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Reggio Emilia: Giornata di studio “Riflessioni sulla guerra civile italiana. Anarchismo e violenza politica”

Novembre 6

Giornata di studio

1921/2021

RIFLESSIONI SULLA GUERRA CIVILE ITALIANA

ANARCHISMO E VIOLENZA POLITICA

Sabato 6 novembre 2021

(ore 9,40-18,00)

Presso Università di Modena e Reggio Emilia

Aula Magna Manodori, via Allegri 9, Reggio Emilia

La Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia e l’Archivio Famiglia Berneri – Aurelio Chessa organizzano, con il patrocinio del Dipartimento di Educazione e Scienze umane dell’Università di Modena e Reggio Emilia, un convegno di studi dedicato ai temi della guerra civile e della violenza politica in Italia e al loro nesso, in quanto categorie interpretative, con le vicende novecentesche dell’anarchismo.

L’iniziativa – che suggella un percorso intrapreso dagli stessi organizzatori con la giornata di San Giovanni Valdarno del 20 marzo 2021 (Guerra civile in Toscana. 1921-2021: riflessioni sulla violenza politica) – si colloca all’interno di un ormai maturo dibattito storiografico e individua nel periodo tra la prima guerra mondiale e l’avvento del fascismo, ma in particolare nell’anno 1921, un tournant dirimente e di grande interesse. L’attentato anarchico al teatro Diana di Milano, insieme alle diffuse insurrezioni popolari antifasciste, alla costituzione di formazioni armate di difesa proletaria come gli Arditi del Popolo, alle violente azioni squadriste (assalti ai municipi “rossi” e alle sedi del movimento operaio), sono eventi che si addensano in un ristrettissimo arco temporale, destinati a marcare un forte impatto politico e sociale, con conseguenze di lunga durata.

ABSTRACT e RELAZIONI

Fabio Fabbri (Università Roma Tre)

LA GUERRA CIVILE ITALIANA

Poiché la chiave di lettura del nostro Convegno ruota attorno al termine di Guerra Civile, a me pare opportuno non solo convalidare l’esattezza di questa definizione, ma essere coscienti che non tutta la storiografia è d’accordo nell’utilizzare con estrema facilità quell’espressione. Per esempio, gli studiosi delle cosiddette «guerre fratricide» (Ranzato, 1991 e 1994) – per quanto vi abbiano individuato «molti presupposti» – tendono ad escludere nell’Italia del primo dopoguerra «una vera situazione» di guerra civile. Con estrema cautela essi hanno denunciato «l’uso abusivo del termine» limitandone «i confini concettuali» strettamente al 1943-1945 e individuando taluni precisi «criteri di riconoscibilità» nel «fatto che i contendenti perseguano la meta della conquista dello Stato» o nella «rottura del monopolio statale della violenza» (Pavone, 1991). Ora se il concetto di monopolio statale della violenza richiama un noto articolo di Gramsci – elaborato fin dall’ottobre del 1920 – secondo cui «il terrorismo vuol passare dal campo privato al campo pubblico», noi oggi non possiamo rischiare di espungere il concetto di guerra civile da una visione più ampia e complessiva, e in particolare dal contesto successivo alla guerra e alla Rivoluzione d’ottobre, allorché tutti i governi europei, di fronte al pericolo del bolscevismo dilagante, non tardarono a prendere posizione a fianco di chi voleva estirpare le radici stesse del socialismo e, appunto « si identific[arono] con una delle parti belligeranti » (Ranzato, 1991, p. 322). È chiaro infatti che solo il riferimento alla categoria della guerra civile, in relazione ai duri scontri sociali e politici del primo biennio postbellico – una categoria ampiamente in uso sia nel lessico gramsciano che nella pubblicistica fascista del primo dopoguerra – può suggerire un percorso d’indagine e un metodo storiografico che guardino con occhi diversi alle origini del fascismo italiano e, in particolare, al periodo compreso tra la fine della guerra e le elezioni del maggio 1921: data epocale che segnò per la prima volta l’ingresso del fascismo nelle istituzioni dello Stato, alla seduta inaugurale della Camera il 13/6/21, vero punto di non ritorno della crisi dello stato liberale.

Esamineremo nel tempi, modalità e forme di tale violenze che, appunto, definiscono il quadro di quella guerra civile che è un termine non imposto dallo storico, ma di cui fecero largo uso i contemporanei d’entrambi i fronti: da Nenni a Farinacci, da Turati alla Kuliscioff, da Grandi a Matteotti, da Serrati ad Arpinati, da Rigola a Cesare M. De Vecchi, da Mussolini a Gramsci , da U. Banchelli a P. Togliatti che per «L’Ordine Nuovo», 9 marzo 1921, commentò gli Episodi della guerra civile in Toscana. Una categoria, quella di guerra civile, che la pubblicistica coeva usò senza mezzi termini, resa poi «moneta corrente», come s’è detto, dal lessico politico quotidiano. Insomma noi non crediamo che i contemporanei che parlarono di guerra civile enfatizzarono la realtà, come sembrano intendere i critici superciliosi convinti che il termine sia appropriato solo per il conflitto interno che scosse il paese tra il 1943 e il 1945.

Fabio Fabbri, dopo aver insegnato Storia del lavoro presso le Università di Salerno, di Roma “La Sapienza” e Tor Vergata, è stato prof. ordinario di Storia contemporanea presso l’Università Roma Tre. Autore di numerosi saggi sulla storia del socialismo italiano, sulla cooperazione e sulle origini del fascismo, apparsi nelle principali riviste italiane e straniere, ha curato un volume su Il movimento cooperativo nella storia d’Italia (Milano, Feltrinelli, 1979, pp.1087) e ha pubblicato, per la collana del CIRIEC, Da birocciai a imprenditori. Una strada lunga 80 anni: 1912-1992 (Milano, Angeli,1994, pp.950). Nel 2009 è apparso un ampio volume su Le origini della guerra civile. L’Italia dalla Grande Guerra al fascismo.1918-1921. (Torino, Utet, 2009, pp.715) e nel 2011 L’Italia cooperativa. 1861-2011. Centocinquant’anni di storia e di memoria, Roma, Ediesse, pp.547. Ha curato l’Introduzione all’edizione critica della tesi di laurea di S. Pertini, La cooperazione, Genova, AMES, 2013. Per le edizioni Castelvecchi ha diretto l’opera Storia del Lavoro in Italia in 6 volumi, (2015-2018) e ha curato Maria Montessori e la società del suo tempo (2020).

