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Meridione e Borghesia

Meridione e Borghesia

“Il denaro non è un’automobile, che la tieni ferma in un garage:
è come un cavallo, deve mangiare tutti i giorni!”
(Le Mani sulla Città, regia di Francesco Rosi, 1963 )
La questione meridionale ha tenuto banco nel dibattito politico dall’unità d’Italia ai giorni nostri: il cosiddetto “Mezzogiorno d’Italia” è sempre stato un bacino di voti per permettere, alla grande borghesia industriale e finanziaria italiana, non solo meridionale, di gestire potere politico e quindi svincolare fondi economici da utilizzare come contropartita per i voti ricevuti.
La cronistoria dell’assoggettamento dei territori meridionali ai meccanismi di riproduzione del potere politico della borghesia finanziaria e industriale, è segnata da passaggi chiave, sia per quanto concerne specifici fatti storici sia dal punto di vista di determinate tappe all’interno di processi di trasformazione dell’apparato statale.
Dall’industrializzazione forzata pianificata attraverso la Cassa del Mezzogiorno (L. del10 agosto 1950 nº 646), alla crisi del comparto agro-alimentare negli anni ‘80 e la successiva adesione dell’Italia all’Unione Europea, si è verificato un impoverimento progressivo della piccola e media borghesia del mezzogiorno e un aumento della migrazione da Sud verso il Nord, sia esso nord-Italia o nord-Europa.
I Fondi Sviluppo e Coesione (FSC – D.Lgs. n. 88 del 2011, ex Fondo per le Aree Sottoutilizzate) aprono una nuova stagione dell’assoggettamento economico dei territori del Sud e, questa volta, i soggetti politici assoggettanti operano per conto dei mercati globali. Questi programmi nascono con l’intento di sviluppare la produttività e la competitività – in altre parole questi investimenti preparano il terreno per attrarre soggetti industriali e finanziari che necessitano di vantaggi competitivi per produrre, il che si traduce in salari bassi ed erosione dei diritti dei lavoratori.
La borghesia
Come riportato di recente dal mainstream nazionale, per il secondo trimestre di fila il PIL italiano è rimasto fermo[1] contribuendo alle preoccupazioni delle associazioni di categoria.[2] Se il dato nazionale è preoccupante, quello “meridionale” è drammatico per la borghesia locale.
Stando ai dati raccolti dall’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno (SVIMEZ), il PIL del “Sud Italia” è sotto l’1% e le cause sono dovute al divario con il centro-nord (sia da un punto di vista occupazionale sia di commercializzazione di prodotti) ed alle misure protezionistiche di diversi Stati.[3] Con un quadro simile, le riconversioni produttive ed i tentativi di accesso ai finanziamenti europei e nazionali sono necessarie alla borghesia locale per poter sopravvivere. A differenza però della storica Cassa del Mezzogiorno e dei suoi rapporti con la borghesia e politica locale – fatta di accesso ai prestiti agevolati e contributi a fondo perduto a pioggia, oltre che di costruzioni denominate “cattedrali nel deserto[4] – gli attuali finanziamenti europei e nazionali sono molto più restrittivi e controllati.
Così le corporazioni (Confcommercio, Compagnia delle Opere, Confindustria, Confartigianato, Confederazione Italiana Agricoltori etc) si riuniscono fra di loro, cercando di ingraziarsi personalità politiche e dirigenti delle PA in modo da ottenere vantaggi tipo accordi con altre borghesie straniere (specie maltesi e cinesi) e produzione e controllo di merci.
La borghesia del Meridione pur essendo in crisi, non è da sottovalutare. Anzi, sarà ancora più motivata e propensa a cercare accordi economici e politici anche al limite della cosiddetta legalità. Chi subirà tutto questo?
La burocrazia
Il 13 Giugno del 2018, i presidenti delle regioni di Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia firmano un Memorandum per immettere personale giovane all’interno della Pubblica Amministrazione in quanto si prevede il pensionamento di quasi mezzo milione di persone e, quindi, “occorre accelerare fortemente i tempi di reintegro. Da qui la previsione di almeno 90mila assunzioni possibili. Per il Sud è una grande occasione per abbassare l’età media dei lavoratori e aumentare il numero dei laureati”.[5]
L’utilizzo di personale giovane, tirocinante e speranzoso del contratto a tempo indeterminato o “posto fisso”, è un ottimo specchietto per le allodole che i governi regionali utilizzano per avere voti e per attrarre fondi europei. Non solo. Nel “Sud Italia” il “posto fisso statale” è la massima aspirazione per evitare di dover emigrare, ottenendo uno stipendio sicuro e garantito – senza che questo venga eroso dalle organizzazioni criminali, come succede nell’ambito aziendale agro-alimentare, commerciale e manifatturiero.
“Ringiovanire” l’amministrazione pubblica, secondo la locale borghesia politica, significa al tempo stesso potenziarla con gli strumenti informatici odierni trasformandola in “Pubblica Amministrazione 4.0” (acronimo PA 4.0). I servizi che eroga questa PA 4.0 sono, in apparenza, veloci e senza grosse complicazioni per il cittadino. In realtà le ricadute negative si misurano sul tessuto economico più minuto e delicato: i costi per la gestione della burocrazia informatizzata, della fatturazione elettronica, dei software e degli aggiornamenti e, in alcuni casi, quelli per l’alfabetizzazione informatica a carico dei soggetti economici (parliamo anche di imprese artigiane con tre dipendenti), inducono ad una fuoriuscita dal circuito formale. Il problema più grosso è costituito dal fatto che fuori dal circuito di controllo burocratico si ha vita breve, viste le strette sulla circolazione dei contanti ed i controlli incrociati, il che implica l’implosione delle micro realtà produttive a favore dei grossi soggetti, gli stessi attirati dal vantaggio di territori disseminati di attività in bilico tra il fallimento e il sommerso.
Il mondo del lavoro
Il punto critico sul quale l’intero apparato può fare leva è infine l’ambito lavorativo, il piano sul quale si concentra l’azione combinata di potentati economici e politici, coadiuvati dalla repressione statale da un lato e da quella criminale dall’altro. Il ricatto del lavoro è da sempre il grimaldello per imporre modelli di sfruttamento territoriale altrimenti inaccettabili. L’atavica penuria occupazionale nel Mezzogiorno d’Italia ha favorito – e tutt’ora favorisce – la riproduzione del meccanismo di controllo sociale, atto a costituire un stato di indigenza permanente. È su questo processo che si innesta la riproduzione del capitale, ad uso della borghesia industriale di bandiera prima e di quella finanziaria internazionale oggi.
La delocalizzazione della produzione usata come strumento di ricatto dalle holding industriali ne è l’esempio più chiaro. A questa fa eco la massiccia pianificazione di grandi opere inutili e la proliferazione di impianti per la produzione di energia in un territorio, quello meridionale, con una minima concentrazione di grandi industrie. Tutto viene imposto con la promessa di posti di lavoro, sempre pochi e sempre per i pochi che riescono ad accaparrarseli barattandoli con l’asservimento al meccanismo del consenso. Cambiano le modalità operative ma il meccanismo è immutato, lavoro in cambio di voti, voti in cambio di appalti per opere che il più delle volte servono solo a distribuire qualche giornata di lavoro utile solo a far ripartire il meccanismo.
 
