Verso le radiose giornate di Maggio? Il militarismo in azione.

L’antica affermazione di Eschilo che “in guerra la prima vittima è la verità” può senz’altro valere in questi tempi di uso massiccio della robotizzazione del lavoro giornalistico e del monopolio informativo ad opera delle agenzie di stampo governativo anche se, in realtà, la verità è sempre nell’occhio del mirino nella società del privilegio e della gerarchia. Comunque questa frase si conferma come utile elemento d’orientamento nel marasma di articoli, interventi, talk show che ci viene quotidianamente proposto. Non aiutano nemmeno i social dove le riflessioni sono sempre più rare nel frastuono dei tifosi dell’uno o dell’altro schieramento.

La necessità di tutte le parti in causa, sia di prima sia di seconda linea, è quella di disorientare il nemico, di bombardarlo di dati falsi o fuorvianti; in più, in ogni conflitto è assolutamente necessario compattare la propria parte e disgregare l’opposizione.

La tecnica odierna, lo sappiamo tutti e tutte, consente manipolazioni di ogni sorta, creazioni di filmati ad hoc, riproposizione di materiale “vecchio” magari ripescato da qualche archivio di guerre precedenti. Insomma le fake news si sprecano ma questo non dovrebbe stupirci più di tanto. Come non ci dovrebbe stupire il fatto che la comunicazione, con il passare dei giorni, diventi sempre più a senso unico e sempre più aggressiva nei confronti di chi non si allinea al mantra dominante, in occidente come in oriente.

Pari pari alle indicazioni che troviamo sui mezzi pubblici – non disturbate il manovratore o il conducente – ci viene in buona sostanza intimato di non disturbare coloro che ci stanno portando a danzare sul filo del rasoio, come se a tagliarsi fossero loro e non noi. Non li vedete come si sorridono e si stringono la mano nei summit quelli che dovrebbero trovare una soluzione al tragico conflitto in atto? Il fatto è che gli appartenenti alle classi dirigenti si conoscono e si frequentano tra loro e spingono le classi subalterne – che invece non si frequentano e raramente si conoscono – a massacrarsi vicendevolmente.

I plurimiliardari russi e ucraini, i cosiddetti oligarchi, che stanno dietro questa guerra, si conoscono benissimo, vengono tutti da quell’immensa rapina delle aziende statali operata allo scioglimento dell’Unione sovietica, come pure si conosce una buona parte della gerarchia statale dei rispettivi paesi. Sono i soldati di leva russi, i coscritti ucraini, i proletari e le proletarie di entrambi i paesi a non riconoscersi tra loro come vittime sacrificali di questa guerra, infame come tutte le guerre, perché se lo facessero saprebbero benissimo da che parte rivolgere le armi e in tal caso l’invio di armi e munizioni, oltreché di corpi, sarebbe più che salutare.

Dobbiamo essere chiari: quello in corso è un conflitto tra stati, asimmetrico quanto si vuole, ma sempre tra stati. Sicuramente c’è un aggressore, la Federazione Russa, violento e sanguinario come tutti gli aggressori, che conduce una guerra d’invasione ben sapendo che l’aggredito può solo difendersi senza essere in grado di portare un benché minimo attacco al territorio russo. Sicuramente si tratta di una guerra impari, il cui prezzo lo sta pagando soprattutto la popolazione ucraina qualunque sia l’idioma preferito nel quale si esprime.

Sarebbe però semplicistico addossare la responsabilità della guerra esclusivamente a una sola parte. Il fatto è che da decenni, invece di cogliere i frutti derivanti dalla fine della “guerra fredda” che avrebbero dovuto portare ad una diversa impostazione dei rapporti internazionali, si è continuato a perseguire la politica dell’aumento degli armamenti, del loro perfezionamento, in funzione di una sempre migliore organizzazione della macchina militare.

D’altronde il feticcio della crescita economica permanente da parte di tutti i protagonisti della scena mondiale ha bisogno di nutrirsi con un continuo dispendio di risorse energetiche e un approvvigionamento continuo delle materie prime e delle terre rare indispensabili alla digitalizzazione e alla transizione energetica, fondamenti dello sviluppo industriale e quindi della ricchezza nei prossimi decenni. Sono cose però la cui disponibilità è in poche parti del mondo.