Guido Panvini (Alma Mater Studiorum Università di Bologna)

TRA RIMOZIONI E ABUSO: LA CATEGORIA GUERRA CIVILE NEL ‘900 ITALIANO

La categoria di «guerra civile» ricorre con frequenza sia nel dibattito pubblico che in quello scientifico come filo conduttore della narrazione della storia dell’Italia unita. In essa vengono fatti rientrare diversi episodi e fasi storiche della vicenda nazionale: il “brigantaggio” meridionale dopo l’unificazione, l’avvento del fascismo, la guerra di Liberazione del 1943-45, le dinamiche della guerra fredda negli anni Cinquanta, gli “anni di piombo” e financo il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica nella prima metà degli anni Novanta. L’ombra della guerra civile sembrò effettivamente stendersi in diversi momenti della storia unitaria, deflagrando, però, solamente in pochi confinati episodi legati a gravi crisi nazionali ed internazionali, così come accadde in diversi paesi dell’Europa occidentale nel XIX e nel XX secolo. Tuttavia, il costante ricorrere di tale categoria è sconfinato in un vero e proprio abuso, tanto da attribuire il ripetersi di “guerre civili” ad un immutato dato antropologico degli italiani. Quanto è lecito l’utilizzo di tale categoria? Che conseguenze ha avuto nella costruzione dell’identità nazionale?

Guido Panvini è attualmente ricercatore a tempo determinato di tipo b (senior) presso il Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche della Sapienza Università di Roma. Ha svolto attività di ricerca e di insegnamento presso l’Università degli studi di Bologna, l’Università della Tuscia, l’Università degli studi di Macerata, l’Università Luiss Guido Carli di Roma, l’Università degli studi di Perugia e l’Università di Sciences Po. È stato postdoctoral fellow presso la Yale University, visiting scholar presso la Ku Leuven University e Marie Curie Fellow presso il Centre d’Historie dell’Università Sciences Po di Parigi. I suoi interessi di ricerca riguardano la storia dell’Europa contemporanea, la storia dell’Italia repubblicana, la violenza politica e i terrorismi, la storia degli intellettuali, il rapporto tra religione e politica, la storia sociale, le guerre civili del ‘900.

Giorgio Sacchetti (Università dell’Aquila)

ANARCHISMO E VIOLENZA: UN PROBLEMA STORIOGRAFICO

La storiografia sull’anarchismo italiano – marcando una notevole differenza con l’omologa sulla Francia – ha trattato solo in maniera sporadica o magari indiretta il tema ostico dell’influenza delle suggestioni violente sul movimento. Di rado la questione è stata affrontata in forma strutturata organica, con analisi di ampio respiro e su un arco temporale prolungato; mentre la stessa bibliografia sull’argomento risulta alquanto scarna. Nella densa biografia politica di Errico Malatesta (1853-1932), forse “uno dei più grandi rivoluzionari italiani”, il nesso anarchismo violenza costituisce un nodo teorico ricorrente e di notevole rilevanza, che pervade l’intero suo agire di militante e pensatore libertario nel movimento operaio internazionale a cavallo di due secoli. Per focalizzare efficacemente il tema della violenza e delle sue connessioni con l’azione e i progetti rivoluzionari degli anarchici italiani si sono individuate quattro cesure “malatestiane” che, per le differenti tipologie rappresentate, a nostro avviso costituiscono significativi punti di svolta: I) 1884 – stesura del nuovo Programma e organizzazione dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori (“…la rivoluzione non si fa in quattro gatti…”, superamento del metodo cospirativo e opzione per quello insurrezionale di massa); II) 1900 – regicidio di Monza (Cause ed effetti); III) 1914 – la Settimana Rossa (l’ultima insurrezione); IV) 1921 – l’attentato anarchico al Teatro Diana di Milano. In ciascuna di queste fattispecie otto-novecentesche – guerra per bande, società segrete, insurrezioni di massa, tirannicidio, attentati dinamitardi, banditismo sociale… – si mettono alla prova dei fatti altrettante strategie e categorie “rivoluzionarie” che hanno attraversato l’anarchismo e il movimento operaio e sindacale. Il nostro excursus, partendo dalla correlazione tra azione violenta e prassi anarchica nella prima lotta antifascista, come nel caso dell’arditismo popolare, prosegue con la partecipazione libertaria alla lunga guerra civile europea, con la revisione messa in atto dall’anarchismo anglofono e da Maria Luisa Berneri negli anni Quaranta, fino alle scelte resistenziali e alle proiezioni anarco-insurrezionaliste del secondo Novecento.

Giorgio Sacchetti: PhD, professore associato abilitato in Storia contemporanea, docente a contratto all’Università dell’Aquila. Ha focalizzato le sue ricerche sulla Labour history e sugli Anarchist studies, con particolare attenzione alle traiettorie ed ai profili biografici militanti. Fra le sue pubblicazioni più recenti: Eretiche. Il Novecento di Maria Luisa Berneri e Giovanna Caleffi, Biblion, Milano 2017; Pugni chiusi. Storia transnazionale di un Sessantotto di periferia, Aska, Firenze 2018; Sans frontière. Umberto Marzocchi (1900-1986), penseur et acteur de l’anarchisme internationale, Les Éditions Libertaires, Paris 2020; Veglia anarchica mensile (1926-1927) diretta da Virgilia D’Andrea, Nova Delphi Academia, Roma 2020.

