Geopolitica delle macerie

Ogni guerra ha bisogno di una parola nobile che la preceda.

Questa volta la parola scelta è “liberazione”.

L’attacco di Stati Uniti d’America e Israele contro l’Iran viene confezionato come un atto morale, quasi terapeutico: colpire per salvare, bombardare per emancipare. È una formula già sperimentata, e ogni volta il risultato è lo stesso: instabilità, radicalizzazione, nuove fratture che si aggiungono alle vecchie.

La pace non nasce dall’escalation militare, così come la democrazia non si impone con i droni né la libertà può essere sganciata dall’alto insieme agli ordigni o seminando morte. Cambiare il nome alla guerra non la rende meno guerra, e le macerie non fondano repubbliche.

Chi oggi parla di “liberazione” dovrebbe misurare il peso delle proprie parole con ciò che accade a Gaza. Su Benjamin Netanyahu il Procuratore della Corte Penale Internazionale ha richiesto un mandato di arresto con l’accusa di crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Davanti alla Corte Internazionale di Giustizia è pendente un procedimento che riguarda la responsabilità dello Stato di Israele ai sensi della Convenzione sul genocidio. Non è un dettaglio giuridico: è il contesto politico dentro cui risuona la parola “liberazione”.

Anche negli Stati Uniti il richiamo morale appare fragile. Donald Trump è stato al centro di procedimenti giudiziari, controversie istituzionali e tensioni profonde con l’opposizione e con la stampa. Le sue politiche migratorie e l’uso dell’U.S. Immigration and Customs Enforcement (ICE) sono stati denunciati da ampi settori della società civile come strumenti di intimidazione e repressione del dissenso. E sullo sfondo restano relazioni e vicende giudiziarie che hanno lambito ambienti di potere statunitensi (e del suo intreccio economico e politico internazionale) a ricordare quanto sia rischioso brandire la superiorità morale come un’arma geopolitica.

Ma la questione non è solo morale: è materiale.

Colpire l’Iran comporta incendiare una regione che rappresenta uno snodo strategico per il commercio tra Est e Ovest, per l’energia e per gli equilibri globali. Pensare che un’escalation di tale portata possa restare confinata a un solo Paese o limitarsi alla regione del Vicino Oriente è un’illusione pericolosa. Non esiste nulla che possa fermare le onde d’urto economiche e politiche alle frontiere.

E mentre si evocano diritti e libertà, si muovono infrastrutture e mezzi militari. Anche dal nostro territorio.

In Sicilia, il MUOS di Niscemi e la Naval Air Station Sigonella sono nodi centrali della rete di comunicazione e proiezione militare statunitense nel Mediterraneo e oltre. Se queste strutture vengono utilizzate per sostenere operazioni contro l’Iran, l’Italia non è un osservatore neutrale: è parte della catena operativa.

Il governo guidato da Giorgia Meloni, con Matteo Salvini e Antonio Tajani, continua a parlare di sovranità nazionale mentre consente che il territorio diventi piattaforma logistica di strategie decise altrove. La sovranità evocata nei comizi si dissolve quando si accendono i radar, rombano i motori di jet e droni e si attivano le basi per rendere possibili i bombardamenti.

Come movimento No MUOS diciamo che la guerra non è uno strumento di emancipazione, che Gaza non può essere rimossa dal discorso pubblico mentre si parla di libertà altrove, e che il territorio italiano non può essere trasformato in retrovia permanente di conflitti che rischiano di allargarsi ben oltre la regione.

Rifiutiamo la visione che vorrebbe il Mediterraneo un corridoio di lancio per la guerra.

La Sicilia non è una pedana militare.

E la pace non è una parola da usare prima di premere un pulsante che smuove armate e uccide civili.

Movimento No Muos

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