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Apartheid ai tempi del Covid

Apartheid ai tempi del Covid

La campagna vaccinale svoltasi in Israele è stata assunta come paradigma di efficientismo in campo sanitario. Nel giro di pochi mesi lo stato mediorientale è riuscito, dopo diversi rigidi lockdown, a fare un’imponente campagna di vaccini che ha piegato verso il basso l’andamento dell’epidemia.

La celerità con cui è stata effettuata – già a metà febbraio il 45% della popolazione aveva ricevuto almeno una dose – è il risultato dell’efficacia del governo israeliano nel garantirsi un flusso di rifornimenti di sieri costante nel tempo – grazie ad un accordo con la Pfizer che prevedeva, oltre alla contropartita economica, la cessione di dati anonimizzati sulle cartelle mediche – e di una capacità di mobilitazione dell’intero corpo sociale. Ma è stato anche il risultato dell’aver definito quali gruppi di popolazione potessero avere accesso prioritario. Le linee di demarcazione hanno ricalcato la razzializzazione della popolazione arabo-israeliana e araba[1].

A Gerusalemme Est, dove la maggior parte della popolazione è classificata come “residente permanente” ma è priva di cittadinanza israeliana – pur pagando tasse allo stato israeliano – come nelle carceri con prigionieri palestinesi vi sono stati ampli ritardi nella distribuzione dei sieri, nonostante questi settori di popolazione dipendano direttamente dai servizi sanitari organizzati dal governo israeliano. Nei territori occupati la situazione è stata ancora peggiore, con i quattrocentocinquantamila coloni che hanno avuto un celere accesso ai vaccini mentre nei vicini villaggi arabi si moriva di COVID.

Solamente a inizio Marzo il governo israeliano ha iniziato a distribuire vaccini tra la popolazione araba di Gerusalemme Est e i lavoratori palestinesi che tutti i giorni attraversano i confini

Questo è avvenuto sia nella Cisgiordania che nella Striscia di Gaza. Certo, in base agli accordi di Oslo la responsabilità della sanità di ambo i territori rientra tra quelle del governo palestinese ma le frontiere sono sotto rigido controllo del governo israeliano e questo si è premurato di bloccare le – già scarse – importazioni di vaccini. Se a questo si aggiungono la corruzione delle autorità palestinesi e l’esasperazione del divario di classe tra i vari segmenti della popolazione palestinese (ben esistenti checché ne dicano certi filopalestinesi che amano rappresentare una Palestina omogena che non esiste), si ottiene un mix mortale.

Il governo israeliano non poteva permettersi una campagna vaccinale a rilento tra la popolazione che gode di uno status privilegiato, quella con la cittadinanza israeliana – nonostante esistano notevoli differenze nello status sociale tra arabo-israeliani, israeliani di origine europea e israeliani di ascendenza sì ebraica ma yemenita, marocchina o del corno d’Africa – in quanto questa è quella che ha diritto di voto ed è chiamata a servire nell’esercito (la leva in Israele è obbligatoria e dopo si rimane riservisti) in uno stato che vive in un contesto ostile.

La minaccia del confronto con i proxies libanesi e siriani della politica di potenza iraniana che costringerebbe, come nel 2006, a una vasta mobilitazione militare è sempre dietro l’angolo. E, dato che l’abitacolo di un Merkava non è proprio un posto adatto al distanziamento sociale, una campagna vaccinale rapida è l’unico modo di tenere in efficienza la propria riserva di cittadini-soldato. Motivo per cui il governo ha dovuto immunizzare tutte le fasce di età, in quanto è sì vero che la mortalità è alta soprattutto tra gli anziani ma un soldato lontano per due o tre settimane dal fronte per far fronte a un’infezione anche solo di media gravità o con sintomi che si protraggono per mesi dopo la guarigione, è un soldato inutilizzabile.

Inoltre il governo Nietanyau è un governo nato già traballante, con un premier contestato da ampie parti dell’opinione pubblica – per la sua condotta in politica estera come per la politica economica e per gli svariati processi per corruzione in cui appare da anni come imputato – che non può permettersi di aumentare la propria impopolarità con una campagna vaccinale mal condotta e raffazzonata.