Elena Papadia (Sapienza Università di Roma)

UN ESAGERATO SENTIMENTO DI SÉ”

VIOLENZA E RIVOLUZIONE NELL’ETÀ DEGLI ATTENTATI

Non credo ci siano dubbi sul fatto che la violenza politica del primo dopoguerra sia pienamente leggibile solo all’interno del suo specifico contesto. Eppure, rimane il fatto che in Italia la questione della violenza rivoluzionaria ha radici ottocentesche, e che quelle radici sono importanti per comprendere alcuni aspetti di ciò che sarebbe accaduto dopo; il mio intervento si concentrerà dunque sulla cosiddetta età degli attentati.

La lettura che vede nella torsione terroristica di fine secolo l’effetto di una interpretazione estrema della anarchica “propaganda per il fatto” sottolinea senz’altro un elemento importante, ma rischia di mettere in ombra la matrice risorgimentale e repubblicana di molti di quegli attentati, ben visibile non solo nel profilo e nella storia personale di diversi attentatori, ma anche e soprattutto nella scelta del bersaglio. A dispetto della concezione funzionalista della violenza che sottostà alla dottrina della propaganda per il fatto, la logica degli attentati di fine secolo è puramente ritorsiva: è una logica di vendetta, che porta a “uccidere il tiranno” non solo in quanto simbolo e vertice di un ordine ingiusto, ma per le sue colpe personali. Per alcuni aspetti, si tratta ancora di Felice Orsini che punisce il traditore della repubblica romana.

Di qui si diramano le due questioni sulle quali principalmente si articolerà la mia riflessione. La prima è quella relativa alla personalizzazione dell’odio, che nasce dalla domanda se sia ammissibile e compatibile con la moralità rivoluzionaria l’odio (e la violenza, in seconda battuta), contro le singole persone. Su questo versante, seguirò un dibattito che si svolse sulle colonne dello “Scamiciato” di Prampolini e che proseguì poi sulle pagine del “Ribelle”. La seconda è il ruolo che nella determinazione degli attentati ebbe una condizione di oggettiva deprivazione personale dell’attentatore (qui c’è la differenza maggiore rispetto agli ambienti della cospirazione risorgimentale, ma anche rispetto ad altre stagioni a noi più vicine) che lo portava a vendicarsi anche per sé, per quello che personalmente aveva subìto. Mi soffermerò dunque sulla storia individuale e sul profilo sociale di alcuni dei protagonisti, per mostrare come – alla luce della propaganda anarchica, dei giornali letti e delle parole ascoltate – la miseria e la subalternità non potessero più essere considerate una fatalità, un dato immutabile e in qualche modo naturale, ma diventassero piuttosto una condizione ingiusta e immeritata contro la quale ribellarsi; è questo senso di elementare giustizia di classe ciò che i custodi dell’ordine e delle gerarchie sociali chiamavano un “esagerato sentimento di sé”. Attraverso l’oggettiva naïveté dell’atto terroristico passava dunque una questione importante, che aveva a che fare con l’idea, relativamente nuova, della modificabilità delle gerarchie sociali e della radice politica della povertà e delle afflizioni.

Elena Papadia è nata a Roma nel 1972, si è laureata a Pisa nel 1996 e ha conseguito il titolo di dottore in ricerca a Bologna nel 2001. Dal 2008 al 2019 è stata ricercatrice presso la facoltà di Lettere e filosofia della Sapienza, Università di Roma; attualmente è professoressa associata di storia contemporanea presso il Dipartimento di Comunicazione e ricerca sociale dello stesso Ateneo. I suoi interessi di ricerca vertono principalmente sull’Italia liberale, nell’ottica di una storia politica aperta agli orizzonti culturalisti, alla storia dei sentimenti e delle emozioni. Il suo ultimo libro è La forza dei sentimenti. Anarchici e socialisti in Italia, Bologna, il Mulino, 2019.

Enrico Acciai (Università di Roma Tor Vergata)

GLI ANARCHICI ITALIANI E LA SCELTA VOLONTARIA DELLE ARMI:

UN STORIA LUNGA

Nella complessa relazione tra anarchici e violenza politica riveste un ruolo centrale il tema della scelta volontaria delle armi. Si tratta di una storia lunga che prende le mosse dalle vicende, umane e politiche, dei primi internazionalisti italiani provenienti da una militanza nel campo garibaldino che passa per i tentativi insurrezionali degli anni ’70, dalla spedizione greca del 1897, dal contraddittorio nodo del primo conflitto mondiale e arriva fino alla guerra civile spagnola e alle resistenze europee.

Soffermandosi su alcune biografie paradigmatiche, questo intervento non si pone tanto di ricostruire queste vicende nel loro complesso, quanto piuttosto di riflettere sul ruolo che ha giocato una lunga tradizione di volontarismo in armi nella relazione tra anarchismo, violenza politica e terrorismo. Siamo convinti, e in sede di convegno proveremo ad articolare meglio in questa direzione, che la sopravvivenza di un’anima garibaldina radicale in seno al movimento libertario abbia contribuito a rendere più stretto il vincolo tra anarchismo e violenza politica.

Enrico Acciai è ricercatore presso l’Università di Roma “Tor Vergata”. Già professore associato presso l’Università di Copenaghen e ricercatore Marie Curie presso l’Università di Leeds si occupa da anni della relazione tra volontariato in armi e radicalismo politico. Il suo ultimo volume è Garibaldi’s Radical Legacy. Traditions of War Volunteering in Southern Europe (1861–1945) (Routledge, 2020).

Pietro Di Paola (University of Lincoln)

LA VIOLENZA NELLA STAMPA ANARCHICA

La questione dell’uso della violenza all’interno del movimento anarchico è sempre stato una questione altamente controversa e dibattuta, basti pensare alle polemiche e le divisioni che emersero nell’ultimo decennio del milleottocento esemplificate dal confronto tra Emile Henry ed Errico Malatesta su quale fosse e su come definire il ‘limite’ da adottare nell’uso della forza.

La questione della violenza e dell’uso della forza come momento imprescindibile per lo scoppio della rivoluzione sociale furono un elemento centrale anche durante il biennio rosso e gli anni che seguirono con lo scatenarsi della violenza fascista.

