Post verità o paura della verità

hp-slider-bufaleNegli ultimi anni, il dibattito politico ha partorito un nuovo termine: “post verità” (con o senza trattino), giungendo a conquistare il posto di “parola dell’anno” 2016 del dizionario forse più famoso al mondo: l’Oxford Dictionary.[1] La parola è nata per indicare la condizione comunicativa in base alla quale le condizioni di controllo della realtà delle cose così come vengono descritte sono diventate estremamente labili e permissive, sia dal punto di vista dei governi – che sfruttano la loro posizione dominante ed il controllo dei media per spararle impunemente grosse – sia, in seconda battuta, dal punto di vista dei singoli individui e comunità – che sfruttano la “tentacolarità” e talvolta relativa anonimità della rete allo stesso scopo.
Ora, da un certo punto di vista, si tratta della scoperta dell’acqua calda. Anzi, di una palese falsità se la si intende come una novità recente, dal momento che l’abitudine del potere a dire palesi falsità più o meno impunemente e con notevole facilità e frequenza risale praticamente all’inizio, oramai purtroppo millenario, dei primi stati. Le balle cosmiche sparate da Trump fanno certamente il paio sia con quelle dei faraoni che si dichiaravano figli di divinità, per fare un esempio diacronico di comparazione storica, sia con quelle del capitalismo che porta benessere e felicità all’umanità intera, per fare un esempio sincronico di comparazione all’interno del presente. La memoria di certi intellettuali deve essere davvero corta per ritenere che i fenomeni che si intendono descrivere col termine post verità siano davvero nuovi.
Non so perché, ma la cosa mi ricorda il dibattito ricorrente sulla necessità di fermare la ricerca scientifica su temi eticamente sensibili o proprio fattualmente pericolosi. L’unico risultato delle varie normative in materia di bioetica è, per fare un esempio, quello di lasciare del tutto libera la ricerca per un superbatterio mortale nei laboratori di ricerca militare (che la legge di fatto non raggiunge, anche ammesso se ne venga a conoscere l’esistenza) e di impedire la ricerca del superantibiotico nei laboratori di ricerca ordinari e la cui esistenza è ben conosciuta. Il tutto giustificato ideologicamente dietro il timore che siano questi a fare il lavoro dei laboratori militari, i cui risultati effettivi saranno allora ancora più devastanti.
Lo ammettiamo, la metafora non è perfetta: questa volta le bufale del potere sono, di necessità, del tutto pubbliche. Il risultato, però, alla fine sarà simile: le regole contro le bufale agiranno, alla fine, solo contro le bufale della rete. O meglio verso le pretese “bufale”. Perché il potere non ha paura delle notizie infondate: ha paura di quelle fondate. Come diceva qualcuno, in Internet si trovano un mare di stronzate, ma fuori della rete, in pratica, quasi solo stronzate. Insomma, il problema del potere non sono le bufale che girano in rete, ma le verità – e non gli sembrerà vero censurarle dichiarandole “bufale”.
Enrico Voccia
NOTE
[1] www.huffingtonpost.it/2016/11/post-verita-parola-anno_n_13019290.html

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