Intervento anarchico sulla questione sanitaria

Umanità Nova – d’ora in poi UN: Ci racconti un po’ la storia del gruppo? Sembra nato da poco ma, in realtà, sappiamo che la sua storia potrebbe essere considerata ben più lunga…

Compagno del Gruppo Mastrogiovanni – d’ora in poi CM: In effetti, la sigla è giovane ma in realtà il gruppo affonda le sue radici nell’Organizzazione AnarcoComunista Napoletana – F.A.I. del 1982, un gruppo – all’epoca – di studenti e lavoratori quasi tutti giovani che intendeva riportare sul territorio napoletano la presenza attiva ed organizzata dell’anarchismo sociale. Per molti decenni ha operato nel napoletano lavorando sui vari aspetti della “questione sociale” – come si sarebbe detto un tempo – e dei suoi correlati come l’antimilitarismo, ecc. Poi ad un certo punto c’è stata la decisione di mutare il nome del gruppo in Gruppo Anarchico “Errico Malatesta” e, successivamente, in seguito ad una divisione interna, si è formato il Gruppo Anarchico “Francesco Mastrogiovanni” che raccoglie attualmente l’eredità della “storica” OACN-FAI.

UN: Come sempre, sappiamo che i gruppi federati hanno molti campi d’intervento e di conseguenza anche voi, siamo però adesso interessati al vostro interesse nei confronti della questione sanitaria.

CM: Ovviamente questo genere d’intervento è iniziato in maniera massiccia a partire dall’epidemia di COVID-19 ma, anche in questo caso, il tema era presente nelle discussioni del gruppo, soprattutto perché tra i suoi fondatori c’era Ennio Carbone, all’epoca giovane studente di medicina e che poi diventerà uno studioso di fama internazionale nel campo dell’immunologia. Ennio, dopo anni di permanenza fuori Napoli, prima come “cervello in fuga” al Karolinska Institutet di Stoccolma, poi Docente all’Università di Catanzaro ed infine, poco prima della sua morte improvvisa, era riuscito a farsi trasferire all’Università di Napoli e si era riavvicinato per poter partecipare nuovamente alle attività del gruppo. Nel frattempo avevamo cominciato a parlare della questione pandemica che iniziava a profilarsi all’orizzonte: in tutti questi anni, comunque, ben prima della questione attuale, ci aveva parlato spesso dei rischi epidemiologici connessi all’organizzazione capitalistica della produzione e, questo, aveva portato alcuni di noi a studiare a fondo la questione. Abbiamo fatto appena in tempo ad essere presenti ai suoi funerali poco prima che scattasse il lockdown: in un certo qual modo, il nostro attuale interesse verso la questione epidemiologica lo abbiamo sviluppato, nella forma in cui lo abbiamo fatto, grazie a lui.

UN: Arriviamo ai tempi della “prima ondata”…

CM: No, scusa, facciamo un po’ prima, non molto ma un po’ prima. Innanzitutto, già dalle prime notizie di una nuova strana malattia in quel della Cina, per i motivi suddetti, eravamo ben coscienti che Wuhan non era a migliaia di chilometri di distanza ma, dato l’enorme sviluppo e velocità delle comunicazioni intercontinentali, dato l’enorme sviluppo delle interconnessioni finanziarie a livello multinazionale ed il conseguente continuo interscambio di persone da un lato all’altro del mondo, praticamente dietro l’angolo e, quindi, che il rischio era concreto. Lo avevamo un po’ sottovalutato perché, anche se coscienti del degrado del nostro Sistema Sanitario Nazionale, non avevamo inizialmente realizzato fino a che punto era avanzato il processo del suo smantellamento e, di conseguenza, quanto velocemente si sarebbero saturati i posti letto di terapia intensiva. Già agli inizi di marzo però ne avevamo preso perfettamente coscienza.

UN: Come avete agito allora?