Lo sfoglio delle principali testate anarchiche di quegli anni (Volontà, L’Avvenire Anarchico, Umanità Nova) può permettere di cogliere le trasformazioni e le differenti percezioni sull’uso della violenza che si ebbero in un lasso di tempo particolarmente breve e drammatico. Oltre al dibattito teorico, questo intervento intende esplorare se e come nella stampa emergano e si possano cogliere anche delle reazioni emotive legate all’uso della violenza. In particolare se e come queste si siano trasformate dal periodo della ‘grande illusione’ (rovesciando il punto di vista della ‘grande paura’ con cui è stato spesso definito ) del biennio rosso e dell’occupazione delle fabbriche a quello della violenza subita con l’emergere dello squadrismo fascista. L’intento è quindi quello di valutare se la stampa possa essere uno strumento di analisi adatto per verificare se alla violenza politica, come categoria interpretativa, si possano unire/sovrapporre altre categorie più legate alla sfera ‘emotiva’: la speranza, la disillusione, la paura, la vendetta, ecc. per valutarne anche il loro possibile impatto in quel periodo.

Pietro Di Paola è Senior Lecturer all’Università di Lincoln (UK) dove insegna Storia Contemporanea. Si interessa di storia del movimento anarchico, e in particolare degli anarchici in esilio e delle loro reti di relazioni transnazionali. Tra le altre, ha pubblicato: The Knights Errant of anarchy: London and the diaspora of Italian anarchists (1880-1917), Liverpool University Press, 2013; “Die große Illusion”. Eine Emotionsgeschichte des bienno rosso 1919-1920 in Italien” in Ine zweite Revolution? – Das Frühjahr 1919 in Deutschland und Europa. Die Buchmacherei, Berlin, 2020. Con Piero Brunello ha edito Errico Malatesta. Autobiografia mai scritta. Ricordi (1853-1932). Spartaco Edizioni, Caserta 2003.

John Foot (University of Bristol)

PROCESSARE IL 1920-1921. FONTI GIUDIZIARIE SULLA GUERRA CIVILE ITALIANA

Questo intervento analizza un tema molto trascurato nella storia e nella storiografia sul fascismo italiano: i processi politici farsa svoltisi nel 1922-1925 in relazione alle violenze del 1919-21. La relazione esamina in particolare i processi relativi all’attentato al Diana (1921) e il successivo processo del 1922; il “massacro” di Palazzo d’Accursio (1920) (con il processo nel 1923) e i Fatti di Empoli (1921) con il relativo processo nel 1924. Questi furono tutti eventi sia politici che giudiziari, che cercarono di cementare l’idea che il fascismo avesse salvato l’Italia dal “terrore rosso” e che socialisti e sindacalisti avessero compiuto atti di violenza sia brutali che preordinati nel 1919-1921, durante il periodo del cosiddetto “caos rosso”. Furono eventi spettacolari (132 gli imputati al processo di Empoli) ed ebbero ampia risonanza sulla stampa. E videro il coinvolgimento, in alcuni casi diretto, dei principali capi fascisti. L’intervento prende in esame le narrazioni poste in essere da questi processi e le evidenti lacune che sono emerse. Esamina anche il motivo per cui essi siano stati raramente (o mai) studiati dagli storici, nonostante il loro ruolo fondamentale nell’avvento del fascismo. Nell’articolo si sostiene che questi processi, insieme alla interpretazione storica che implicavano, furono centrali nel processo di affermazione dell’egemonia fascista e sulle narrazioni che poi si sarebbero sedimentate dopo la presa del potere nel 1922, che tali rimasero per tutta la durata del regime.

John Foot è professore di Modern Italian History alla University of Bristol nel Regno Unito. È autore di numerosi volumi sulla storia contemporanea italiana. Il suo libro sul fascismo italiano, Blood and Power. The rise and fall of Italian Fascism, sarà pubblicato sia in inglese che in italiano nel 2022.

Ivano Granata (Università di Milano Statale)

MILANO 1919-1922. SOCIALISMO, ANARCHISMO, FASCISMO

All’inizio del 1919 Milano era sicuramente la città più socialista d’Italia. L’amministrazione comunale era retta, dal 1914, da un sindaco socialista, la Camera del lavoro era in continua crescita di iscritti, la locale sezione del Psi aveva nelle sue fila i principali esponenti del partito a livello nazionale e varie istituzioni di prestigio della città erano rette da socialisti. Alle elezioni politiche del novembre 1919 inoltre il Psi sarà la forza politica più votata. In questo contesto il movimento anarchico non era in grado di trovare sul piano politico uno spazio adeguato, ma nondimeno finì per esercitare una certa influenza sul movimento operaio. Guidati da dirigenti che portavano avanti una politica sindacale di stampo riformista, gli operai facevano tuttavia riferimento politicamente al massimalismo della sezione socialista e ai concetti di rivoluzione da attuarsi rapidamente. Ciò portò durante alcuni scioperi all’uso della violenza che presentava una matrice di origine anarchica e che portò a un dibattito interno nel mondo socialista milanese. Nato a Milano, il fascismo per tutto il 1919-1920 fu un fenomeno trascurabile, che tuttavia dimostrò subito la propria capacità di usare la violenza con la distruzione, da parte degli arditi e dei futuristi, dell’“Avanti!” nell’aprile 1919. Solo a partire dall’inizio del 1921, dopo il fallimento dell’occupazione delle fabbriche, il fascismo cominciò ad ampliare il proprio seguito e anche nel capoluogo lombardo iniziarono le azioni squadriste, culminate con l’uccisione di alcuni lavoratori. L’attentato dinamitardo del 23 marzo 1921 al teatro Diana da parte di anarchici individualisti, che aveva come obiettivo il questore Gasti, ma che invece provocò la morte di 17 persone, oltre a un’ottantina di feriti, e dal quale Malatesta prese le distanze, sospendendo in carcere lo sciopero della fame, avrebbe potuto, indignando l’opinione pubblica, dare la spinta definitiva al fascismo per avere la più ampia diffusione anche a Milano. Milano però, nonostante la situazione, continuò a essere socialista, al punto che lo stesso Mussolini, nel marzo 1922, sarà costretto ad ammettere che il capoluogo lombardo non era fascista. Sarà il fallimento dello “sciopero legalitario” dell’1-3 agosto 1922 a causa della mancata reazione delle masse lavoratrici a consegnare la città ai fascisti.

