Considerazioni sul 2 dicembre e prospettive di intervento

Solo perché fallisci una volta non significa che fallirai in tutto (Marylin Monroe)

L’arte di vincere la si impara nella sconfitta (Simon Bolivar)

Per evitare equivoci ritengo opportuno premettere ad una sintetica valutazione sullo sciopero generale del sindacalismo di base del 2 dicembre due considerazioni:

  • le ragioni, le buone ragioni, dello sciopero erano e restano condivisibili dall’opposizione alla guerra agli obiettivi più strettamente sindacali;
  • altrettanto vale per la necessità di iniziative unitarie del sindacalismo di base e quella di una dialettica con i movimenti di opposizione sociale da quello per la difesa dell’ambiente a quello delle donne.

Si tratta, di conseguenza, di ragionare sull’efficacia dello sciopero sia come strumento in grado di fare male al padronato ed al governo che come passaggio utile allo sviluppo di un movimento di classe più ampio, radicale, caratterizzato da un programma contemporaneamente realistico nell’immediato e all’altezza dei compiti che ci pone in prospettiva una situazione di grande difficoltà della nostra classe.

Credo che, da questo punto di vista, sia un bene riconoscere una verità non gradevole, lo sciopero del 2 dicembre, fatto salvo che non poteva che essere uno sciopero di minoranza, ha visto adesioni inferiori ad altre analoghe mobilitazioni ed ha avuto un impatto effettivo solo in alcune, limitate situazioni, dove si intrecciava a vertenze particolari e ciò nonostante vi fossero molte ragioni che avrebbero potuto, in linea di principio, spingere alla mobilitazione settori consistenti di lavoratori e lavoratrici e, più in generale, di proletari. Basta pensare all’impatto dell’aumento dei prezzi come quelli delle bollette, alla chiusura di pessimi contratti nel pubblico impiego, ad alcune norme liberticide decise dal governo della destra tanto per fare alcuni esempi.

Se riflettiamo sui contratti del pubblico impiego, in particolare a quello della scuola, è bastato al governo e ai sindacati istituzionali, esaltare a gran voce quanto sarebbe – e che in realtà non è stato a causa di una pressione fiscale che ha abbattuto seccamente la consistenza di quanto prospettato – arrivato in busta paga a dicembre grazie ad arretrati derivanti da diversi anni di ritardo del contratto per chetare lavoratrici e lavoratori ormai da decenni rassegnati a contratti pessimi.

Anche le mobilitazioni degli inquilini massacrati dagli aumenti delle bollette, nonostante l’impatto mediatico di alcuni falò di bollette, si sono ridotti a una pressione, appunto, mediatica sul governo e non ha determinato forme di azione diretta contro il carovita impedendo una saldatura fra lotta contro l’aumento dei prezzi e mobilitazione per gli aumenti salariali, saldatura che era, e resta, tanto necessaria quanto difficile. La stessa mobilitazione contro la guerra si è svolta su piani non comunicanti. La grande manifestazione romana del 5 novembre su questi temi ha visto in piazza una massa imponente soprattutto di giovani ma si trattava di una discesa in campo del mondo cattolico con l’apporto di una spruzzata di sinistra e di una robusta presenza della CGIL e non è stata un’occasione, come pure si era ipotizzato, per rendere note le ragioni dello sciopero del 2 dicembre, per pubblicizzarlo, per coinvolgere settori sociali diversi da quelli che raggiunge di regola il sindacalismo di base.

Per chiudere sui passaggi politici che hanno preceduto lo sciopero, la manifestazione bolognese del 22 ottobre, anch’essa ben riuscita, organizzata dal Collettivo della GKN e dal movimento ambientalista, per molti versi più “facile” per quel che riguarda le interlocuzioni non ha visto una presenza del sindacalismo di base all’altezza delle necessità e soprattutto è mancata una capacità di proporsi come un blocco sindacale unitario e credibile. Ogni segmento del mondo del sindacalismo di base si è mosso, e troppo spesso NON si è mosso, in proprio.

D’altro canto, la dialettica fra i sindacati di base è stata, ad essere buoni, deplorevole. Più di un mese è stato dedicato ad una stucchevole discussione sul fatto se si dovesse caratterizzare lo sciopero con UNA manifestazione nazionale o con diverse manifestazioni sul territorio, se la manifestazione avrebbe dovuto svolgersi lo stesso 2 dicembre o il 3 e via discettando e perdere un mese nella preparazione di uno sciopero di per sé difficile è stato un errore esiziale.

Sempre per evitare equivoci, chi scrive non è un osservatore neutrale dei fatti sociali ma un militante politico sindacale e non pretende, di conseguenza, alcuna “oggettività” nè intende, in questa sede, trovare i “colpevoli”, colpa, posto vi sia, è dell’intera area del sindacalismo di base che non ha dimostrato l’ambizione di svolgere un ruolo all’altezza delle necessità e la lucidità politica necessaria per svolgere questo stesso ruolo. Si tratta di errori che si scontano e che, soprattutto, sconta la nostra classe e che, se non saranno sottoposti a critica, condannano il sindacalismo di base a future sconfitte.

Ricordando che la causa principale delle difficoltà attuali non sono i limiti soggettivi dei gruppi dirigenti dei sindacati di base ma lo è la debolezza generale della nostra classe, proprio questa consapevolezza rimette al centro la necessità di una soggettività adeguata alla situazione. Si tratta, di conseguenza, di sviluppare una riflessione collettiva sull’efficacia delle lotte, per un verso e, di conseguenza, sul nesso fra la lotta come scontro effettivo a livello aziendale, categoriale, territoriale e sua manifestazione generale, sua capacità comunicativa, sua diffusione ed articolazione. Un’organizzazione sindacale deve avere la capacità di cogliere il sentire dei lavoratori e delle lavoratrici, la loro disponibilità all’azione, le forme di azione effettivamente praticabili ed incisive. Nello stesso tempo, e conseguentemente, la lotta e le mobilitazioni devono essere un agire comunicativo, un agire che appassioni, entusiasmi, costruisca una reale comunità di lotta. Ed è solo in questa prospettiva che si può porre effettivamente la questione dell’unità, dell’unità effettiva e possibile, del sindacalismo di base.

Ciò che serve non è la dichiarazione, sempre più stanca e rituale, del fatto che si deve essere “unitari” ma l’indicazione del piano effettivo e convincente su cui l’unità non solo PUO’ darsi ma DEVE darsi perché se non vi è una forza adeguata allo scontro in atto non si va da nessuna parte.

E, a questo fine, è necessario entri in campo una nuova generazione di militanti, una relazione fra sindacati di base che non sia un confronto diplomatico tra ristretti gruppi dirigenti ma che coinvolga militanti e delegati che, misurandosi su questioni di merito e non su equilibri di organizzazione, crei un clima nuovo. Una partita complicata ma interessante.

Cosimo Scarinzi

 

Related posts