Internazionalismo! Contro la guerra dei padroni del mondo.

Dopo decenni di assenza di guerre nel continente europeo dal 2022 assistiamo quasi stupiti al fatto che il sangue abbia ricominciato a scorrere. Quale sono i motivi principali?

L’economia mondiale è in gran misura dipendente dal controllo e dall’utilizzo delle risorse energetiche (fondamentalmente gas e petrolio) e di quelle di base (acqua e territorio fertile); risorse sempre più inadeguate alle crescenti esigenze di un consumismo senza limiti.

Questo ha portato ad un aggravamento della conflittualità e degli antagonismi in tutto il pianeta: lo vediamo chiaramente dal tentativo di ridefinizione delle zone d’influenza delle grandi potenze.

Lo vediamo nelle aggressioni militari che nell’ultimo decennio gli Stati Uniti, e i vari alleati, hanno condotto in zone come Iraq, Afghanistan, Siria, o nei tanti conflitti di frontiera in Africa, nei Balcani, nel Sudest asiatico, America Latina ecc.

Lo vediamo con il conflitto in Ucraina, iniziato nel 2014 per il controllo del Donbas e aggravato dall’intervento russo.

Lo vediamo con la pulizia etnica nel Nagorno-Karabakh, sulla quale l’Occidente dei valori non ha avuto nulla da dire, dato che dipende in buona parte dalle forniture del gas azero.

Lo vediamo oggi a Gaza nell’ultima fase del potere colonialista dello stato di Israele su quello che resta della Palestina, una terra nel cui mare è stato scoperto recentemente un enorme giacimento di gas.

Assicurarsi la fornitura di risorse energetiche e il controllo di sempre più ampie aree di mercato e zone di influenza geopolitica: questo è il motivo fondamentale per il quale le borghesie e gli Stati sviluppano le guerre.

Ma garantirsi e accrescere i profitti è sempre più complicato in un mondo dove cresce la popolazione, il riscaldamento del clima provoca continui disastri, emergono nuove potenze, crescono gli appetiti che mettono in discussione l’ordine imposto dall’imperialismo nel secolo scorso, col sangue proletario versato in due guerre mondiali.

Da sempre, con i soliti pretesti (lotta al terrorismo, missioni umanitarie, imposizione della democrazia), la guerra è l’arma con cui gli Stati – tutti gli Stati – muovono alla conquista e alla conservazione di zone di importanza strategica militare, di aree di influenza per garantirsi la conquista dei mercati e il controllo delle popolazioni. E da sempre gli eserciti – tutti gli eserciti – sono istituzioni concepite e organizzate per la distruzione, l’assassinio di massa, per mantenere l’ordine dei padroni e degli Stati sia dentro che fuori i confini nazionali.

La guerra non è la manifestazione drammatica di una situazione particolare, ma lo strumento implacabile degli interessi dell’attuale sistema di dominio economico.

Il mondo che conoscevamo fino a ieri è in profonda trasformazione: il protezionismo, l’interventismo di Stato, il nazionalismo stanno riprendendo un posto principale nelle politiche di ogni paese. Le destre, le forze politiche più attrezzate a condurre e a guidare queste trasformazioni, sono in ascesa ovunque e la diffusione della cultura militarista è essenziale per il loro successo; una cultura basata sull’obbedienza, la sottomissione, la negazione di ogni individualità, la disciplina a scuola e in azienda. Ogni illusione sul fatto che possa esistere una economia di pace separata da un’economia di guerra è di fatto naufragata: le banche alimentano entrambi i settori, le università sono al servizio del complesso militar-industriale, le multinazionali lavorano su tutti i versanti smerciando indifferentemente cibarie e armamenti. Chiudono il cerchio le speculazioni finanziarie che per il loro ricavato passano sopra ai cadaveri provocati dall’andamento dei listini di borsa e dal prezzo delle materie prime.

Inoltre molte delle nuove tecnologie (telerilevamento, informatica, cibernetica, ingegneria genetica, nanotecnologie, ecc.), elaborate e sperimentate dagli eserciti, vengono poi destinate, in “tempo di pace”, all’amministrazione statale, ai mass media, alla medicina, all’industria agro-alimentare, all’industria del divertimento, tanto da rendere impossibile una netta separazione tra le istituzioni civili e quelle militari.

In tutto questo i mezzi d’informazione – giornali e televisioni soprattutto – giocano un ruolo attivo e fondamentale nel costruire, legittimare e far accettare le decisioni e le strategie militari. Forniscono a centinaia di milioni di spettatori lo stesso copione: notizie false, analisi preconfezionate, immagini tendenziose costruite magari con l’intelligenza artificiale.

E’ possibile volgere gli occhi ancora da un’altra parte ? La guerra oggi occupa stabilmente la scena globale.

Dal 1991 ad oggi, i Paesi occidentali, Stati Uniti in testa, hanno combattuto in tre continenti (Iraq, Bosnia, Somalia, Serbia, Afghanistan, ancora Iraq, Libia, Siria, Mali ecc.) alla media di una guerra ogni due anni circa. Ora in Ucraina con una guerra per procura. In questa guerra, in queste guerre ci siamo dentro fino al collo; ci siamo con l’invio di armi, di tecnologia, di aerei, di mezzi blindati, ci siamo con il sostegno economico, ci siamo partecipando ad un’alleanza militare, ci siamo con l’invio di militari nelle aree di crisi. E’ possibile pensare che questo non abbia ricadute sulla nostra esistenza, sul nostro modo di vivere?

È possibile pensare che tutto si fermerà all’aumento dell’inflazione, all’aumento dei tassi per i mutui? O non è meglio capire piuttosto che la terza guerra mondiale è dietro l’angolo e quello che sta succedendo è solo un prendersi le misure tra le grandi potenze?

Intanto aumentano gli stanziamenti alle forze armate tagliando le spese sociali, la scuola, la sanità, l’assistenza, si ristruttura l’intero apparato militare, si aumentano gli stipendi a polizia e militari.

E se questo comporterà delle proteste per il peggioramento della qualità della vita di noi cittadini non preoccupatevi hanno già la risposta.

I padroni del mondo sono ben consapevoli che anche le metropoli europee e nordamericane diventeranno nei prossimi anni delle vere e proprie polveriere sociali, sia per le condizioni di vita e di lavoro sempre più precarie e insostenibili, sia per la crescente povertà, sia per la penuria delle risorse energetiche. Nella prospettiva di affidare agli eserciti la gestione dei conflitti sociali (per cui i governi si stanno armando, in termini di conoscenze scientifiche e di equipaggiamenti tecnologico-militari), si capisce meglio perché vogliano assuefarci alla presenza dei soldati nelle città. In nome dell’ideologia della sicurezza è da tempo attivo il pattugliamento militare in alcune città italiane e in alcuni cantieri di grandi opere: un piano preciso per abituare fin d’ora la popolazione delle città a convivere con i soldati.

Se è questo che vogliamo prepariamoci a mettere un inutile elmetto in testa e soprattutto a piangere i nostri morti.

Altrimenti occorre costruire un’opposizione reale e di massa alla guerra e a chi la prepara e la arma, un’opposizione forte, risoluta, che sappia rispondere inceppando i meccanismi del militarismo, sappia delineare un altro modello sociale senza autoritarismi né gerarchie, sappia costruire un nuovo internazionalismo per un umanesimo libero dall’oppressione e dallo sfruttamento.

VM

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