Antiche fantasie tecnologiche

Nel primo quaderno di Umanità Nova dedicato al rapporto tra Fantascienza ed Anarchia, Flavio Figliuolo ed io iniziavamo dicendo che

La Fantascienza è una forma di letteratura popolare – per nulla nel senso spregiativo del termine, Nata in ambito narrativo agli inizi del XIX secolo negli spazi dei racconti e romanzi di avventure, ha nel secolo successivo trovato una sua identità forte in riviste e collane specificamente dedicate al genere, allargandosi poi agli altri veicoli della cultura popolare: il cinema, la televisione, il fumetto. (…)

Il fatto che sia nata in contemporanea alla società industriale non è un fatto casuale: prima del XIX secolo le opere narrative con un qualche settore di somiglianza con il genere fantascientifico sono rarissime. In effetti, la specifica forma narrativa di ciò che chiamiamo “fantascienza” in senso stretto ha permesso e permette tuttora di rappresentare le potenzialità ed i timori degli uomini di fronte ad una situazione che modifica di continuo, in una maniera mai vista prima, le condizioni materiali di vita di ogni essere umano.

Fino alla Rivoluzione Industriale, un essere umano non si aspettava per nulla, per quanto a lungo vivesse, di vedere modificarsi intorno a sé le condizioni strutturali dell’esistenza. A partire da essa, invece, la domanda su come si modificherà il contesto in cui vivremo, in che direzione, quanto, quante volte diventa significativa e necessaria: la fantascienza è nata in base a questo stimolo ed ha offerto un canale di risposte alle domande sul sul futuro dell’umanità.”[1]

Il nostro interesse era rivolto soprattutto al fatto che “questo genere letterario nasce, nei suoi esponenti maggiori ma non solo, con un forte legame con la cultura del nascente movimento operaio e socialista, specie di tendenza libertaria (…) [la quale] vedeva con chiarezza l’aspetto potenzialmente repressivo, alienante e distruttivo delle nuove tecnologie all’interno di una società gerarchica, basata sul dominio dell’uomo sull’uomo (…) e, poi, che gli anni sessanta del secolo scorso “segnano una svolta ed inizia il recupero del tema del superamento rivoluzionario dello stato di cose futuro in direzione di una società senza classi e senza potere politico, se non dichiaratamente anarcocomunista. Da alcune decine di anni è facile notare la forte presenza dell’anarchia – intesa sia come appartenenza ideologica e talvolta militante dei singoli scrittori, sia soprattutto come tematica forte del modulo narrativo che va di là di questi, pur numerosi. (…) se, come dicevamo all’inizio, la fantascienza rappresenta i timori e le speranze verso il futuro della società industriale, l’anarchia, allo stato attuale, rappresenta il lato della speranza.”[2]

In quest’articolo, invece, proverò a fare una sorta di passo indietro verso i periodi precedenti della storia umana, in particolar modo verso l’antichità, basandomi su quattro punti di partenza: 1. anche se non paragonabili alla scienza post-galileiana ed alla tecnologia sviluppatasi con la Rivoluzione Industriale, nell’antichità vi furono discreti progressi scientifici, tecnici e tecnologici che, indubbiamente, colpirono l’attenzione dei contemporanei; 2. nell’antichità i rapporti tra le popolazioni erano molto più ridotti rispetto ad oggi e tali novità si diffusero molto lentamente 3. nell’antichità non esisteva, almeno nei termini dell’enorme sviluppo successivo, il genere del racconto e del romanzo; 4. in alcuni passi della saggistica e, soprattutto, della letteratura mitico-religiosa antica troviamo elementi che ipotizzano l’esistenza di conoscenze e, soprattutto, tecnologie superiori ai tempi costruite intorno agli sviluppi del sapere e della tecnica di allora, elementi che hanno dato vita, oggi, alla credenza nel mito di “antichi astronauti” che avrebbero condizionato lo sviluppo della specie umana.