Il calcolo della classe dominante israeliana è stato semplice: favorire quella parte di popolazione con cittadinanza la cui salute è necessaria per le capacità economiche e militari, ed escludere dall’accesso, o perlomeno rallentarne l’accesso, a quella parte di popolazione ufficialmente non sottoposta alla giurisdizione israeliana ma al contempo dipendente dalle politiche israeliane a causa dell’occupazione militare pluridecennale dei territori dove vive.

La classe dirigente palestinese, che nella situazione di eterno conflitto trova la propria legittimazione, ha passato buona parte del tempo a non pretendere che lo stato israeliano fornisse dosi anche ai lavoratori palestinesi che tutti i giorni si recano in Israele o condividesse parti delle dosi con le organizzazioni sanitarie palestinesi, perché altrimenti avrebbe “perso di legittimità”.

La disparità di accesso tra popolazione classificata come israeliana, arabo-israeliana e araba dimostra come un’organizzazione sociale basata sulla gerarchia, sull’accumulazione di capitale e sulla violenza, non sia in grado di rispondere ai bisogni della popolazione.

Non è una questione che riguarda solo un’area dove un conflitto pluridecennale fa risaltare le contraddizioni ma è una questione che riguarda tutto il mondo. La distribuzione di vaccini e terapie efficaci, siano esse contro il COVID o contro altre patologie, sotto il regime del capitale non è questione sanitaria ma questione di accumulazione di valore e potere.

Sui vaccini si sta giocando una guerra commerciale tra varie consorterie economiche e, oltre alla guerra commerciale, si gioca la capacità di proiezione strategica di alcuni stati. Se dopo la seconda guerra mondiale esportare grano e profilati d’acciaio aveva la sua importanza, ora ha la sua importanza esportare vaccini, o la tecnologia per produrli o le capacità logistiche di distribuirli.

Un bene che in questo momento dovrebbe essere prodotto e distribuito in massa ovunque diventa, quindi, un mezzo per accumulare maggiore capitale – per le aziende che lo producono – e potenza per gli stati che ne controllano produzione e flussi.[2]

Certo, ci dicono, le democrazie garantiscono l’accesso alle cure gratuite ai loro cittadini. In linea teorica in molte democrazie è così, ma all’atto pratico si fa di tutto per trasformare la possibilità di accedere in privilegio, e usare questo privilegio come strumento per aumentarsi in potenza, e decenni di tagli hanno portato sull’orlo del collasso anche sistemi sanitari avanzati, come quello italiano.

Le leggi sulla proprietà intellettuale che impediscono di produrre liberamente preparati medici fanno il resto.

I farmaci e i vaccini diventano strumenti di diplomazia e di coercizione, permettono di risaldare rapporti tra alcuni stati e demarcare meglio le linee di razzializzazione.

Assunto questo, diventa normale che il governo israeliano preferisca mandare quote di vaccini verso l’Honduras, paese che ha spostato la propria ambasciata a Gerusalemme, riconoscendola come capitale dello stato, piuttosto che fornirle ai lavoratori palestinesi che ogni giorno si sottopongono alla trafila dei checkpoint per andare a lavorare fuori dai territori palestinesi.

Un’equa distribuzione dei beni potrà avvenire solamente in una società che si sarà emancipata dalle cause profonde della diseguaglianza, abolendo un’organizzazione sociale fondata sulla violenza e istituendone una basata sulla libera cooperazione.

Lorcon

NOTE

[1]https://www.timesofisrael.com/arab-israelis-fret-over-lagging-vaccination-rates-as-ramadan-approaches/

https://www.bbc.com/news/55800921

https://www.liberationnews.org/exposing-israels-vaccine-apartheid-in-west-bank-gaza/

https://www.haaretz.com/opinion/.premium-israel-s-vaccine-apartheid-1.9578125

[2]https://umanitanova.org/?p=13997

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