Adriana Dadà: un ricordo

“Nella vulgata le fonti orali sono considerate fonti dell’ultima serie, e però vanno sempre più di moda. Nell’ambiente fiorentino, dove io ho appena iniziato un lavoro nei quartieri sui rapporti che si creano con i migranti delle varie comunità, arrivano gruppi di ricerca, anche nazionali, attivi sul territorio che dalla ex-Manifattura Tabacchi (oggi complesso Coworking, n. d. c.) la mattina partono in bicicletta, vanno in giro, incontrano le persone, fanno le interviste e alla fine della serata l’indagine è fatta. Bisogna denunziare queste cose che oggi fanno tendenza e snaturano il lavoro necessariamente lungo che noi facciamo, perché lavorare sulle fonti orali è faticoso e non sopporto più che si venga trattati così. Voi che siete giovani ditemi il vostro punto di vista. Io faccio battaglie su queste cose, perché i fondi vanno in questa direzione e fa venire rabbia, i fondi premiano l’immediatezza. Ossia, progetto veloce, risultato veloce, pago. Se il progetto, per avere risultati buoni, deve essere lungo non pago…” (trascrizione da YouTube: 2025, Firenze, Convegno AISO, Restituzione dibattito finale, intervento Adriana Dadà, a cura di Mario Spiganti).

Questo che ho riportato è forse l’ultimo intervento in un convegno scientifico di Adriana, collega storica e già docente all’Università di Firenze, attivista anarco-comunista di lungo corso e iscritta alla FLC-CGIL, deceduta il 28 gennaio scorso all’età di 78 anni. Il tema della diatriba, lapidariamente affrontato, le stava molto a cuore, e riguardava i meccanismi discriminatori e opportunistici prevalenti in un’accademia feudalizzata e incapace di valorizzare il lavoro in profondità e di lungo periodo necessario per acquisire competenze professionali. Nello specifico si trattava di formazione e finanziamento dei cosiddetti “gruppi nazionali di ricerca”. E il suo tono era quello battagliero di sempre.

Allieva di Gino Cerrito e custode del suo preziosissimo archivio, apparteneva a quella fitta schiera (ormai assottigliata) di storiche e storici dell’anarchismo italiano che, intorno ai trent’anni d’età – fra i decenni ’70 e ’80 del secolo passato – aveva esordito con opere tutt’oggi rimarcabili. Eravamo nell’epoca in cui vigeva ancora la cosiddetta storiografia delle appartenenze, e il suo volume: “L’anarchismo in Italia fra movimento e partito: storia e documenti dell’anarchismo italiano” (Teti, 1984) rimaneva un generoso tentativo di rivendicare per la narrazione delle vicende politiche del movimento libertario sul nostro paese uno spazio tutto proprio, magari da affiancare a quello di altre storiografie della sinistra. Con la svolta culturale degli anni ’90 i suoi interessi di ricerca volgevano altrove, in particolare alla storia sociale, di genere e dell’emigrazione. L’histoire événementielle tradizionale, basata in prevalenza sulle carte d’archivio e sul primato delle visuali politica e militare, era superata dalla ricerca sul campo, dai foci sulle dimensioni relazionale ed esperienziale, dall’attenzione all’agency individuale e alle storie di vita. Memorabili le sue ricerche sulle balie da latte e sulle “barsane” (venditrici ambulanti della Lunigiana, sua terra di origine).

Cara Adriana, in questi ultimi cinquant’anni non ci siamo frequentati molto, ma ricordo con nostalgia i nostri brevi scambi, spesso polemici, ma ricchi di umanità e mi faceva piacere il tuo interesse per i miei studi sulle correnti libertarie nel sindacato italiano nel secondo dopoguerra. Un pensiero affettuoso per chi ti ha voluto bene, ad Andrea e Michela.

Giorgio Sacchetti

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