Ogni stato quindi, in quanto espressione concreta – in forma politica – del privilegio, deve operare per garantirsi un posto al sole nella competizione internazionale. Il raggiungimento di questo obiettivo non può conseguirsi che tramite la forza militare: nato e sviluppatosi tramite la potenza delle armi, ad esse deve continuamente rifarsi per potere affermare la proprie volontà. Lo stato, qualunque forma assuma, è sempre l’oppressione organizzata a vantaggio delle classi dirigenti. Questo come valeva ieri vale a maggior ragione anche oggi in tempi di globalizzazione dei mercati, dove le varie consorterie politiche ed economiche si servono del sistema statale in forma flessibile e modulare per il mantenimento e l’accrescimento dei loro privilegi. Ecco allora il rafforzamento di ogni stato in chiave repressiva e di controllo per stroncare ogni possibile ribellione interna, ecco l’alleanza di stati per garantirsi lo “spazio vitale” nei confronti di altri stati.

Non cogliere questo confronto in atto tra i principali protagonisti di un mondo ormai multipolare ci fa ripiegare in una visione semplicistica di quanto sta accadendo. Il martellamento continuo che la gran parte dei media sta facendo sul conflitto in corso vuole costringerci nel vicolo cieco dello schierarsi per poi mobilitarci sul fronte di guerra, anche se noi siamo già schierati a fianco della popolazione sofferente, per la cessazione immediata dei combattimenti, per il ritorno degli eserciti nelle rispettive caserme. Il martellamento però continua: prendiamo, per esempio, l’utilizzo che è stato fatto in questi giorni di una circolare dello Stato maggiore della Difesa, presa a pretesto per titolare i giornali con la notizia che l’Italia si sta mobilitando, accelerando di fatto la militarizzazione in corso e prefigurando una diretta scesa in campo dell’esercito italiano.

In realtà la circolare ha un altro scopo di più lungo profilo, cioè quello di battere cassa per avere più quattrini, più risorse per alimentare l’intera struttura che campa sulla tassazione dei cittadini e sui tagli ai servizi sociali. Quale momento più opportuno per esigere più fondi dallo stato? Ammiragli e generali hanno decodificato il messaggio dicendo che tutte le armi (eccetto probabilmente i carabinieri, da sempre fiore all’occhiello dell’ordine statale) sono in sofferenza di militi (ce ne vogliono di più), di preparazione (cosa ci stanno a fare a “presidiare” le vie cittadine invece di addestrarsi?), di mezzi (la solita carenza di manutenzione). Prontamente il parlamento ha risposto al grido di dolore con le stellette impegnando il governo a incrementare le spese per la difesa e portarle al 2% del prodotto interno lordo. In soldoni vuol dire dai 68 milioni di spesa al giorno ai 104. Chi ne pagherà le conseguenze è presto detto: sanità, scuola, cultura…

I grandi media, più militaristi dei militari, vogliono la prima linea e guai a chi la pensa diversamente. Andiamo a leggere, a questo proposito, quanto in questi giorni di guerra hanno scritto e proclamato in tanti: illustri storici, brillanti giornalisti, filosofi, e tanti leoni da tastiera in difesa dei valori “morali”, storici e culturali dell’Europa nei confronti della barbarie di Putin e dei suoi accoliti. Fiumi di retorica per occultare un fatto incontestabile: l’ipocrisia delle tanto sbandierate democrazie dell’occidente.

In cinque anni in Yemen sono morte 337mila persone, tra le quali 10mila bambini. Ne avete mai visto uno in televisione? Ebbene la mattanza è ad opera di uno stato come l’Arabia Saudita, le cui credenziali democratiche – nonostante gli elogi renziani – sono come minimo altamente discutibili e alle cui spalle ci sono altri difensori della moralità come gli USA, la Francia, la Gran Bretagna.

