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La polarizzazione sociale negli Stati Uniti

La previsione di una guerra civile a bassa intensità venne fatta già da Loren Goldner in una intervista rilasciata a Radio Blackout nel novembre 2016, subito dopo l’elezione di Trump alla Casa Bianca. La sua previsione era basata sul fatto che l’elezione di Trump aveva aperto la strada ai gruppi suprematisti bianchi e sulla spaccatura a metà della società americana che aveva trovato un riflesso, già allora, nel risultato elettorale. A distanza di quattro anni da allora possiamo constatare che la presidenza Trump, lungi dal risolverli, ha acutizzato i conflitti che stanno alla base della tendenza alla guerra civile, come si è potuto vedere il sei gennaio con l’assalto al Capitol Hill. Insomma Trump ha fatto molta fatica a mantenere le sue promesse e, come diceva Loren Goldner in un suo articolo “Il punto più vulnerabile di Trump è proprio il suo punto forte ai fini del risultato elettorale: la sua pretesa di offrire quei milioni di posti di lavoro nelle industrie e nelle infrastrutture che i suoi sostenitori della classe operaia ( i blue collar) si aspettano”.[1]

Potrebbe essere interessante ricordare le prime reazioni degli imprenditori americani al programma di Trump. Il 24 gennaio 2017, pochi giorni dopo il suo insediamento alla presidenza, Trump ha convocato alla Casa Bianca i CEO di Ford, Fiat Chrysler (Sergio Marchionne) e di General Motors, promettendo una vasta “deregulation” in cambio del ritorno della produzione in USA e minacciando, in caso contrario, forti dazi doganali. La risposta dei CEO è stata tiepida o ambigua, mettendo in evidenza la difficoltà delle multinazionali a rientrare in una visione “nazionale” dei loro interessi. Ford ha cancellato un’industria per l’assemblaggio da 1,6 miliardi di dollari in Messico ed ha annunciato che spenderà 700 milioni per allargare un’industria in Michigan. GM, il giorno prima dell’incontro con Trump, ha chiuso due impianti in Ohio e Michigan e mandato a casa duemila lavoratori. Quanto a Fiat Chrysler, sono sette le sue strutture produttive a sud del confine.

Entusiata, naturalmente, la reazione dell’industria petrolifera. Trump ha autorizzato subito la costruzione da parte di TransCanada dell’oleodotto KeystoneXL ed il completamento della parte finale del Dakota Access che attraversa la terra dei nativi americani e che era stato bloccato da Obama. Ha promesso di sbloccare anche le trivellazioni in Alaska, anche queste bloccate da Obama negli ultimi giorni della sua presidenza. La “deregulation” in USA prometteva più automobili, più petrolio, più distruzione dell’ambiente, tutta roba da “old economy”.

Di tutt’altro tenore le reazioni degli imprenditori della “new economy”. Elon Musk, produttore delle vetture elettriche Tesla con cui attaccava le case di Detroit, ha continuato di mala voglia la sua collaborazione con Trump, solo perché il maggior cliente dei suoi razzi e astronavi SpaceX è pur sempre Washington attraverso la Nasa (SpaceX ha privatizzato il business missilistico della Nasa). Al contrario Davis Kalanick, fondatore di Uber, decide di non andare più alle riunioni con il presidente. Uber, capolista della “sharing economy” vale oggi 69 miliardi di dollari, mentre General Motors vale 24 miliardi e FCA ne vale 15 (ma su questa “bolla” converrà ritornare in seguito). Kalanick alla fine ha dovuto cedere alle pressioni delle proteste dei suoi autisti (tra i quali moltissimi immigrati) ed al boicottaggio dei suoi clienti liberal, con campagne tipo “#deleteuber”. Poi sono scesi in campo colossi digitali come Apple e Google da una parte e le compagnie dei “yellow cab” newyorchesi dall’altra. Sono i due estremi di un ampio ventaglio di business che si reggono sulla manodopera immigrata: la Silicon Valley non può fare a meno di informatici stranieri, inclusa una parte che proviene dal Medio Oriente mentre i tassisti newyorchesi sono quasi tutti immigrati, in parte musulmani.[2]

Il declino dell’industria manifatturiera prima di Trump era stato già messo in luce in due articoli di Countdown vol. IV: “Complessivamente, i livelli di produttività generalmente elevati, in combinazione con la recessione iniziata nel 2008, hanno fatto sì che il numero di operai addetti alla produzione nel settore manifatturiero sia sceso dai 12.550.000 del 1985 agli 8.444.000 del 2013, con quasi la metà di tale diminuzione che si verifica tra il 2006 e il 2010, dopo che l’occupazione nella manifattura era in qualche modo aumentata.” In particolare nel settore componentistica auto tra novembre 2000 e novembre 2011 gli Stati Uniti hanno perso più di 400.000 posti di lavoro. Naturalmente l’occupazione è passata dalla produzione di beni alla logistica ed ai servizi, dove però i salari sono decisamente più bassi: “infatti, mentre nel 2010 il salario orario medio del settore privato era di 19,07 dollari e nella manifattura di 18,61 dollari, gli 11 milioni che lavorano nel settore dei servizi, degli alloggi e della ristorazione guadagnavano in media 10,68 dollari l’ora.” Per quanto riguarda la composizione etnica e razziale della classe operaia il più grande cambiamento è stato “l’enorme crescita della popolazione dei latinos negli ultimi trenta anni. Complessivamente, i latinos sono passati dal 6% della forza lavoro nel 1980 al 23% nel 2010 e da allora sono diventati quasi 20 milioni e costituiscono il 14,3% degli occupati, rispetto al 10,8% di afro-americani, ovvero 15 milioni (… ). Questi lavoratori guadagnano meno degli altri gruppi: 578 dollari a settimana rispetto agli 802 dei bianchi e ai 629 dei neri.[3]

