblica con Lacheroy e Trinquier, un altro dei teorici della “guerra Rivoluzionaria”. Intanto la divisione paracadusti si spostava dall’Algeria alla Corsica minacciando, insieme ad altri reparti militari, la stessa Parigi.

La crisi si risolse quando L’Assemblea nazionale decise di affidare a Charles De Gaulle, il capo della Francia libera durante la seconda guerra mondiale, i pieni poteri. De Gaulle accettò l’incarico, a condizione che la costituzione fosse modificata in senso presidenziale. La Quarta repubblica era stata abbattuta da un colpo di Stato militare.

Quando poi De Gaulle deluse le aspettative dei coloni e dei militari oltranzisti, dichiarando di voler concedere l’autodeterminazione all’Algeria, ad Algeri fu tentato un altro colpo di Stato, che fallì di fronte alla determinazione di De Gaulle. Alcuni ufficiali furono arrestati, altri furono trasferiti, mentre gli uffici di azione psicologica furono aboliti dopo che si erano dimostrati centri di potere autonomo. Un nuovo colpo di Stato sarà tentato da un gruppo di potenti generali, fra cui Raoul Salan (1961) che avevavo giurato, su istigazione di Lacheroy, ad impegnari a fondo affinché la Francia conservasse il dominio su Algeri.

Il putsch fu sconfitto, ma alcuni dei generali si raccolsero attorno ad un’assoiazione creata pochi mesi prima a Madrid, sotto la protezione del governo fascista di Franco, l’OAS (Organisation armée secrète). La formazione si ispirava all’ideologia della guerra rivoluzionaria e alle elaborazioni della Cité catholique, ed aveva come slogan “Algria francese o morte”. Provocò in quindici mesi circa 1500 morti con attentati terroristici di inaudita ferocia. Alla notizia degli accordi di Evian tra il governo francese e il Fronte di liberazione algerino, l’OAS decise di assassinare De Gaulle. Questo ultimo colpo di coda fallì e l’organizzazione si disperse.

Le teorie della guerra rivoluzionaria e i principali rappresentanti, compresi gli esponenti della Citè catholique, troveranno ospitalità e campo di applicazione delle loro teorie presso i regimi golpisti dell’America Latina.

Conclusioni

Il superamento della divisione tra guerra interna e guerra esterna non è quindi solo un elemento della critica del militarismo, è un aspetto portante della dottrina militare del controllo sociale. La presenza pervasiva del militarismo nella società non ha solo ragioni economiche, legate all’industria bellica o alla concorrenza internazionale. Le forze armate si considerano l’ultimo baluardo contro la disgregazione sociale, l’ultima difesa dell’ordinamento esistente. In realtà è l’ordinamento esistente, la logica del profitto e i rapporti di dominio che rendono instabile e disgregano la società. La dottrina della guerra rivoluzionaria si esplica alla fine in una continua azione di rappresaglia, tnto più violenta e sanguinosa quanto più incapace di fermare le forze della trasformazione e del progresso sociale.

Tiziano Antonelli

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