Sei milioni di palestinesi sono stati espulsi dai loro territori dalle politiche dello stato di Israele, definite da apartheid da un organismo come Amnesty International – di solito omaggiato quando guarda fuori dai cortili di casa nostra. Assassinii mirati, leggi razziste, distruzione di case, annessione di territori, tutto questo non ha meritato una sia pur minima sanzione dai garanti dei valori europei, tutti concentrati a dare valore alla molotov ucraina e a definire terroristica quella palestinese. Ci ricordiamo poi dell’Iraq? Della Siria? Dell’Afghanistan? Della Libia? Degli omicidi di civili definiti “danni collaterali”? Del diverso trattamento riservato ai profughi di guerra? Quanti si esprimono sui respingimenti alla frontiera polacca di chi arriva da guerre “altre”, generalmente “sporche”, le cui motivazioni sono solo apparentemente locali ma, dietro le quali, c’è sempre un interesse delle multinazionali e, dietro di loro, gli stati per l’accaparramento delle terre e delle materie prime: vuoti a perdere nel gelo dei boschi bielorussi utili solo, a suo tempo, a denunciare il cinismo del dittatore Lukashenko.

Meglio muoversi sull’onda delle emozioni umane sollecitate dagli schermi televisivi e redarguire quanti oggi non si vogliono mettere l’elmetto. Se hai solo dei dubbi sull’opportunità di inviare armi all’esercito ucraino diventi un sostenitore di Putin; se – come Donatella Di Cesare – vuoi comprendere tutte le motivazioni che stanno alla base della guerra ti meriti il disprezzo e il sarcasmo degli interlocutori, se – come Barbara Spinelli – ti permetti di riprendere quanto già affermato da analisti statunitensi sull’inopportunità dell’allargamento a Est della NATO diventi, come ha detto Riotta, una “putinversteher”, una sostenitrice di Putin.

C’è anche chi ricorda (Adriano Sofri, Flores d’Arcais) l’appello del settembre 1973 per una raccolta fondi destinata a fornire armi al MIR cileno dopo il colpo di stato di Pinochet, un’iniziativa che si rifaceva al 1936 spagnolo, indirizzata a galvanizzare una militanza convinta che a breve sarebbe giunta l’ora di imbracciare il fucile in un contesto di grande conflittualità sociale. Un’iniziativa con nessuna possibilità pratica di riuscita stante la forza e la violenza dell’esercito cileno e la mancanza di una tensione insurrezionale nel proletariato cileno paragonabile a quella spagnola. Inoltre la realtà sudamericana d’allora mai avrebbe consentito il passaggio di armi verso qualsiasi forma di resistenza.

Ci sono poi quelli (Luigi Manconi) che paragonano l’impegno dell’esercito ucraino alla resistenza contro il nazifascismo, mettendo sullo stesso piano un esercito di professionisti, di una gran parte di coscritti (dai 18 ai 60 anni) e di una parte di volontari, alle bande partigiane che in Italia si erano costituite dopo l’8 settembre 1943 e il disfacimento dell’esercito italiano. L’invio di armi all’Ucraina sarebbe quindi paragonabile ai lanci degli Alleati ai partigiani dimenticando alcuni fatti non certo secondari: le armi i primi partigiani se le erano procurate inizialmente (nel cuneese) dallo scioglimento della quarta armata proveniente dalla Francia, poi attaccando caserme, singoli militi e così via. Altre bande, come quelle di orientamento social-comunista, le armi dagli Alleati le avevano con il contagocce e comunque in funzione degli obiettivi bellici di inglesi e americani. Mi pare completamente fuori luogo come si possa fare un parallelo tra una realtà fatta di militari sbandati, di antifascisti storici, di reduci dalla Russia, di giovani renitenti alla leva repubblichina, di donne combattenti che hanno voluto e scelto di combattere per un mondo diverso e libero dal fascismo – non certo per una monarchia corresponsabile del disastro e per uno stato in disfacimento – con un esercito regolare, ampiamente foraggiato di armi di tutti i tipi da un’alleanza potente come la NATO.