Questi dati andrebbero naturalmente aggiornati ma non sembra che durante la presidenza Trump la situazione sia migliorata. Jack Rasmus in un articolo pubblicato dal Pungolo Rosso (“Come è possibile che ci siano ancora 70 milioni di voti per Trump?”) scrive: “Le elezioni del 2020 assomigliavano sotto alcuni aspetti fondamentali a quelle del 2016, con le differenze che oggi le classi lavoratrici e medie negli stati oscillanti del Wisconsin, Michigan, Pennsylvania, nel 2020 sono tornate ai Democratici dopo aver votato per Trump nel 2016. Ci sono stati 3 flip states. Questo capovolgimento è dovuto al fatto che Trump semplicemente non ha mantenuto le promesse fatte nel 2016 di riportare in quegli stati posti di lavoro ben remunerati nell’industria dopo 20 anni di libero scambio, offshoring e deindustrializzazione della regione. Un buon esempio delle promesse fallite di Trump è stata l’asiatica Foxconn Corp., che produce componenti per iPhone della Apple. Trump e Foxconn hanno promesso di portare 5000 posti di lavoro nel Midwest Superiore degli Stati Uniti. Non è mai successo. Oggi l’attività di Foxconn negli Stati Uniti è limitata a soli 250 posti di lavoro in un magazzino. Così i voti nel Midwest Superiore sono scivolati nuovamente verso i Democratici ma con margini ristretti. Ma se nemmeno i Democratici possono ora dare lavoro, torneranno altrettanto facilmente indietro nel 2022 e nel 2024.”[4]

Michael Roberts nel suo articolo sulle elezioni dice che: “La ragione per cui questa volta l’affluenza è stata più alta è dovuta in parte all’intensa polarizzazione verificatasi in America durante la pandemia COVID e il crollo economico; alimentato dalle invettive demagogiche di Trump.” Roberts attribuisce la sconfitta di Trump al voto delle donne, dei giovani, delle minoranze etniche, della classe operaia, dei laureati e delle grandi aree urbane che avrebbero dato la preferenza a Biden. Egli dice: “Più uno è istruito, più è favorevole a Biden. Ma ciò non significava che la classe operaia americana sostenesse Trump più di Biden. Gli elettori che guadagnano 50.000$ all’anno (la media del reddito medio) o meno hanno sostenuto in modo significativo Biden con 53-45, ed erano il 38% degli elettori… Gli americani peggio pagati, il gruppo più numeroso degli elettori, hanno votato per Biden con un buon margine, mentre coloro che lavorano nelle piccole imprese e con redditi medi hanno sostenuto Trump.” Un’altra causa evidente della polarizzazione negli Stati Uniti, secondo Roberts, sarebbe l’alternativa: “lockdown per salvare vite umane o nessun lockdown e salvare posti di lavoro; è stato ciò che hanno vissuto molti americani nel 2020.” Certo le categorie usate da Roberts per definire la polarizzazione sono piuttosto generiche, o sociologiche, per cui è necessario un approfondimento della questione, nonostante che le sue conclusioni siano piuttosto catastrofiche: “Le elezioni americane sono state un disastro e rispecchiano il caos in cui si trova ora l’imperialismo statunitense, con la pandemia COVID che si scatena in tutto il paese e l’economia in ginocchio con milioni di disoccupati, salari ridotti e servizi pubblici paralizzati.”[5]

Nella tradizione della sinistra italiana il termine “polarizzazione sociale” definisce una condizione in cui la politica rivoluzionaria è in grado di fissare praticamente una linea di demarcazione netta fra le classi, il proletariato da una parte, la borghesia dall’altra, ognuna delle due classi tesa a difendere le proprie condizioni che stanno degenerando. Naturalmente la situazione negli Stati Uniti, pur se in movimento, è ancora lontana da questa condizione: la polarizzazione sociale che si verifica non è così univoca ma è composta da diverse componenti la cui unificazione è ancora tutta da realizzare sul campo.