Ivano Granata ha insegnato Storia dell’Italia contemporanea e Storia dei partiti politici presso il corso di laurea in Scienze storiche dell’Università degli Studi di Milano. La sua attività di ricerca si è indirizzata in particolare verso il fascismo, il socialismo e il sindacalismo, argomenti su cui ha pubblicato saggi e libri. Tra le sue ultime pubblicazioni vi sono i libri L’“Omnibus” di Leo Longanesi. Politica e cultura (aprile 1937-gennaio 1939), FrancoAngeli, Milano, 2016 e Milano “rossa”. Ascesa e declino del socialismo (1919-1926), Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2018.

Antonio Senta (Archivio Famiglia Berneri Aurelio Chessa, Reggio Emilia)

Rodolfo Vittori (Fondazione Ernesto Rossi e Gaetano Salvemini, Firenze)

TRA RIVOLUZIONE E “CONTRORIVOLUZIONE”. IL CASO BOLOGNA

La relazione analizza gli anni 1919-1922 e grazie a un nuovo lavoro di scavo di molteplici fonti, in particolare delle fonti di polizia e della pubblicistica periodica, si concentra su alcune questioni che a nostro avviso meritano attenzione, andando così ad arricchire il quadro che la storiografia precedente ha delineato.

Procedendo per punti, tre sono i nodi che mettiamo in luce:

1. L’incidenza dell’attivismo libertario all’interno del movimento operaio.

2. Il ruolo dei nazionalisti che, prima dei fascisti, organizzano la reazione politica e militare alla “marea rossa”.

3. Rivoluzione e controrivoluzione si confrontano, nel bolognese, prima del 1921: già dal 1919 assistiamo a dinamiche ascrivibili alla categoria di guerra civile. Nelle manifestazioni di piazza dell’estate del 1919 da entrambe le parti si cerca lo scontro armato e tra Bologna e Imola, dove le agitazioni contro il caro viveri si fanno sanguinose, si delineano già quella dinamiche di guerra civile strisciante che caratterizzeranno il biennio 1920-21.

Con circa ventimila disoccupati e il più forte rincaro dei prezzi della penisola, finita la guerra, a Bologna e provincia cresce il malessere e la rabbia nel ceto proletario, che si concretizza in scioperi e proteste di piazza. Tra la fine del 1918 e l’inizio del 1919, il movimento anarchico si rianima interpretando la fase come propizia per una sollevazione rivoluzionaria e nel corso del 1919 contribuisce ad elaborare, grazie in particolare a Luigi Fabbri, la tattica del fronte unico rivoluzionario. I libertari, forti di esponenti di grandi capacità tra i quali Armando Borghi, spingono il fronte sovversivo verso un esito insurrezionale già dal 1919.

Le forze rivoluzionarie tuttavia risentono del peso delle divisioni ideologiche, peccano di scarsità organizzativa e scontano il fatto che la situazione non è così “bollente” come sperano, prendendo impropriamente a esempio quanto avvenuto in Russia.

Dall’altra parte la controrivoluzione preventiva si articola nella realtà bolognese in due fasi distinte e autonome che tuttavia si congiungono e si integrano perfettamente. La prima fase, che va dal novembre 1918 alla fine estate 1920, vede un manipolo di giovani nazionalisti assumere l’egemonia dello schieramento interventista-reazionario.

Nella seconda fase (autunno 1920-autunno 1922) avviene invece una sorta di affiancamento e poi di passaggio delle consegne involontario dai nazionalisti ai fascisti; quest’ultimi proseguono l’attività militare e propagandistica (“la pedagogia del manganello”) dei loro predecessori, infliggendo dapprima nell’autunno 1920 una pesante sconfitta ai vertici politici e sindacali del socialismo bolognese (conquista della Camera del Lavoro ed eccidio di palazzo d’Accursio), assicurandosi il controllo politico del capoluogo e avviando dal dicembre 1920 nei centri della provincia la strategia terroristica dello squadrismo agrario con le spedizioni punitive tese a distruggere il tessuto organizzativo del sindacalismo agrario e del socialismo municipalistico.

Antonio Senta (Fiesole, 1980), insegna Filosofia e Storia nei licei. Ha lavorato come archivista all’Istituto internazionale di storia sociale di Amsterdam e come ricercatore al Dipartimento di studi umanistici dell’Università di Trieste. Tra le sue ultime pubblicazioni: Utopia e azione. Per una storia dell’anarchismo in Italia 1848-1984, Elèuthera, Milano, 2015; La rivoluzione scende in strada. La Settimana Rossa nella storia d’Italia 1914-2014, Zero in Condotta, Milano, 2016; La pratica dell’autogestione, elèuthera, Milano (con Guido Candela), 2017; Luigi Galleani. L’anarchico più pericoloso d’America, Nova Delphi, Roma, 2018 (edito anche negli Stati Uniti e in Cile); Gli anarchici e la rivoluzione russa (1917-1922), Mimesis, Milano-Udine, 2019.

Rodolfo Vittori (Bologna, 1958), laureato in Storia Moderna presso l’università di Bologna, docente di Filosofia e Storia nei licei; ha conseguito il dottorato di ricerca in Italianistica presso l’università di Ginevra nel 2017. È autore di numerosi studi e pubblicazioni sulla cultura rinascimentale (tra questi Una cultura di confine, Milano, FrancoAngeli, 2020), sulla storia della Riforma e della Controriforma e sulla storia italiana del primo Novecento tra cui: Elogio dell’eresia. Ernesto Rossi e gli anarchici, in: “Rivista storica dell’anarchismo”, a. 10, n. 1-2003; “All’assalto del Monte Bianco armato di uno stuzzicadenti”. Ernesto Rossi e la cospirazione antifascista in Italia 1925-1930, in: “Italia contemporanea”, nn. 268-269, dicembre 2012; con Antonella Braga la biografia Ada Rossi, Milano, Unicopli, 2017.