Spiace dover leggere queste considerazioni e questi appelli da persone che hanno contribuito in maniera importante al miglioramento delle condizioni di vita di questo paese; nulla però come la guerra consente di capire a fondo la natura e il comportamento umano. Mentre si discetta di resistenza e si insultano i pacifisti aumenta il clima bellico nella logica della guerra totale. In Russia Putin minaccia e mette in galera, con accuse di tradimento, chi osa dissentire dal suo volere, arrivando a proclamare una specie di guerra santa in difesa dei valori sacri, patriarcali e omofobi, del risorto Impero di tutte le Russie; da noi si dà la caccia al demonio russo, sia che abbia il volto di uno stimato direttore d’orchestra sia quello di un brillante fotografo, Alexander Gronsky, cancellato da un festival di fotografia a Reggio Emilia anche se non poteva parteciparvi visto che è in galera in Russia in qualità di oppositore di Putin; per non parlare della delirante esclusione degli atleti russi e bielorussi dalle paralimpiadi di Pechino o della censura del corso dedicato a Dostoevskij alla Bicocca di Milano.

La guerra nell’epoca contemporanea, dai conflitti mondiali in poi, non è più guerra di eserciti ma deve necessariamente essere totale, deve coinvolgere le popolazioni in prima linea. Più è estranea al sentire comune più deve trasformarsi in una lotta al male assoluto, al nemico trasformato in “mostro”. Se si capissero invece le reali motivazioni che stanno dietro ogni guerra, cadrebbe ogni maschera e il re apparirebbe nudo.

Dovrebbero far riflettere le recenti dichiarazioni di Wess Mitchell, già assistente Segretario di Stato USA per gli Affari europei ed euroasiatici dal 2017 al 2019: “La guerra dimostra che l’ordine mondiale è entrato in una fase caotica. Le relazioni tra potenze stanno mutando a causa dell’ascesa cinese. (…) La Cina (…) necessita ancora di tre o quattro anni per raggiungere la sofisticatezza militare necessaria a prevalere in un conflitto. Washington dovrebbe sfruttare questa finestra di tempo per infliggere a Mosca dei costi altissimi (…). L’Ucraina è il cuore di questa strategia. Gli Stati Uniti devono utilizzarla per sfibrare, prosciugare e impoverire la Russia, organizzando approvvigionamenti militari continuativi alle forze locali (…). Dovremmo avviare un programma di armamento a lungo termine per gli ucraini, così come facemmo negli anni ottanta con i mujahidin contro l’URSS. (…) L’Ucraina è un’opportunità strategica per l’Occidente (…).” [Limes, 2/2022]

La guerra come opportunità, i morti come opportunità, i bambini e le bambine come opportunità, l’intera popolazione in prima linea come opportunità.

Nel Marzo 1915 un gruppo di 37 esponenti del movimento anarchico internazionale stilarono a Londra un Manifesto Internazionale Anarchico contro la Guerra, in esso vi è scritto: «… per gli anarchici non vi è mai stato, né vi è oggi alcun dubbio (e gli orribili avvenimenti attuali rafforzano tale convinzione) che la guerra è in permanente gestazione nell’odierno sistema sociale. Il conflitto armato, ristretto o allargato, coloniale o europeo, è la conseguenza naturale, l’inevitabile e fatale risultato di un regime che si basa sulla diseguaglianza economica dei cittadini e sullo sfruttamento dei lavoratori; d’un regime che riposa sul selvaggio antagonismo degli interessi, e pone il mondo del Lavoro sotto la stretta e dolorosa dipendenza di una minoranza di parassiti che tengono nelle loro mani il potere politico ed economico. (…) Il compito degli anarchici, nella presente tragedia, qualunque possa essere il luogo e la situazione in cui si trovino, è di continuare a proclamare che c’è una sola guerra di liberazione: quella che in ogni paese è sostenuta dagli oppressi contro gli oppressori, dagli sfruttati contro gli sfruttatori. Il nostro compito è di spingere gli schiavi a ribellarsi contro i loro padroni. L’azione e la propaganda anarchica devono assiduamente e con perseveranza mirare a indebolire e disgregare i vari stati, a coltivare lo spirito di rivolta ed a sollevare il malcontento nei popoli e negli eserciti».