Cominciamo dal primo punto. Nell’Ottocento la comparsa delle reti ferroviarie fu, come dice la canzone “La Locomotiva” di Francesco Guccini, un vero e proprio “mito del progresso”[3] – nell’antichità, però, la tecnologia delle strade e, ad essa connessa, dei carri a ruota che andavano a sostituire le precedenti slitte non fu certo da meno, dalle prime strade in terra battuta alle sviluppatissime strade romane in pietra che, oltre al notevolisissimo sviluppo chilometrico, erano praticabili anche in condizioni meteorologiche di pioggia e di piccole precipitazioni nevose.[4] Anche lo sviluppo delle comunicazioni marittime non fu da meno e, come nel caso delle strade, ci fu un notevole sviluppo tecnologico a partire dall’anno 1000 a.C.[5] Queste innovazioni sulle vie di comunicazione terrestri e marittime, poi, ovviamente furono anche di tipo militare; anzi, spesso, sono state trainate dalla necessità, per i governi, di avere a disposizione i più avanzati modelli di carri e navi da battaglia. Indipendentemente da questi, anche le macchine da guerra ebbero un grande sviluppo: si pensi solo all’ingegneria da guerra della Repubblica Romana prima, dell’Impero Romano poi,[6] le cui macchine erano un miglioramento di quelle antiche, assire, greche e persiane in particolare.[7][8] Ci fermiamo qui, anche se nell’antichità vi furono molte altre novità scientifiche e tecnologiche,[9] in quanto queste sono sufficienti, come si vedrà, ai nostri scopi.

Occorre ora evitare l’errore che gli storiografi chiamano “anacronismo”: l’inserimento, di oggetti, persone, avvenimenti, modi d’essere, ecc. posteriori al periodo in cui è ambientata la narrazione storica. Oggi la comunicazione è estremamente rapida ed una qualunque innovazione si diffonde in maniera altrettanto veloce: nel passato preindustriale non era affatto così. Un’innovazione si diffondeva lentamente, a macchie di leopardo, poteva anche accadere che un’innovazione formatasi in una determinata cultura locale potesse morire con essa – si pensi solo alla scomparsa di buona parte della tecnologia romana dopo la caduta dell’impero e della lentezza con cui l’occidente europeo acquisì le innovazioni provenienti dal pur vicinissimo mondo arabo – e solo lentamente potesse essere riacquisita, ecc. Oltre alle difficoltà di rapporti diretti, anche la modalità indiretta era estremamente farraginosa rispetto al presente: innanzitutto i testi scritti erano prodotti a mano, in un numero enormemente ridotto rispetto al presente, per non dire del numero esiguo delle persone che sapevano leggere e, ancor meno, che leggevano lingue diverse da quella materna. Il che spiega i tempi lunghi e sporadici con cui una determinata innovazione che, di sicuro, colpiva l’immaginazione dei contemporanei, raggiungeva le fonti scritte, per di più in una forma di rappresentazione non realistica ma fantastica.

Legato al punto precedente è la quasi totale mancanza, rispetto alle dimensioni presenti, della forma letteraria del racconto/romanzo nell’antichità: un manoscritto è costosissimo, accessibile perciò a pochissimi, dunque non consente la formazione di un sufficiente mercato per un genere che implica un minimo di diffusione per potersi reggere. Certo, non era assente del tutto, troviamo persino quelli che oggi chiameremmo un “romanzo di fantascienza”[10] ma, a mettere insieme tutti i titoli che conosciamo scritti nell’arco di millenni, non raggiungiamo il numero di quelli di una media casa editrice contemporanea.[11] La riflessione in forma fantastica sulle innovazioni tecnologiche dunque, per i motivi detti all’inizio sul rapporto tra la fantascienza e la scienza postgalileiana e la tecnologia contemporanea, da un lato era meno pressante, dall’altro non aveva sufficiente spazio materiale per diffondersi nelle forme del racconto/romanzo.