Mirco Carrattieri (Istituto Nazionale Ferruccio Parri)

UN’EMILIA PIÙ ROSSA

LA NASCITA DEL PARTITO COMUNISTA TRA PIACENZA E IMOLA

Il Partito Comunista d’Italia, come noto, nasce a Livorno nel gennaio 1921. Ma nelle sue origini e nei suoi esordi molto importante è il ruolo dell’Emilia, una terra peraltro destinata a ospitarne i maggiori successi nel dopoguerra. Si pensi a figure come Fortichiari, Marabini, Graziadei, Picelli, Dozza; o a episodi come il congresso del PSI di Bologna del 1919, i fatti di palazzo d‘Accursio e il convegno di Imola del novembre 1920, le barricate di Parma dell’agosto 1922.

In corrispondenza del centenario numerose sono le iniziative in corso in regione, come i progetti Partecipare la democrazia della rete degli Istituti storici e 1921-2021 dell’IGER. Per la prima volta su questa scala alle memorie si associa una storia scientifica, basata sulle fonti locali oltre che su quelle nazionali.

In questa relazione, alla luce di questi nuovi approcci storiografici, cercherò di delineare la rilevanza del territorio per la nascita del PCd’I e le specificità del comunismo emiliano (anche a confronto con quello romagnolo), con particolare riferimento al 1921 e alle violenze politiche di quella fase.

Mirco Carrattieri (Reggio Emilia, 1974) è Direttore generale dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri di Milano. Collabora inoltre con l’Università di Modena e Reggio Emilia. Coordina la redazione della rivista digitale “E-Review”. E’ membro del comitato scientifico dell’Istituto Cervi, di “Clionet” e di Istoreco Reggio Emilia, del quale è stato presidente dal 2009 al 2015. Dottore di ricerca in Storia contemporanea, è stato borsista della Fondazione Salvatorelli, della Fondazione Gorrieri e della Fondazione Basso; e assegnista presso l’Università di Bologna. È stato direttore del Museo della Repubblica di Montefiorino e della Resistenza italiana dal 2016 al 2019. È socio fondatore dell’Associazione Paesaggi della Memoria; e socio di AIPH e SISSCO. Si occupa di storia della storiografia, storia locale e public history. Tra i suoi ultimi lavori:

La guerra partigiana, in M. Carrattieri-M. Flores (a cura di), La Resistenza in Italia : storia, memoria, storiografia, GoWare, Firenze 2018

Il montare del nazionalismo, in C. De Maria, a cura di, Grande guerra e fronte interno: la svolta del 1917, in Emilia -Romagna, Pendragon, Bologna 2018

La linea Gotica nella memoria pubblica, in M. Carrattieri-A. Preti (a cura di), Comunità in guerra sull’Appennino: la Linea Gotica tra storia e politiche della memoria, Viella, Roma 2018

Per una public history italiana, in “Italia contemporanea”, 2019, 289, pp.106-122.

Andrea Ventura (Università di Pisa)

TOSCANA 1921. UNA GUERRA CIVILE?

Nella Toscana del 1920-1921 si verificano azioni squadriste, violenze di folla e sommosse popolari. Molti dei protagonisti e dei testimoni di questi eventi parlano di una vera e propria “guerra civile”. L’intervento cercherà di ricostruire la fenomenologia delle violenze di piazza e l’identità politica dei fascisti e dei “sovversivi”. Il focus si concentrerà sulle rivolte popolari della primavera del 1920; sulle azioni squadriste comprese tra il dicembre 1920 e l’estate del 1921; sulle insurrezioni antifasciste del 1921.

Quali sono le caratteristiche di queste violenze? Qual è la genealogia della violenza popolare? Quali sono le specificità di ogni gruppo politico che partecipa a questi scontri? Quali sono gli elementi essenziali del fascismo?

Si tenterà di rispondere a questi interrogativi con una prospettiva di storia politica e sociale capace di discutere la categoria di “guerra civile”. L’intervento raccoglierà l’invito di Claudio Pavone a riconnettere il primo dopoguerra in generale, ed il 1921 in particolare, alla «repressione» dello Stato e della società italiani. Tenendo in considerazione lo snodo 1894-1915 si potranno sottolineare le continuità, e le radicali novità, del primo dopoguerra italiano.

Andrea Ventura è assegnista di ricerca presso il dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere dell’Università di Pisa, cultore della materia al dipartimento di Storia, Archeologia, Geografia, Arte e Spettacolo dell’Università di Firenze e docente a contratto all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Le sue ultime pubblicazioni sono: Italia ribelle. Sommosse popolari e rivolte militari nel 1920, Roma, Carocci, 2020; Il diciannovismo fascista. Un mito che non passa, Roma, Viella, 2021.

Roberto Carocci (Università Roma Tre)

ROMA 1921

ANARCHISMO, ANTIFASCISMO E DIFESA OPERAIA

Il 1921 si presenta come un anno cruciale per il confronto tra reazione e rivoluzione che vide il progressivo esaurimento della spinta del Biennio rosso e, al contempo, il rapido definirsi dei lineamenti del movimento fascista, determinando una generale condizione di fibrillazione sociale caratterizzata da un diffuso utilizzo della violenza politica.

Utilizzando principalmente fonti a stampa e di pubblica sicurezza, ciò che si vorrà introdurre è il precipitato di tale situazione all’interno della realtà sociale romana. Forse non a caso, l’Urbe fu una delle ultime città a essere “prese” dalle camicie nere; ciò fu possibile anche grazie alla diffusa iniziativa del proletariato romano e i suoi partiti d’avanguardia, tra i quali gli anarchici dispiegarono un’azione che andò oltre il proprio ambito di riferimento specifico con esiti che avrebbero trovato alcuni significativi motivi di generalizzazione. La partecipazione all’occupazione delle fabbriche e al parallelo movimento di occupazione delle case sul finire del 1920 aveva conferito agli antiautoritari un certo prestigio tra le classi subalterne cittadine, riflesso anche dello slancio che il movimento aveva a livello nazionale, segato dal l’uscita di “Umanità Nova” la cui redazione sarebbe stata spostata nell’Urbe dove come si trasferì anche lo stesso Errico Malatesta.