Non mi pare che ci sia motivo per mutare questo impegno.

Massimo Varengo


“Towards the bright days of May? [1] Militarism in action”

The ancient statement of Aeschylus that “in war the first victim is the truth” can certainly be valid in these times that see the massive use of the robotization of journalistic work and the monopoly of information by governmental agencies. Indeed, “truth” is always a victim in the society of privilege and hierarchy. However, that aphorism remains sentence is remains a useful inspiration to find a way in the chaos of articles, speeches, talk shows that are released daily. Even social networks do not help as reflections are increasingly rare in the din of the fans of one or the other belligerent sides.

All belligerent parties need to disorient their “enemy”, to bomb them with false or misleading data; obviously, they absolutely need to unite their faction and destroy the opposition. We all know that today’s techniques allow for manipulations of all kinds, such as the creation of ad hoc films and the repurposing of “old” material perhaps retrieved from some archive of previous wars. In short, fake news is released, but this shouldn’t surprise us too much. Equally, we shouldn’t be surprised by the fact that daily communication becomes more and more unilateral and increasingly aggressive towards those who do not align with the dominant mantras, in the West as in the East.

Like in the indications that we find on public transport – do not disturb the driver – we are basically summoned not to disturb those who are leading us to dance on the razor’s edge, as if they were harming themselves rather than us. Don’t we see how those who should find solutions to the tragic conflict in progress smile and shake hands at summits? The fact is that the members of the ruling classes are mutually associated and use to push the subordinate classes – which instead are rarely acquainted and mutually connected – to slaughter each other.

The Russian and Ukrainian multibillionaires, the so-called oligarchs who are behind this war, know each other very well. They all come from that immense robbery of state-owned companies which accompanied the dissolution of the Soviet Union, as well as from the state hierarchy of their respective villages. It is the Russian conscripts, the Ukrainian conscripts, the proletarians of both sides who do not recognize each other as the sacrificial victims of this war, which is criminal like all wars, because if they did, they would know very well which side to turn their weapons on. If this was the case, sending weapons and ammunition, as well as bodies, would be more than helpful.

Yet, we must be clear: what is going on is a conflict between states, asymmetrical as you like, but always between states. Surely there is an aggressor, the Russian Federation, violent and bloodthirsty like all aggressors, who wages an invasion war knowing well that the attacked can only defend themselves without being able to carry out even the slightest attack on Russian territory. Surely this is an unequal war, whose price is being paid above all by the Ukrainian population, whatever the preferred language in which they speak.

However, it would be simplistic to place the responsibility for the war solely on one side. The fact is that for decades, instead taking advantage from the end of the “cold war” which should have led to a different approach to international relations, the policy of increasing armaments, of their improvement, has continued to be pursued towards an ever better organization of the military machine. Furthermore, the fetish of permanent economic growth by all the protagonists of the world scene needs to feed on a continuous waste of energy resources and a continuous supply of raw materials such as the rare minerals that are indispensable for digitalization, energy transition, and the industrial development for the coming decades. However, these resources are only available in a few parts of the world.

Therefore, every state, as a concrete expression – in political form – of privilege, must work to guarantee its place in the international competition. This objective can only be achieved through military force: originated through the power of weapons, this power must continually use them in order to affirm its will. The state, whatever form it takes, always correspond to the organized oppression for the benefit of the ruling classes. As it was true in the past, this is even more true today in times of market globalization, where the various political and economic factions use the state system in a flexible and modular form to maintain and increase their privileges. Here we see the strengthening of each state as for repression and control to crush any possible internal rebellion, and the alliance of some states to guarantee themselves the “living space” against other states.

Not grasping this ongoing confrontation between the main protagonists of a multipolar world would make us fall into a simplistic vision of what is happening. The continuous hammering that most of the medias are doing on the ongoing conflict wants to force us into the impasse of taking sides and then mobilizing us on the war front. Instead, we are already lined up alongside the suffering populations, for the immediate cessation of all fighting, for the return of both armies to their respective barracks. Their informational hammering, however, continues: let’s take, for instance, the use that has been made in recent days of a circular from the Defence Staff, taken as a pretext to title all newspapers with the news that Italy is mobilizing, to accelerate the ongoing militarization and prefigurating a direct intervention of the Italian army.