Xeno e JR
NOTE
[1] “Confcommercio su dati Istat: quadro debole, preoccupa stagnazione consumi”, Comunicato Stampa del 30 Agosto. Link: https://bruxelles.confcommercio.eu/web/confcomm/-/comunicato-149-2019-su-dati-istat . “In Italia si conferma crescita zero, con segnali di miglioramento”. Link: https://www.confindustria.it/home/centro-studi/temi-di-ricerca/congiuntura-e-previsioni/tutti/dettaglio/Congiuntura-flash-agosto-2019/
[2] Link: http://lnx.svimez.info/svimez/wp-content/uploads/2019/07/2019_08_01_anticipazioni_slides.pdf
[3] Link: http://lnx.svimez.info/svimez/wp-content/uploads/2019/07/2019_08_01_anticipazioni_slides.pdf
[4] Il termine “cattedrale nel deserto” deriva dall’articolo di don Luigi Sturzo, “ENI, Voce Repubblicana e Globo”, in Il Giornale d’Italia, 6 Novembre 1957: “l’on. Mattei per la sua offerta aggressiva ha capovolto i termini della legge economica del minimo mezzo col massimo risultato; egli adotta il massimo mezzo col minimo risultato (…). La stessa legge capovolta è stata confermata dalle spese fatte dall’AGIP, senza risparmio di numero e di conto, per le stazioni di presa da me definite monumenti. (…) a Voghera in cinquecento metri di distanza vi sono tre stazioni, una delle quali con albergo, ristorante et similia. Quasi lo stesso a Perugia; a Potenza vi è un monumento in una piazza del centro. E che dire del villaggio AGIP-Cadore per i dipendenti della società? (…) Un “terrone” (come si dice lassù) mi ha scritto (…) che egli da oggi in poi chiamerà monumenti le costruzioni AGIP disseminate nel paese; prima di oggi le chiamava cattedrali. (…) Ogni sperpero dovrebbe essere evitato e punito.” Nell’articolo di Arturo Gismondi, “Le cattedrali nel deserto” (L’Astrolabio, Roma, 25 Gennaio 1970, anno VIII, numero 4, pagg. 34-37), viene ripreso in un senso più largo e non più riferito solo all’AGIP. Le costruzioni denominate in tal modo sono sprechi da evitare se si vuole far sviluppare il Mezzogiorno d’Italia.
[5] “Sud, piano da 80mila assunzioni nella Pa Pronta a partire la Campania”, in Il Sole 24 Ore del 13 Giugno 2018.

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