Ragioni geopolitiche della crisi russo-ucraina

Ancor prima di sapere come andrà a finire questa faccenda, visto e considerato che nel momento in cui scrivo (domenica 20 febbraio) gli scenari non sono ancora ufficialmente chiari, è utile tentare di analizzare le molte e complesse ragioni di questa escalation di aggressioni.

Qualche premessa è necessaria per inquadrare il problema nella sua multidimensionalità onde evitare di ricadere in letture manichee di opposizione tra buoni e cattivi. Partiamo quindi dal primo assunto, che qui buoni non ce ne sono: esistono solo ambiti economici e geopolitici di egemonia e popolazioni strumentalmente aizzate le une contro le altre o, peggio, pretestuosamente protette in quanto minoranze linguistiche. Al di là di ogni posizionamento ideologico o chiacchiericcio da social, qui si cercherà di analizzare, per quanto queste poche righe lo consentono, le reali motivazioni dei continui contrasti fra la Federazione Russa e l’Ucraina, contrasti che, per inciso, non sono cominciati con la rivoluzione arancione: hanno invece una datazione incerta ma sicuramente già in periodo sovietico.

Il secondo assunto è che tutto questo immane teatrino non ha nulla a che fare con la salvaguardia di popolazioni russofone, russofile e affini e, tanto quanto, non ha a che vedere con governi ucraini più o meno fascisti o più o meno democratici – fumo negli occhi per pacifisti radical chic dell’ultima ora o per rossobruni ingrugnati della prima ora. Le ragioni devono essere cercate tra gli interessi economici delle oligarchie russe e ucraine, in cerca di vantaggi competitivi e rendite di posizione per inserirsi da protagonisti e non da gregari nella partita globale.

Il cambio di passo dell’egemonia economica mondiale sta influenzando pesantemente non solo gli equilibri geopolitici ma le alleanze internazionali. Recrudescenze nazionaliste nascondono tentativi grossolani di protezionismo economico per avere potere contrattuale nella disputa sulle nascenti tratte commerciali e reti infrastrutturali tra le quali quelle energetiche.

Un’altra premessa necessaria è utile per comprendere gli attuali scenari geopolitici mondiali, cioè il fatto che la globalizzazione per come la si immaginava ai tempi del “popolo di Seattle” è molto cambiata, ovviamente nell’inevitabile indifferenza di gran parte della costellazione dei movimenti.

Il processo di integrazione globale sta assumendo una conformazione che segue i cambi di egemonia internazionale. La globalizzazione immaginata dalla strategia “porte aperte” assumeva come condizione necessaria aree di influenza nelle quali incentivare il “libero mercato”, eliminando dazi e instaurando “democrazie occidentali” ben disposte a liberalizzare ogni attività prima sotto il controllo statale. In tutto questo la realizzazione di collegamenti infrastrutturali stabili e accordi di scambio bilaterali tra unioni e singole nazioni garantiscono la salvaguardia degli interessi dei vari operatori, in genere holding, grandi imprese e gruppi finanziari.

Questa strategia seguiva in un certo qual modo l’andamento della capacità di influenza dello Zio Sam. Un processo di produzione basato su catene produttive globalizzate definite Global Value Chains (GVC), sulle quali agire per determinare vantaggi competitivi determinabili attraverso scelte mirate su cosa produrre e dove (trade in tasks) con ricadute sui prezzi di beni e servizi,[1][2] è una strategia che sta entrando in collisione con una diversa strategia che si determina per regioni continentali nelle quali ci sono “aree di influenza”, ben definite attraverso l’acquisizione di aree strategiche (land grabbing) o i diritti di transito per rotte commerciali, assi infrastrutturali o hub logistici.[3] In questo scenario le aree di influenza regionali assumono una valenza cruciale, quindi avere dominio militare, che storicamente vuol dire garantire il controllo economico e commerciale, assume un valore ancor più critico.

Il conflitto per stabilire aree di influenza NATO vanno nella direzione di mantenere un sistema globalizzato di stampo occidentale: i tentativi di inserire aree di influenza non NATO rientrano nelle strategie della globalizzazione basata su regioni continentali di stampo orientale, della quale la Cina rappresenta il maggior esponente. Nel mezzo di questa disputa si ritrovano svariate regioni tra Est Europa e Asia: avere la sfortuna di essere strategicamente determinanti nelle nascenti rotte commerciali Est-Ovest (silk roads) o di rappresentare scorciatoie per infrastrutture energetiche (gasdotti su tutti) o di essere l’unico accesso al mare di grosse nazioni “bisognose” di garantire i commerci di bandiera, diventa rischioso in questa fase assai complessa e isterica di (ennesima) trasformazione del modo di riproduzione capitalista.

