Note bandite: antimilitarismo 4. Viva Masetti, abbasso l’esercito. Il colonialismo in Libia di ieri e di oggi

Nel 1911 il governo Giolitti diede inizio a un’impresa coloniale per conquistare la Libia. La campagna militare venne proposta come un’occasione per riscattare tutti gli errori e le sconfitte delle precedenti imprese coloniali. Una vera vittoria in Libia arriverà però solo dopo 20 anni, con i massacri di Graziani, questa è però un’altra storia. Un secolo dopo, nel 2011, l’Italia riprende i bombardamenti sul paese governato da Gheddafi. Ancora oggi il Parlamento approva missioni militari all’estero mascherando non più di tanto la propria politica guerrafondaia come “missioni di pace” e “interventi umanitari”. Dopo cento anni la solfa non cambia: oppressioni e patimenti per qualcuno e ingenti guadagni per qualcun altro.

1 Franco Mascetti

Il Soldato Masetti

Nel 1972 viene pubblicato Il Bosco degli Alberi, un doppio vinile contenente uno spettacolo del Nuovo Canzoniere Italiano, che aveva come sottotitolo Storia d’Italia dall’Unità ad oggi attraverso il giudizio delle classi popolari. L’opera, curata da Gianni Bosio e Franco Coggiola, venne realizzata con l’apporto del Nuovo Canzoniere Milanese. Poco meno di 50 canzoni per ripercorrere lotte, vittorie e sconfitte delle classi subalterne italiane, da poco prima del 1861 fino alla defenestrazione di Pinelli. Franco Mascetti, uno dei componenti del Nuovo Canzoniere Milanese, interpreta “Il Soldato Masetti”, che viene inserita nel capitolo intitolato “Il Periodo Giolittiano e il Tentativo di Integrazione del Movimento di Classe”.

Fino al 1911 la gestione del potere da parte di Giolitti si era fondata sulla mediazione dello Stato tra le richieste degli industriali protezionisti ed il riformismo operaio, pratica garantita dalla recessione economica ma, dall’inizio dell’intervento coloniale oltre mare fino alla caduta del governo Giolitti, si riscontra un’interruzione della collaborazione tra industriali e operai.

Nella cella del numero nove / lì fu posto il soldato Masetti / ben serrato tra toppe e paletti / ed angoscioso si mise a pensar”. Il protagonista del componimento anonimo, probabilmente diffuso tramite un foglio volante, è Augusto Masetti, autore di un attentato ai danni di un suo superiore. Era un muratore di San Giovanni in Persiceto, un paese in provincia di Bologna, vicino agli ideali anarchici e alle posizioni del sindacalismo rivoluzionario, che il 30 ottobre 1911 venne convocato in una caserma del capoluogo per il discorso di saluto del colonnello, prima della partenza per la Libia. Due giorni prima era infatti scattata l’invasione della propaggine dell’impero ottomano, ma Masetti non voleva partire per la guerra e perciò sparò sul tenente-colonnello che stava tenendo un discorso davanti alle truppe.

Seguendo il proclama di un volantino sovversivo, che conservava in tasca, il muratore bolognese fece fuoco verso obiettivi diversi da quelli indicati dai propri ufficiali, al grido di “Abbasso l’esercito, evviva l’anarchia!”. L’anarchico ferì il superiore e venne disarmato prima che potesse sparare nuovamente. In tutto il Paese si diffuse lo slogan “Viva Masetti, abbasso l’esercito” e nacquero comitati per la sua scarcerazione. Per l’atto commesso non poteva che incombere una pena gravissima, se non fosse che, per evitare ulteriori escandescenze, il governo optò per smorzare la faccenda, liquidando il Masetti come “pazzo” con il benestare degli psichiatri.

«Fermi fermi» el dice il guardiano / e ci ha in testa una larga ferita / «tu sarai messo in una cella imbottita / ma se prosegui a straziarti così» / «Ma dimmi dimmi che cosa facesti / perché attenti a spaccarti il cervello?» / «Io ho sparato sul mio colonnello / non so se vive o se morirà».

Masetti diviene uno dei simboli dell’opposizione alla guerra di Libia, ma il suo nome tornerà ad infiammare le piazze tre anni più tardi. È infatti il giugno del 1914 quando i comitati unitari per la liberazione di Masetti e Moroni (un antimilitarista che per rappresaglia alle sue idee venne spedito in Libia presso una Compagnia di disciplina, sorte comune a molti proletari di idee rivoluzionarie coscritti) indicono comizi contro la guerra in tutta Italia. Durante quello tenutosi ad Ancona avrà inizio la Settimana Rossa.

2 Inno a Tripoli

Per propagandare l’invasione della Libia venne scritta “A Tripoli!”, un brano intriso di retorica e patriottismo che riscuoterà molto successo fin da subito. Conosciuto anche come “Tripoli Bel Suol d’Amore”, venne eseguito alla vigilia della partenza dei militi dalla celebre cantante d’operetta Gea della Garisenda, che lo interpretò nuda avvolta in un vessillo tricolore. Inebriati dall’esibizione e dalle immagini esotiche e dilettevoli evocate dai versi, i militi e i nazionalisti vennero infervorati dal canto che celava però ciò che avrebbero incontrato una volta sbarcati in Africa.