A partire dal gennaio 1921, l’anarchismo romano dové tuttavia fare i conti in maniera crescente con la repressione statale che avrebbe compiuto un salto di qualità con l’attentato del Diana. Se la stretta d’ordine ebbe l’effetto di contenere la dimensione politica e organizzativa non impedì al movimento antiautoritario di esercitare una larga influenza nell’associazionismo sindacale così come in notevoli settori del combattentismo, che costituiscono i due ambiti principali su cui si concentrerà la relazione.

In campo operaio, oltre a confermare e consolidare la propria presenza negli organismi direttivi della Camera del Lavoro, nei sindacati di mestiere e nei quartieri proletari, su iniziativa di Eolo Varagnoli prese piede l’esperienza dei Nuclei libertari di mestiere riunitisi poi nel Fascio Libertario d’Azione Diretta, a sua volta promotore del Comitato di Difesa Proletaria, un organismo unitario volto alla tutela delle organizzazioni di classe dalla violenza fascista. D’altro canto, nella sinistra interventista, alcuni elementi individualisti, che si ritrovavano intorno all’esperienza dell’Alleanza Rivoluzionaria animata da Attilio Paolinelli, costituirono uno dei nuclei fondativi degli Arditi del Popolo che proprio a Roma videro la nascita dei loro primi raggruppamenti.

Anche grazie all’influenza e al radicamento di cui godeva l’anarchismo, la popolazione romana poté dare prova di sé di fronte all’avanzata fascista. È d’altronde significativo che il 1921 si sia concluso con in confronto avvenuto con le camicie nere in occasione del congresso fondativo del PNF (Roma, 7-10 novembre), cui il proletariato romano rispose con cinque giorni di sciopero generale che prese le forme di una rivolta operaia armata.

Roberto Carocci insegna Storia contemporanea all’Università degli Studi di Roma Tre ed è dottore di ricerca presso Sapienza Università di Roma. Si occupa di storia del lavoro, del movimento operaio, dei movimenti radicali e di quello anarchico. Tra le sue pubblicazioni principali, ha curato Errico Malatesta. Un anarchico nella Roma liberale e fascista (Bfs, 2018) ed è autore di La Repubblica Romana, prove di democrazia e socialismo nel Risorgimento (Odradek, 2017) e Roma sovversiva. Anarchismo e conflittualità sociale dall’età giolittiana al fascismo 1900-1926 (Odradek, 2012). Collabora con “MicroMega” e coordina la collana scientifica per gli studi umanistici di Nova Delphi Libri.

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DISCUSSANTS E COORDINATORI DI SESSIONE

Lorenzo Bertucelli è Professore Ordinario di Storia contemporanea presso l’Università di Modena e Reggio Emilia. Dal 2018 è Direttore del Dipartimento di Scienze del Linguaggio e della Cultura dove ha fondato il Master di II livello in Public History e dirige il Laboratorio di Storia delle migrazioni. Si occupa di storia del lavoro e dei movimenti sindacali, di storia dei movimenti migratori e delle culture politiche del Novecento. Tra le sue pubblicazioni sulla storia del lavoro Società e mondo del lavoro tra collaborazione e conflitto, in S. Musso (a cura di), Storia del lavoro in Italia. Il Novecento. 1945-2000, Lit Edizioni Castelvecchi, Roma, 2015, sulle forme di governo del conflitto sociale nel secondo dopoguerra, Proteggere e reprimere. Stato e conflitti sociali nel dopoguerra, in P. Dogliani e M. A. Matard Bonucci (a cura di), Democrazia insicura, Donzelli, Roma, 2017 e I conflitti di lavoro nel dopoguerra, in E. Acciai, G. Panvini, C. Poesio, T. Rovatti (a cura di), Oltre il 1945. Violenza, conflitto sociale, ordine pubblico nel dopoguerra europeo, Viella, Roma, 2017. Sulla cultura politica del PCI, La izquierda poscomunista italiana en los años de Berlusconi, in “Ayer”, 104/2016 e, in stampa nel 2021, Trade Unions and PCI 1968-1993 per Peter Lang. Sulla Public History ha curato il volume Public History. Discussioni e pratiche, Mimesis, Milano, 2017.

Paul Richard Corner, nato in Yorkshire, Gran Bretagna, laureato in Storia nell’Università di Cambridge, D. Phil. (Università di Oxford). Ricercatore, Fondazione Luigi Einaudi, Torino, 1970-71, Junior Research Fellow St. Antony’s College, Oxford 1971-71. Dal 1974 al 1986 Professore all’Università di Reading; dal 1987 al 2016 Professore ordinario all’Università di Siena.

Interessi attuali: il confronto fra il nazismo, il fascismo ed altri regimi autoritari / totalitari; l’organizzazione dello stato fascista e i rapporti fra centro e periferia durante il fascismo; l’opinione pubblica e popolare in regimi autoritari / totalitari.

Fra i suoi libri più recenti: (a cura di) Popular Opinion in Totalitarian Regimes. Fascism, Nazism, Communism, Oxford University Press 2009 (trad. ital. Il consenso totalitario, Laterza 2012; The Fascist Party and Popular Opinion in Mussolini’s Italy, Oxford University Press 2012 (trad. ital., Italia fascista, Carocci 2015; (con Valeria Galimi, a cura di), Il fascismo in provincia. L’articolazione del potere sotto il regime, Viella 2015; (con Jie-Hyun Lim, a cura di), The Palgrave Handbook of Mass Dictatorship, Palgrave Macmillan 2016; La dittatura fascista, Carocci 2017.

