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Il motocrossista senza nome né faccia

Il motocrossista senza nome né faccia

C’è posta senza mittente giù nella cassetta, una busta quadrata con una marcatura “Covid free” così in evidenza che più che rassicurarmi mi fa sorridere. Mentre salgo le scale col pacchetto in mano vedo che arriva dall’Inghilterra ed anche che il mio nome ed indirizzo sono scritti sbagliati – chissà chi glieli ha dati o da dove li avranno presi. In alto a destra c’è solo un timbro Royal Mail di quelli elettronici di adesso, col QR code così un umano non sa capirne la provenienza precisa. Sarà Londra? Inverness? Brighton? Lo apro, e praticamente anonimo è pure il disco che c’è nel pacchetto: un sette pollici white label accreditato a Crossman (un gruppo? o sono in due? uno soltanto?) – mi metto a cercare in rete ma non trovo niente di utile, anzi niente di niente.
Faccio una traduzione veloce del nome: sono indeciso se ho a che fare con un motocrossista senza nome né faccia, o se è un altro di quei famosi doppisensi alla vecchia maniera hippy misto ad anarcopunk tipo “Stations of the Crass” – le stazioni della croce una volta, l’uomo della croce adesso. Copertina in bianco e nero di fattura senz’altro artigianale, non ci trovo dentro un pezzo di carta con sopra non dico una presentazione ma neanche un biglietto, due righe, un ciao eccomi/eccoci. Uhm, strano mi dico: è da quasi quarant’anni, dal periodo turbolento delle autoproduzioni più integraliste e marginali che non vedo cose inglesi realizzate così. Per dire, che i Crass armati di pazienza, etica e rigore autogestionario si fossero collettivamente piegati a mano una a una le copertine del loro primo disco autoprodotto lo si può leggere agevolmente sulla loro biografia e secondo loro era una pratica al tempo stesso zen e rivoluzionari ma a noi, diciamocelo, già allora sembrava cosa del tutto normale per come funzionavano le cose a casa nostra, dove le copertine stampate piegate ed incollate a mano sarebbero state già un traguardo notevole. Sì perché molto spesso i dischi da mettere dentro le copertine dopo anni di collette e sbattimento non potevamo ancora permetterceli: per uscire dalle cantine spesso eravamo costretti ad affidare a delle cassette scrause e duplicate una a una i nostri messaggi alla nazione.
In principio era il soggetto. Il potere è esercitato sull’oggetto ed ogni male o difetto è colpa e decadimento dell’oggetto. Il potere non corrompe – e non l’ha mai fatto. Utilizza un set di abilità esistente che tutti abbiamo acquisito. La dialettica e l’esercizio del potere, tutto il potere, impiegano tecniche apprese dalla disfunzione familiare. Tutto il resto è isolamento o cooperazione. Il potere è disfunzione praticata. Ecco le formule in cui siamo immersi ogni giorno. Sono le stesse sia per la guerra sia per il governo così come per i litigi domestici. Questo è ciò che facciamo: dichiariamo o sottintendiamo la nostra posizione predefinita di giustezza liquidando tutto ciò che non ci soddisfa. Se fallisce, minimizziamo l’importanza di ciò che non ci soddisfa. Se fallisce, depistiamo, distraiamo, intorpidiamo le acque. Quindi attacchiamo, incolpiamo. Proiettiamo le nostre reazioni e sentimenti sul nostro sfidante e reagiamo come se questo fosse veramente il loro comportamento quindi ritorniamo alla nostra posizione iniziale. Classifichiamo gli input del nostro avversario come intrinsecamente imperfetti e inaccettabili. Mentiamo…”.
Per raccontarvi di questo disco vedete che la prendo alla larga: dai vecchi e cattivi ricordi prima e adesso dalle scritte di copertina. Ce n’è una bella grande sul davanti: “questo disco non è adatto a quelli che hanno un’indole religiosa” che mi riporta a quell’adesivo obbligatorio “parental advisory” sui dischi rap anni Novanta che fece così tanto agitare le mamme a stelle e strisce. Adesso quell’adesivo da appiccicarsi sulle parti basse è roba che il sistema ha reso abituale: attrae i ragazzini desiderosi di rinfrescarsi il vocabolario per cinguettare sui social e contribuisce a spingere verso su il conteggio dei digital download e dei passaggi in radio in clean version, così oltre che la mamma si fan contente anche la casa discografica e la SIAE.
Per completezza d’informazione: dietro c’è anche un’altra scritta: “il potere è una disfunzione” – uhm, qui si mette male. All’interno il testo della prima parte, strutturata come una canzone, ed un susseguirsi veloce domanda/risposta altra domanda altra risposta che è press’a poco la trascrizione della seconda parte del pezzo registrato nel disco. Ne ho riportato un pezzetto appena qui sopra – direi che è roba da leggersi con calma ed essendo disposti a impegnare un certo livello di attenzione.
Metto su il vinile ed ecco che con la musica nelle orecchie ed i testi in mano le cose prendono velocemente una struttura stabile ed un senso: questo avrà anche sì quella superficie familiare delle vecchie autoproduzioni nostrane, ma non mi sembra affatto un disco punk. Lo direi piuttosto un disco anarchico, anzi Anarchico con la A ed anche tutte le altre lettere cerchiate e in maiuscolo. Un disco polemico abrasivo corrosivo e per certo nervoso e senz’altro incazzoso ma con motivi seri, con ragionamenti solidi ben accesi e fiammeggianti sotto. Non è proprio roba da spacciare ai ragazzini in cerca di movimento e di punk come se ne può avere un’idea, oggi se vogliamo c’è solo la buccia: vattene fuori dalla mia vita, vaffanculo a te e a tutto. Il disco però non è solo questo e Crossman mica sbraita e basta: lui ti guarda dritto in faccia e si mette d’impegno a spiegarti chiaramente perché vuole fuori della sua vita potere religione oppressione governo polizia eccetera, perché manda tutto e tutti così esplicitamente a quel paese, perché è arrabbiato e soprattutto perché dovresti essere arrabbiato arrabbiatissimo anzi incazzato incazzatissimo pure tu.
Un ragionamento profondo sulla religione e sul potere, non tanto sui meccanismi quanto sulle interazioni, interazioni che pesano – e come e quanto pesano! – sulla vita di ciascuno. L’uomo della croce si concentra sui germogli dell’idea artificiale e verticale di un dio contrapposta alla natura umana che appare invece spontaneamente come cooperativa, pacifica e socialmente orizzontale. Non so mettervela giù meglio – anche perché mi ci vorrebbero come minimo altre sei pagine – ma secondo me il senso è grossomodo questo. Niente poesia, niente arte. Una canzone, solo una canzone sì, fatta non per sfogarsi o per togliervi due soldi dalle tasche ma per decifrare il malessere, mappare la frustrazione, dare forma compiuta alla rabbia, delineare chiaramente il rifiuto, prendere le misure col mondo e soprattutto prendere la decisione giusta.
Siccome sono curioso e pure stupido ho provato a scrivere due righe all’indirizzo email di Crossman scritto in piccolo in copertina, così tanto per dirgli ho ricevuto il pacchetto e grazie. Il postmaster però mi ha dato errore così ho perso le speranze, ma dopo due/tre settimane mi è arrivato a casa un altro pacchetto altrettanto anonimo con altre copie del disco. Se la cosa vi incuriosisce ve ne mando una con la traduzione già fatta, finché ce n’è.
Per contatti: stella_nera@tin.it.
Marco Pandin

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