Lo “scatolone di sabbia”, quale la Libia fu fino alla scoperta di giacimenti petroliferi, avvenuta però solo diversi decenni dopo, verrà meglio narrato da un altro componimento nato di lì a breve. “Sai dove s’annida più florido il suol? / Sai dove sorride più magico il sol? / Sul mar che ci lega coll’Africa d’or, / la stella d’Italia ci addita un tesor”. Di pronta risposta fu infatti una parodia della canzone patriottica e militaresca, “Inno a Tripoli” che ci restituisce una più fedele ricostruzione dei fatti. “Sai dove si stende più sterile il suol? / Sai dove dardeggia sanguigno più il sol? / Di madri il singhiozzo, di spose il dolor, / son doni che reca quest’Africa d’or”.

La non adesione del proletariato a questa guerra emerge molto bene da questo canto, che smonta la narrazione ufficiale invertendo quasi ogni parola del componimento. “Tripoli, bel suol d’amore, / ti giunga dolce questa mia canzon, / sventoli il Tricolore sulle tue torri / al rombo del cannon!” Se così suonava il ritornello coloniale, ecco come rispondono i ceti popolari: “Tripoli suol del dolor, / ti giunga in pianto questa mia canzon / sventoli il bel tricolor / mentre si muore al rombo del cannon”.

Al vento africano che Tripoli assal / già squillan le trombe la marcia real. / A Tripoli i turchi non regnano più: / già il nostro vessillo issato è laggiù”. La parodia può ricordare alcune vignette di Scalarini del periodo che, con tratti semplici e nitidi quanto questi versi, mostravano le crudeltà perpetrate dagli italiani. “Al nero fratello del suolo fatal / darem la pellagra e marcia real. / A Tripoli i Turchi non regnano più / le forche d’Italia rizziamo laggiù”. Il canto, col fascismo e le annesse avventure africane, tornò celebre e fino ad oggi trova spazio in compilazioni che celebrano l’unità d’Italia, un esempio di come le canzoni possano aiutare a tracciare una continuità tra periodi storici.


3 Ivan Guillaume Cosenza

Arma e ritaglia

Arma e Ritaglia” è una canzone di Ivan Guillaume Cosenza, scritta poco dopo l’intervento NATO in Libia. L’autore, dopo aver militato in varie band, incomincia a scrivere testi per proprio conto, sia in italiano sia in inglese, molto spesso scagliandosi contro le ingiustizie di un mondo in cui esistono miliardari e morti di fame, basato sullo sfruttamento dell’uomo e dell’ambiente. Questo brano in particolare racconta delle missioni di pace che nascondono, dietro la loro denominazione autoassolutoria, bombardamenti e guerre neoliberiste. “Non ne posso più di finanziare guerre / Non ne posso più di insanguinare terre / Non ne posso più, c’è il popolo che tace / E la RAI TV ci dice «è necessario per la pace».

Con una voce per nulla tenue, Ivan ricorre all’anafora usata in precedenza per rimarcare lo sdegno verso le basi militari della Coalizione atlantica e americane su suolo italiano. “Non ne posso più di basi della NATO / Non ne posso più di chi ci ha liberato / Non ne posso più di atomiche qui in casa / E la RAI TV ci dice «guarda il lancio della NASA»”.

La canzone ripercorre alcune delle principali missioni all’estero in cui è coinvolta l’Italia e, senza rinunciare a una risata, sottolinea anche come tutti i soldi investiti in equipaggiamenti e strumenti di distruzione corrispondano a tagli alle risorse disponibili per sanità, istruzione e cultura. “Se in Iraq ci va il plotone urge un taglio all’istruzione / In Afghanistan bombarda, taglia la cultura azzarda / Per la Libia manda i droni, puoi tagliarci pure i co…i Co.Co.Co”.

Il testo denuncia la politica bellicista, che non si fa scrupoli ad investire nel settore bellico e a promuovere la vendita di armamenti ai governi dei paesi collaboratori. “Non ne posso più di spender tutto in armi / Non ne posso più, son costretto ad arruolarmi / Non ne posso più della bomba intelligente / E la RAI TV ci dice «paga il canone utente»”.

Il pezzo è una sorta di rock cantautorale arricchito da tastiere che va spedito di strofa in strofa. La denuncia dei bombardamenti, anche italiani, sulla Libia è il minimo che debba fare chi si dichiara antimilitarista, anche perché fu proprio un aviatore italiano nel 1911 a lanciare, per la prima volta nella storia, bombe a mano mentre sorvolava accampamenti libici. Una prodezza tutta italica, rimossa come gran parte degli episodi del passato coloniale. “Non ne posso più di eroi artificiali / Non ne posso più di bandiere ornamentali / Non ne posso più, c’è il popolo che tace / E la RAI TV ci dice «abbiam sganciato la pace».

EN.RI-OT

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