Partiamo dalla polarizzazione etnica o razziale che ha conosciuto una estrema radicalizzazione dopo l’uccisione di George Floyd. Il riferimento che qui utilizziamo è la corrente del “black marxism” di cui sono circolati sui vari siti due articoli di Shemon e Arturo, quello sul ritorno di John Brown e quello su guerra civile e rivoluzione sociale. Nel primo articolo gli autori, pur sostenendo che “l’auto-attività del proletariato nero è la forza trainante di questo processo” ricercano un collegamento con i proletari bianchi colpiti dalla deindustrializzazione, dall’austerità, dalla crisi finanziaria del 2007/2008. L’ipotesi è che l’alleanza fra il proletariato bianco, il capitale e lo Stato si stia deteriorando. Nella visione del “black marxism” la divisione razziale del proletariato è fondante del capitalismo negli Stati Uniti. In questa visione la guerra di secessione americana è vista come una forma di rivoluzione incompiuta, un po’ come da noi si parla di Resistenza tradita. Il “ritorno di John Brown” è il ritorno dell’alleanza rivoluzionaria fra proletariato nero e proletariato bianco, un proletariato multirazziale guidato dal proletariato nero.

Nel secondo articolo gli autori sostengono la tesi che la guerra civile deve combinarsi con la rivoluzione sociale che consiste nel “distruggere le relazioni con le merci rilevando le istituzioni e i siti di produzione necessari e creando un sistema di riproduzione sociale senza classi per tutti i soggetti coinvolti, e in cui la ricchezza non è più indicizzata al tempo di lavoro. Coinvolgendo quante più persone possibile nel processo di conquista della società, la rivoluzione sociale riduce la portata di una potenziale guerra civile. In questo modo, il destino della guerra civile e della rivoluzione sociale sono collegati inversamente”. Senza questo collegamento la guerra civile è destinata alla sconfitta.[6]

I compagni del collettivo “noi non abbiamo patria” invece parlano di crescente polarizzazione sociale e di classe avendo come riferimento i giovani senza riserve, giovani proletari di tutti i colori, o anche i primi scioperi spontanei degli “essential workers” e degli operai latini dell’agrobusiness e della macellazione delle carni. La crescente polarizzazione “ha determinato un primo piccolo segnale che settori di avanguardia dei vari fronti di classe in ricomposizione escono fuori dai limiti imposti dal perimetro elettorale borghese.” Il coinvolgimento di alcune unioni territoriali della AFL-CIO “denota quanto la determinazione del proletariato giovanile e senza riserve stia iniziando, qua e là, a contaminare anche alcuni pezzi della tradizionale classe operaia bianca e garantita di cui tanto si blatera senza senso e senza consapevolezza circa la materialità dei sommovimenti sociali in atto.” Intanto si costituisce un movimento per la moratoria degli sfratti dei lavoratori ed il blocco degli affitti, consegnando ai democratici vittoriosi grosse patate bollenti. “Questo è il processo reale che emerge, di cui non possiamo prevedere gli esiti, e che gli stessi non sono scontati”.[7]

Altri tipi di polarizzazione, da sviluppare in un secondo momento sono quelle che si instaurano a livello geografico fra le due coste (Atlantico e Pacifico), maggiormente coinvolte nella globalizzazione finanziaria e nei processi di informatizzazione (Silicon Valley) ed il midwest rurale e tendenzialmente isolazionista. Oppure anche la polarizzazione fra grandi centri urbani dove prevalgono le grandi imprese multinazionali e i piccoli centri dove prevale la piccola impresa, sia industriale sia agricola. La storia continuerà però anche sotto la presidenza Biden.

Visconte Grisi

NOTE

[1] Radio Blackout, “Verso una Guerra Civile a Bassa Intensità? (Loren Goldner su Donald Trump)”, Intervista del 10 novembre 2016. Vedi anche la rivista online Insurgent Notes.

[2] Dati tratti da un articolo del Corriere della Sera dell’epoca.

[3] MOODY, Kim, “La Politica del Lavoro negli Stati Uniti: Paralisi o Possibilità” in Countdown – Studi sulla Crisi, vol. IV. Vedi anche SCOTT, Robert E. e WETHING, Hilary Wething, “I Posti di Lavoro nella Componentistica Auto negli Stati Uniti Sono a Rischio”, ibidem.

[4] RASMUS, Jack, “Come è Possibile che ci Siano ancora 70 Milioni di Voti per Trump?”, in pungolorosso.wordpress.com, 21 novembre 2020.

[5] ROBERTS, Michael, “Elezioni Americane: Donne, Giovani, Classe Operaia, le Città e le Minoranze Etniche si Liberano di Trump”, in pungolorosso.wordpress.com, 21 novembre 2020.

[6] SHEMON e ARTURO, “Il Ritorno di John Brown: i Traditori della Razza Bianca nella Sollevazione del 2020”, in pungolorosso.wordpress.com, 10 settembre 2020; SHEMON e ARTURO, Guerra Civile e Rivoluzione Sociale negli Stati Uniti del XXI Secolo, in pungolorosso.wordpress.com, 26 novembre 2020.

[7] NOI NON ABBIAMO PATRIA, “Fuck Biden, Fuck Trump, Burn Down American Plantations, in noinonabbiamopatria.blog, 11 novembre 2020.

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