In reality, the circular has another long-term purpose, that is to raise funds to have more money to feed the entire military structure that lives on taxation of citizens and cuts in social services. What better time to demand more public funds? Admirals and generals decoded the message saying that all weapons (except probably the Carabinieri, which have always been the flagship of the state order) are suffering as for number of soldiers (more are needed), for preparation (what are they doing while they “watch” the city streets instead of training?), for logistic means (the usual lack of maintenance). The parliament promptly responded to that militarist cry of pain by committing to increase defence  spending and to bring it to the 2% of the GDP. In a nutshell, it means from 68 million expenditure per day to 104. Who will pay the consequences is quickly said: health, school, culture …

More militaristic than the military people, the big media rush to the front line and threaten those who think otherwise. In this regard, let’s read what many have written and proclaimed in these days of war: illustrious historians, brilliant journalists, philosophers, and many “lions of the keyboard” claim to defend of the “moral”, historical and cultural values of Europe towards the barbarity of Putin and his acolytes. These flows of rhetoric serve to hide an indisputable fact: the hypocrisy of the much-heralded democracies of the West.

In five years, 337,000 people have died in Yemen, including 10,000 children. Have you ever seen this on television? Well, that slaughter is the work of a state like Saudi Arabia, whose democratic credentials – despite Renzi’s praise – are at least highly questionable, beyond being backed by other defenders of morality such as the USA, France and Great Britain.

Six millions of Palestinians have been expelled from their territories by the policies of the state of Israel, defined as apartheid by a moderate association like Amnesty International – usually honoured when they only look outside our backyards. Targeted assassinations, racist laws, destruction of houses, annexation of territories, all this has not deserved the slightest sanction from the warrantors of European values, all ready to praise the Ukrainian Molotov bombs while condemning as terrorist the Palestinian ones. Can we remember Iraq? Syria? Afghanistan? Libya? Or the killings of civilians that were called “collateral damages”? Or the different treatment reserved to war refugees? How many journalists speak about the refoulements at the Polish border of those arriving from “other” wars, generally “dirty” ones, whose motivations are only apparently local as there are always an interest of the multinationals and of the states for the grabbing of land and raw materials? To our medias, these refugees remain bare lives in the frost of the Belarusian woods only serving sometimes to denounce the cynicism of the dictator Lukashenko.

They prefer to take advantage of the emotions stimulated by televisions and blame those who do not want to wear a helmet today. If you just have doubts about whether to send weapons to the Ukrainian army, you become a Putin supporter; if – like Donatella Di Cesare – you want to understand all the reasons behind the war, you deserve contempt and sarcasm. If – like Barbara Spinelli – you dare to repeat what has already been said by US analysts on the inappropriateness of NATO Eastern enlargement, you become likewise, as Riotta said, a “Putinversteher”, a supporter of Putin.

There are also those who remember (Adriano Sofri, Flores d’Arcais) the appeal of September 1973 for a fundraiser intended to supply weapons to the Chilean MIR after the Pinochet coup d’état, an initiative that was inspired by 1936 Spain, aimed at galvanizing militants who believed that  the time would soon come to take up the rifle in a context of great social conflict. Yet, that was an initiative with no practical chances of success given the strength and violence of the Chilean army and the lack of an insurrectional tension in the Chilean proletariat that could be comparable to 1936 Spain. Furthermore, the South American reality of that time would never have allowed the passage of weapons to any form of resistance.