Molto più diffusi, invece, erano i manoscritti che raccoglievano testi di altro genere, particolarmente quelli mitico-religiosi. Da un certo punto di vista, i sostenitori della tesi degli “antichi astronauti” non si sbagliano: nelle Historiae di Tito Livio, nell’Epopea di Gilgamesh, nel racconto platonico di Atlantide, nel Ramayana, nel Mahabharata, nell’Antico e Nuovo Testamento, nelle Metamorfosi di Ovidio, nell’Urashima Taro, nel Nihongi, nelle Mille ed una Notte, ecc. troviamo carri e navi volanti, animali straordinari, armi fantastiche, incontri con alieni, trasformazioni biologiche e quant’altro.[11] È l’interpretazione che essi danno a questi dati di fatto che è del tutto fantasiosa.

La presenza contemporanea del genere fantascientifico, di là delle critiche alle singole loro argomentazioni,[12] ci indica infatti una spiegazione molto più semplice: siamo di fronte ad una rappresentazione fantastica di un possibile sviluppo delle tecnologie dell’epoca. Gli esseri umani del passato, insomma, non erano sostanzialmente diversi da quelli attuali: senza dimenticare le differenze che abbiamo evidenziato, come oggi le tecnologie ci ispirano una riflessione su come esse trasformino le nostre condizioni materiali di vita lo facevano anche nel passato e, in questo, lo straniamento fantastico di esse è da sempre uno strumento di riflessione per nulla banale.

Enrico Voccia

NOTE

[1] FIGLIUOLO, Flavio e VOCCIA, Enrico, Il Principio Speranza. Fantascienza ed Anarchia – 1. Schede di Lettura (Anarchici e no), Quaderni di Umanità Nova, p. 3.

[2] FIGLIUOLO, Flavio e VOCCIA, Enrico, Il Principio Speranza. Fantascienza ed Anarchia – 1. Schede di Lettura (Anarchici e no), Quaderni di Umanità Nova, p. 4.

[3] https://www.youtube.com/watch?v=KeX1Yb8CSjw .

[4] https://docplayer.it/24133812-Prof-ing-alberto-bucchi-la-storia-delle-strade.html .

[5] https://pdf4pro.com/cdn/storia-delle-imbarcazioni-ilcrocevia-net-28b4e9.pdf .

[6] https://www.capitolivm.it/esercito-romano/armi-dassedio-ingegneria-di-guerra/ .

[7] https://it.wikipedia.org/wiki/Esercito_assiro .

[8] https://www.difesa.it/InformazioniDellaDifesa/periodico/Periodico_2017/Documents/Numero3/ID_3_2017_macchine_antichita.pdf .

[9] Vedi RUSSO, Lucio, La Rivoluzione Dimenticata. Il Pensiero Scientifico Greco e la Scienza Moderna, Milano, Feltrinelli, 2013.

[10] https://it.wikipedia.org/wiki/Storia_della_fantascienza – “Precursori”.

[11] https://www.homolaicus.com/letteratura/romanzo-antico.htm .

[12] https://www.youtube.com/watch?v=1pvC96e6xFU . A queste aggiungo una mia personale critica alla tesi per cui la rappresentazione, presente su alcuni bassorilievi egizi, di oggetti simili a spermatozoi che escono fuori dall’eiaculazione di una divinità che sarebbero incomprensibili senza l’ausilio di un microscopio. Una simile tesi dimentica il generale discredito che aveva la donna nel mondo antico: in particolare, per ciò che riguarda la procreazione, essa era ritenuta un semplice “vaso” in cui il maschio piantava il suo seme e quindi era l’unico vero attore del processo – “Non esiste madre che abbia generato” (ESCHILO, Orestea, in AA. VV., Tragici Greci, Milano, Mondadori, 1977, pp. 133 segg.). Come fa notare lo stesso Biglino alla fine di un confronto con Odifreddi (https://www.youtube.com/watch?v=9Lkr745s5dA) quegli oggetti assomigliano molto a dei girini: ebbene, i girini erano quanto di più simile ad un embrione che si potesse osservare nell’antichità…

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