Fabio Degli Esposti (Bologna, 1965) è professore associato di storia contemporanea all’Università di Modena e Reggio Emilia. Ha pubblicato numerosi saggi su temi di storia economica e sociale italiana ed europea fra Otto e Novecento, dedicati soprattutto sul rapporto fra istituzioni militari e sviluppo economico. Da parecchi anni si occupa degli anni del primo conflitto mondiale con particolare riguardo agli aspetti della vita politica, economica e culturale delle società belligeranti. Più recentemente sta compiendo ricerche sulla transizione della società italiana dalla guerra al fascismo, guardando soprattutto alle vicende dei ceti agrari.

Fra i suoi lavori più recenti: La grande retrovia in territorio nemico. Bologna e la sua provincia nella Grande Guerra (1914-1918), Milano, 2017; Fra Stato, “agrarie” e leghe. L’agricoltura emiliano-romagnola dalla guerra alla pace (1918-1920), in Carlo De Maria (a cura di), Dalla fine della guerra alla nascita del fascismo, Bologna, 2020; Sulla pelle dei soldati. Razioni di guerra, approvvigionamenti alimentari e speculazioni industriali (1914-1922), in «Italia contemporanea», n. 293 (2020).

Emanuela Minuto è ricercatrice in Storia Contemporanea presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Pisa. È titolare degli insegnamenti di Storia dei movimenti e dei partiti politici europei per la classe 36 e di Storia del giornalismo per le classi magistrali. Negli ultimi anni, ha condotto ricerche su movimenti sociali e culture politiche radicali e socialiste.

Tra le ultime pubblicazioni si ricordano: Pietro Gori’s Anarchism: Politics and Spectacle (1895-1900), in “International Review of Social History” (2017); (curatela con M. Manfredi), La politica dei sentimenti. Linguaggi, spazi e canali della politicizzazione nell’Italia del lungo Ottocento, Roma, Viella, 2018; Internazionalismo, transnazionalismo e patriottismo. Biografie e narrazioni di due leader anarchici (1893-1932) in Finis Civitatis. Le frontiere della cittadinanza, Roma, Storia e Letteratura, 2019. [fonte: UniPi]

Andrea Rapini è ricercatore di Storia contemporanea nel Dipartimento di Educazione e Scienze Umane dell’Università di Modena e Reggio Emilia. I suoi interessi scientifici spaziano dal movimento operaio, all’impresa, allo stato sociale e alla memoria dell’antifascismo. Tra le sue pubblicazioni Antifascismo e cittadinanza. Giovani, identità e memorie nell’Italia repubblicana, Bologna, Bononia University Press, 2005; Lo Stato sociale, Bologna, Archetipo, 2010; The History of the Vespa. An Italian Miracle, London/New York, Routledge, 2019.

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PROGRAMMA

Sessione mattutina

9,40 – Saluti istituzionali

Questioni di metodo (coordina Emanuela Minuto – Università di Pisa)

10,00 – Fabio Fabbri (Università Roma Tre), La guerra civile italiana

10,25 – Guido Panvini (Alma Mater Studiorum Università di Bologna), Tra rimozioni e abuso: la categoria guerra civile nel ‘900 italiano

10,50 – Giorgio Sacchetti (Università dell’Aquila), Anarchismo e violenza: un problema storiografico

11,15 – Elena Papadia (Sapienza Università di Roma), “Un esagerato sentimento di sé”. Violenza e Rivoluzione nell’età degli attentati

11,40 – Enrico Acciai (Università di Roma Tor Vergata), Gli anarchici italiani e la scelta volontaria delle armi: un storia lunga

12,05 – Pietro Di Paola (University of Lincoln), La violenza nella stampa anarchica

12,30 – John Foot (University of Bristol), Processare il 1920-1921. Fonti giudiziarie sulla guerra civile italiana

ore 12,55 pausa pranzo

Sessione pomeridiana

Casi studio (coordina Andrea Rapini – Università di Modena e Reggio Emilia)

14,45 – Ivano Granata (Università di Milano Statale), Milano 1919-1922. Socialismo, anarchismo, fascismo

15,10 – Antonio Senta (Archivio Famiglia Berneri Aurelio Chessa, Reggio Emilia) – Rodolfo Vittori (Fondazione Ernesto Rossi e Gaetano Salvemini), Tra rivoluzione e “controrivoluzione”. Il caso Bologna

15,35 – Mirco Carrattieri (Istituto Nazionale Ferruccio Parri), Un’Emilia più rossa. La nascita del Partito Comunista tra Piacenza e Imola

16,00 – Andrea Ventura (Università di Pisa), Toscana 1921. Una guerra civile?

16,25 – Roberto Carocci (Università Roma Tre) Roma 1921. Anarchismo, antifascismo e difesa operaia

16,50 – Dibattito conclusivo sulle relazioni (coordina Giorgio Sacchetti – Università dell’Aquila)

Discussants: Lorenzo Bertucelli (Università di Modena e Reggio Emilia), Paul Corner (Università di Siena), Fabio Degli Esposti (Università di Modena e Reggio Emilia)

18,00 termine dei lavori

Organizza: Archivio Famiglia Berneri – A. Chessa; Biblioteca Panizzi (Reggio Emilia); Comune di Reggio Emilia

Patrocinio: Dipartimento di Educazione e Scienze Umane, Università di Modena e Reggio Emilia

Curatela scientifica: Fabio Fabbri, Giorgio Sacchetti

INFO

Ingresso libero fino ad esaurimento posti

Prenotazione obbligatoria con e-mail a: archivioberneri@gmail.com

Necessario green pass per l’accesso

Info logistiche:

Biblioteca Panizzi, via Farini n. 3, Reggio Emilia, tel. 0522-456084;

Archivio Famiglia Berneri – Aurelio Chessa, via Tavolata n. 6, Reggio Emilia, tel. 0522-439323 archivioberneri@gmail.com

Info segreteria scientifica: cell. +39 3474823021

Per seguire il convegno in streaming collegarsi al seguente link:

https://www.youtube.com/channel/UCuUFApYJ1-IqZ0hJCIOdImA

Dettagli

Data:
Novembre 6

Luogo

reggio emilia