Sono già troppe le morti causate dal confitto tra USA e Israele da una parte ed Iran dall’altra.
La situazione è ancora in divenire ed aperta ad ogni possibile soluzione. Per questo è importante discutere e confrontarsi, soprattutto rispetto all’azione del governo italiano e dell’Unione Europea.
La narrazione predominante, da questo punto di vista, è che l’intervento avrebbe l’obiettivo di provocare il crollo della repubblica islamica.
L’idea che la guerra e l’occupazione militare straniera sia la condizione peggiore in cui avviare un processo rivoluzionario è convinzione ormai maturata da tempo all’interno del movimento anarchico, almeno fin da quando, da posizioni diverse, Mussolini e Lenin parlavano di trasformare la guerra imperialista in guerra rivoluzionaria. Oggi la possibilità di aprire una crisi che spiani la strada alla rivoluzione proletaria in Iran è vista con particolare preoccupazione dai governi che si affacciano sul Golfo Persico. Credo che bisognerebbe riflettere sul carattere dell’intervento degli USA e di Israele, intervento volto a bloccare questa crisi, sia imponendo un cambio di regime sia favorendo con l’aggressione un rafforzamento della Repubblica Islamica. Se queste considerazioni corrispondono a verità, ci troviamo di fronte ad un intervento effettuato contro le masse in rivolta.
Il governo italiano e gli altri governi dell’Unione Europea si sono accodati alla narrazione di USA e Israele, esaltando la possibilità del cambio di regime.
Nella riunione di emergenza del governo italiano del 28 febbraio viene assunta una posizione molto pericolosa, perché ai capi degli stati del Golfo Persico Giorgia Meloni “ha espresso la vicinanza del Governo italiano e la condanna degli ingiustificabili attacchi subiti dalle loro Nazioni” senza parlare minimamente dell’aggressione subita dall’Iran. Questa presa di posizione è pericolosa perché rilancia la narrazione che attribuisce all’Iran la responsabilità dello scoppio della guerra in corso che, nella narrazione occidentale, avrebbe scopo difensivo. La posizione del Governo è inoltre pericolosa, vista la presenza, nell’area, di truppe italiane che potrebbero essere chiamate ad un’azione “difensiva” degli stati del Golfo. Solo tra Iraq e Kuwait sono presenti mille soldati italiani, divisi tra la base di Erbil, in Iraq, e Ali-al-Salem in Kuwait. La gravità della situazione è segnalata dal fatto che già il 1° marzo l’Iran ha attaccato la base di Ali-al-Salem che ospita 13500 militari USA.
Coerentemente con i nostri principi internazionalisti ed antimilitaristi, è importante agitare l’obiettivo del ritiro immediato delle truppe italiane dal Golfo Persico e dal Mar Rosso. Innanzitutto per la salvaguardia della popolazione. Ma sono anche convinto che la possibilità di un’evoluzione in senso rivoluzionario della situazione iraniana non possa che essere agevolata dalla cessazione delle ostilità e dal ritiro di tutte le truppe di occupazione dall’area del Golfo Persico e del Mar Rosso.
Tiziano Antonelli