I contendenti (e sono molti) hanno tutti forti interessi di posizionamento all’interno dello scacchiere dell’economia globale ed è proprio la questione del posizionamento che infiamma da anni le relazioni russo-ucraine. La faccenda si inserisce, con motivazioni in parte simili e in parte nuove, in una questione aperta fin dai tempi dell’URSS. La posizione della repubblica ucraina è sempre stata considerata strategica da Mosca ma al contempo critica: la vicinanza con il Nord Europa, la sua posizione privilegiata nelle rotte Est-Ovest e l’affaccio sul Mar Nero hanno sempre fatto dell’Ucraina una zona di interesse non solo economico, ma anche militare. Per Mosca e Kiev la zona del Mar Nero è essenziale e critica almeno quanto quella di altre frontiere, pertanto il controllo di quest’area marittima non serve solo all’Ucraina come garanzia per le rotte mercantili ma anche – e forse di più  – alla Russia, il cui obiettivo è quello di garantire la capacità di potersi proiettare nel Mediterraneo.

Di fatto, l’unico accesso sia militare sia commerciale al centro dei traffici Oriente-Occidente non è sotto il completo controllo russo. In questo senso, l’annessione della Crimea alla Federazione Russa è stato un segno inequivocabile dell’importanza che il Mar Nero riveste per le mire del Cremlino. La posizione baricentrica della Crimea è, infatti, perfetta in quanto protesa verso il centro del Mar Nero e si pone come porta d’ingresso del Mar d’Azov e dello Stretto di Kerch, una utilissima barriera alla NATO e agli interessi commerciali che questa garantisce contro quelli di Mosca.

Da questo punto di vista l’integrazione dell’Ucraina nelle strutture occidentali sposterebbe, di fatto, l’equilibrio strategico in Europa. Una ipotetica annessione dell’Ucraina nella sfera di influenza NATO porrebbe fine a ogni residua speranza russa di creare una “Unione Slava” – composta da Russia, Ucraina e Bielorussia – e ripristinare l’egemonia russa nello spazio post-sovietico. Come ha osservato Zbigniew Brzezinski alcuni anni fa, senza l’Ucraina la Russia cessa di essere un impero eurasiatico. Se, invece, potesse ristabilire il controllo sull’Ucraina con i suoi 43 milioni di persone, la ricca potenzialità agricola e l’accesso infrastrutturalmente avanzato di Odessa sul Mar Nero, la Russia riguadagnerebbe automaticamente la possibilità di diventare una potenza regionale.[4]

Lo scoppio della Rivoluzione delle Rose in Georgia e della Rivoluzione arancione in Ucraina ha sollevato nuovamente la questione del ruolo della NATO nel proiettare stabilità nei paesi dello spazio post-sovietico, in particolare Georgia e Ucraina. Questo ovviamente sconvolge tutti i piani della Federazione Russa, che va sempre più considerata una confederazione di oligarchie commerciali e finanziarie la quale, forte della sua posizione eurasiatica, vorrebbe essere il principale interlocutore fra Est e Ovest.

È in questa situazione e con queste premesse che, a mio modestissimo parere, va inquadrata e analizzata la crisi ucraina, crisi che sta contrapponendo interessi similari su una stessa area geografica. L’inasprimento dei toni e gli allarmismi a stelle e strisce su un conflitto che appare sempre più inevitabile e le mosse “umanitarie” e “antifasciste” della Federazione Russa che offre asilo politico e cittadinanza alle minoranze russofone, andrebbero lette come la narrazione di parte e la mediatizzazione degli eventi per coprire gli interessi di egemonia economica fra il blocco occidentale che perde terreno e un blocco orientale che si sta configurando, con alterne vicende, su alleanze critiche e scomode. Nel mezzo, come sempre, troviamo le popolazioni dilaniate – prima che dai conflitti reali – dai conflitti mediatici e ideologici, strumentalizzati e divisi da posizioni e narrazioni sempre più inverosimili e fantasiose.

J. R.

NOTE

[2] Cfr. J. R., “Logi(sti)camente Capitale”, in UN, 2019, https://umanitanova.org/logisticamente-capitale/

[2] Gereffi, G., & Fernandez-Stark, K. (2011). “Global Value Chain Analysis: a Primer”, Center on Globalization, Governance & Competitiveness (CGGC), Duke University, North Carolina, USA.

[3] Cfr. J. R., “Myanmar e lo scomodo vicino”, in UN, 2021, https://umanitanova.org/myanmar-e-lo-scomodo-vicino/

[4] Cfr. Brzezinski Zbigniew, The Grand Chessboard (New York: Basic Books, l997), 46.

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