Caso Cospito. La normalità della repressione.

I codici delle leggi per certi versi somigliano ai dizionari. Nei libri che raccolgono le parole di una lingua sono contenute tante parole che nessuno usa più e pochi ne conoscono il significato: raramente riemergono dall’oblio sino a sparire lentamente. Anche nei libri delle leggi ci sono norme lasciate in fondo al cassetto, mai usate. Ma, a  differenza dei vocabolari, nessuna di loro si estingue per inutilizzo: restano lì, a disposizione del giudice che decide di usarle.
È quanto è accaduto ad Alfredo Cospito e Anna Beniamino, quando la Cassazione ha deciso di rimandare a un processo di appello bis la definizione della pena per il reato di cui erano stati riconosciuti colpevoli, un attentato a una caserma di allievi carabinieri che ha fatto molta polvere, ma nessun morto o ferito. I due anarchici non hanno rivendicato il gesto, l’accusa era debolissima ma la condanna a vent’anni per strage comune era stata di ben vent’anni. Tanti fatti di sangue vengono sanzionati molto meno. Per la Cassazione tutto questo non bastava. Ed ecco uscire dal fondo polveroso dei libri della legge il reato di strage che mette in pericolo la sicurezza dello Stato.
Badate bene: la sicurezza dello Stato non è quella dei suoi cittadini. Nessuna delle stragi con decine di vittime tra il 1969 e il 1980 è stata qualificata strage contro la sicurezza dello Stato. È la sacralità di cui viene investito l’apparato istituzionale che porta ad applicare questo articolo che prevede l’ergastolo per una “strage” senza vittime.
Da allora Alfredo Cospito è stato spostato dal regime di Alta Sorveglianza cui era sottoposto alla lenta morte per tortura del 41bis. Dal 20 di ottobre ha messo in gioco la sua vita con uno sciopero della fame ad oltranza.
Le anomalie logiche di questo iter giuridico sono state stigmatizzate da fior di giuristi “democratici” che hanno preso posizione e firmato appelli. Il caso è uscito dagli ambiti di movimento ed ha investito i media main stream.
Va da sé che sia auspicabile che questa visibilità, per quanto nulla sia scontato, possa essere elemento di pressione sul governo.
È triste, diceva il Galileo di Brecht, un’epoca che ha bisogno di eroi.
Ci vogliamo vivi per esserci e lottare.
Tuttavia.
Tuttavia paradossalmente tanta visibilità aumenta l’opacità che avvolge questa vicenda. La maggior parte delle persone, anche nel movimento, sottolineano l’eccesso, la sproporzione, l’accanimento, l’eccezione.
Eccezione, questa è la parola cardine. La parola che assolve l’apparato giudiziario e il governo dalle loro responsabilità. Non c’è alcuna eccezione: se Cospito rischia l’ergastolo ostativo, se si trova rinchiuso al 41 bis questo avviene perché le leggi di questo Stato lo prevedono e lo consentono. Certo, gli avvocati – è il loro mestiere – sottolineano le incongruenze e le follie di queste sentenze. È giusto che lo facciano. Ma è altrettanto giusto che nei movimenti che si battono contro un ordine politico e sociale intollerabile, tra chi lotta contro la gerarchia, lo sfruttamento, il razzismo, il sessismo vi sia una riflessione più ampia, capace di oltrepassare la contingenza e di comunicare ai tanti, che ancora pensano che la loro indignazione possa sollevare il mondo senza cambiarlo, che occorre affinare lo sguardo.
Le leggi, al di là della cornice liberale e garantista in cui sono inserite, non sono altro che la rappresentazione ritualizzata dei rapporti di forza all’interno di una società. Il loro portato repressivo è esattamente quello che lo Stato, il governo di turno, ritiene di potersi permettere. Quando le leggi cambiano in meglio è sempre su pressione di forze sociali ampie e determinate, capaci di mettere in difficoltà chi governa e gli apparati repressivi dello Stato.
Oggi viviamo tempi durissimi in cui l’unica reale anomalia è la calma quasi piatta che regna nel nostro paese, nonostante l’aumentare progressivo ed apparentemente inarrestabile della sofferenza sociale. La magistratura colpendo un pugno di anarchici sperimenta la possibilità di muovere verso l’alto l’asticella della repressione. Un’asticella che in questi anni si è costantemente alzata, introducendo nuove fattispecie di reato, estendendo la logica del diritto penale del nemico, già saggiata sui migranti, all’insieme dell’opposizione sociale.
Smettiamo quindi di parlare di eccezione, anomalia, sproporzione. La partita è altrove.
E ci riguarda tutti, perché le accuse di associazione a delinquere o associazione sovversiva, quelle di devastazione e saccheggio, restate a lungo inerti nei libri della legge, ormai investono con virulenza ambiti ben più ampi di movimento.
Non dimentichiamo quello che lo Stato sa bene. Gli anarchici, in modi e approcci diversi, mirano tutt* a distruggere l’ordine politico e sociale feroce in cui siamo forzati a vivere. Un’ordine che ogni giorno, in fabbrica, sulle frontiere, nei pronto soccorso senza medicine, nelle strade di chi non ha casa, uccide. Una strage. Una strage con tante vittime.
Impedirla dipende da ciascuno di noi. Da anarchica organizzatrice credo nelle reti politiche e sociali che prefigurano sin da ora il mondo che vogliamo e so che queste reti sono il sostegno per noi tutt* nell’inevitabile conflitto con il governo stragista di turno.
Per questo motivo lottare perché Cospito esca vivo dal 41 bis non è solo una questione etica ma anche un importante obiettivo politico. Per tutti i movimenti di opposizione sociale.

Maria Matteo

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