Then there are those (Luigi Manconi) who compare the commitment of the Ukrainian army to the resistance against Nazi-fascism, putting on the same level an army of professionals, with a large part of conscripts (aged 18 to 60) and a part of volunteers, to the partisan bands that were formed in Italy after 8 September 1943 at the breakup of the Italian army. Sending weapons to Ukraine would therefore be comparable to the launches of the Allies to the partisans. Yet, this means forgetting some facts that are all but secondary: the first, in the Cuneo region, the Partisans had originally took the weapons from the dissolution of the Fourth army coming from France, then they attacked barracks, individual soldiers and so on. Other partisan groups, such as those with a social-communist orientation, received very few weapons from the Allies, and always conditioned to pursue the war objectives of the British and Americans. It seems to me completely out of place to make a parallel between a reality that was composed by disbanded soldiers, historical anti-fascists, veterans from the Nazi-fascist invasion of Russia, young deserters, female combatants who wanted and chose to fight for a different world free from fascism – certainly not for a monarchy co-responsible for the war disaster or for a collapsing state – with a regular army, the Ukrainian, that is amply supplied with weapons of all kinds by a powerful alliance such as NATO.

We are saddened in reading these considerations and these appeals from people who importantly contributed to the improvement of the living conditions of this country; but nothing like war allows us to fully understand human nature and behaviour. While they make academic discussions on partisan resistance and abuse the pacifists, the militarist delirium increases, carrying out the logics of total war. In Russia, Putin threatens and jails those who dare to disagree with his will with accusations of treason, going so far as to proclaim a kind of holy war in defence of the sacred, patriarchal and homophobic values of the resurrected Russian Empire. In Italy, people hunt the Russian devil even when it takes the form of a respected orchestra director or that of a brilliant photographer, Alexander Gronsky, who was excluded from a photography festival in Reggio Emilia even if he could not attend since he is in jail in Russia as a Putin’s opponent. Not to mention the nonsensical exclusion of Russian and Belarusian athletes from the Beijing Paralympics or the censorship of the course on Dostoevsky at the University Bicocca.

Today, war is no longer a war of armies: it must necessarily be a total war. It must involve the populations on the front line. The more it is nonsensical, the more it must be styled as a fight against the absolute evil, against the enemy transformed into a “monster”. Conversely, if the real motivations behind every war were understood, every mask would fall and the king would appear naked.

The recent statements by Wess Mitchell, former US Assistant Secretary of State for European and Eurasian Affairs from 2017 to 2019, should make us reflect: “The war shows that the world order has entered a chaotic phase. Relations between powers are changing due to the rise of China. (…) China (…) still needs three or four years to achieve the military sophistication necessary to prevail in a conflict. Washington should take advantage of this window of time to inflict very high costs on Moscow (…). Ukraine is at the heart of this strategy. The United States must use it to weaken, drain and impoverish Russia, organizing continuous military supplies to local forces (…). We should start a long-term weapons program for the Ukrainians, just as we did in the 1980s with the mujahideen against the USSR (…) Ukraine is a strategic opportunity for the West (…).” [Limes, 2/2022]. For these people, war is an opportunity, the victims are an opportunity, boys and girls are an opportunity, the entire population at the forefront is an opportunity.

In March 1915, a group of 37 exponents of the international anarchist movement drew up an International Anarchist Manifesto Against War in London https://www.panarchy.org/variousauthors/againstwar.html  where it is written: “For anarchists there has never been, nor is there today any doubt (and the horrible current events reinforce this belief) that war is in permanent gestation in today’s social system. Armed conflict, restricted or enlarged, colonial or European, is the natural consequence, the inevitable and fatal result of a regime based on the economic inequality of citizens and the exploitation of workers; of a regime that rests on the savage antagonism of interests, and places the world of work under the close and painful dependence of a minority of parasites who hold political and economic power in their hands. (…) The task of the anarchists, in the present tragedy, whatever the place and situation they find themselves in, is to continue to proclaim that there is only one war of liberation: the one that in every country is supported by the oppressed against the oppressors, from the exploited against the exploiters. Our job is to get the slaves to rebel against their masters. Anarchist action and propaganda must assiduously and perseveringly aim at weakening and disintegrating the various states, at cultivating the spirit of revolt and at raising discontent in peoples and armies.”

I don’t think there is any reason to change this commitment today.

Massimo Varengo

[1] “Days of May” is an ironic reference that the author makes to the Italian nationalistic rhetoric celebrating May 1915, when Italy entered First World War

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