CM: Ancora una volta abbiamo cominciato ad agire un po’ prima, dopo aver elaborato una strategia tesa a cercare di unire la questione pandemia alla “questione sociale”: avevamo, purtroppo con ragione, preconizzato che la pandemia epidemiologica si sarebbe trasformata in una “pandemia sociale”, come si dice oggi. La prima iniziativa che avevamo proposto di mettere in atto, aggregando altre realtà libertarie, era di carattere antirazzista, in appoggio alla popolazione cinese (e tutte le altre che vi venivano assimilate): oggi ce ne siamo quasi dimenticati ma, all’inizio, i razzisti d’ogni genere e specie avevano puntato la loro attenzione sui “musi gialli”, accusati di essere gli untori della situazione e c’erano stati episodi anche molto preoccupanti per cui avevamo deciso di intervenire con una passeggiata/volantinaggio nei luoghi della presenza cinese nella città. Poi, proprio il giorno prima, è scattato il lockdown e l’iniziativa è saltata.

UN: Allora vi siete fermati?

CM: Niente affatto. Abbiamo innanzitutto continuato a vederci, sia pure tutti insieme in forma telematica (a livello individuale molti di noi abitano nello stesso quartiere per cui ci si vedeva spesso nelle “ore di libertà” per la spesa…) ed elaborare una strategia, di comunicazione in un primo momento: siamo stati pressoché gli unici ad essere presenti sui muri della città con i nostri manifesti durante l’intero periodo del lockdown (lettissimi proprio perché non avevamo concorrenza…). Tra l’altro, nelle manifestazioni di questi giorni, ci siamo accorti che il manifesto murale di otto mesi prima era perfetto per la situazione presente, per cui ci siamo limitati a riprodurlo in forma di volantino così com’era all’epoca, senza cambiarlo di una virgola. I temi c’erano tutti: lo sfascio governativo della sanità e dei servizi sociali in generale che aveva aggravato le conseguenze della pandemia, la sempre maggiore polarizzazione della ricchezza, il diritto all’esistenza lavoro o non lavoro, l’organizzazione di reti di mutuo soccorso in maniera razionale e sistematica.

UN: Poi cosa avete fatto?

CM: Innanzitutto abbiamo proposto all’A.P.E. di Napoli di organizzare un trekking urbano che toccava i cinque ospedali del centro storico della città che sono stati chiusi in questi anni (ne è rimasto uno solo per quattrocentomila abitanti!), cosa che è stata accettata. Si è trattata della prima iniziativa politica a Napoli dopo il lockdown e da lì siamo partiti per cercare di far dialogare tutte insieme le varie realtà organizzate che intervengono sul territorio sulla questione sanitaria: consulte, comitati popolari, ambulatori autogestiti. Ci siamo fortunatamente riusciti ed a questo punto abbiamo intenzionalmente smesso di agire come gruppo specifico intervenendo come individualità nel coordinamento che si era creato, il quale ha portato avanti varie iniziative come la ripetizione in grande stile del primo trekking, la presenza nelle iniziative di vari comitati popolari, l’intervento contro la chiusura dell’Ospedale Loreto Mare, ecc. Da notare: a fine giugno la Regione Campania così si attrezzava nell’approssimarsi della prevedibilissima “seconda ondata”: chiudendo gli ospedali.

UN: Ed ora quali sono le vostre prospettive di azione dopo l’estate?

CM: L’estate ha un po’ rilassato i rapporti tra le realtà del coordinamento, poi la “seconda ondata” e le rivolte popolari di questi giorni ci hanno ovviamente distratti. In queste stesse iniziative però una di queste realtà ci ha comunicato di aver preso l’iniziativa di riprendere in tempi rapidi l’esperienza chiamando una nuova riunione e ne siamo stati più che contenti.

UN: Hai parlato delle rivolte…

CM: Uno di noi ne ha parlato nel numero scorso di Umanità Nova, del carattere attualmente interclassista di esse, dell’influenza dei processi di proletarizzazione del ceto medio, ecc. Rispetto ad allora, al momento in cui parliamo (Domenica 1° novembre 2020), ci sono state altre iniziative, questa volta organizzate dal movimento ed altre si preannunciano organizzate da varie realtà. La prospettiva che abbiamo sviluppato nell’esservi presente è quello di cercare un contatto soprattutto con la componente del lavoro dipendente che si presenta a traino dei padroncini, pur non escludendo a priori la dialettica con determinati singoli che, in un processo di proletarizzazione avanzato, potrebbe acquisire un minimo di coscienza avanzata sui disastri del capitalismo e del potere politico.

UN: Ci terrete informati…

CM: Certo. Alla prossima.

Intervista Redazionale