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Donna ed emancipazione

E’ significativo come ogniqualvolta che l’opinione pubblica deve essere distratta da un grave male sociale si inauguri una crociata contro la immoralità, il gioco d’azzardo, i saloons, ecc.

E qual è il risultato di tali crociate? Il gioco d’azzardo è in aumento, i saloons fanno affari d’oro attraverso le porte di servizio, la prostituzione è al suo apice e il sistema dei ruffiani e dei magnaccia non ha fatto altro che peggiorare.

Come mai un’istituzione che ormai conoscono anche i bambini sarebbe stata scoperta così, tutto d’un tratto? Come mai questa piaga, conosciuta a tutti i sociologi, sarebbe ora diventata una questione tanto importante?

Ritenere che la recente inchiesta sulla tratta delle bianche (e, detto per inciso, un’inchiesta molto superficiale) abbia scoperto qualcosa di nuovo sarebbe, a dir poco, molto sciocco. La prostituzione è stata, ed è, una piaga diffusa, e tuttavia l’umanità continua a farsi i propri affari, perfettamente indifferente alle sofferenze e alle pene delle, vittime della prostituzione. Indifferente come è rimasta, nei fatti, di fronte al nostro sistema industriale o alla prostituzione economica. […]

Qual è in realtà la causa del commercio delle donne? Non solo delle donne bianche, ma delle gialle e delle nere allo stesso modo. Lo sfruttamento, naturalmente; lo spietato Moloch del capitalismo che s’ingrassa sul lavoro malpagato, costringendo così alla prostituzione migliaia di donne e di ragazze. Come la Signora Warren, ( Protagonista di una commedia di G.B. Shaw) queste ragazze pensano: «Perché sprecare la propria vita lavorando per pochi scellini alla settimana in una cucina, diciotto ore al giorno?».

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Naturalmente i nostri riformisti non dicono niente su questa causa. La conoscono abbastanza bene, ma non val la pena di dirne qualcosa. E molto più proficuo fare i Farisei, fingere una moralità oltraggiata, piuttosto che andare in fondo alle cose.

In nessun luogo la donna è trattata secondo il valore della sua opera, invece che come un oggetto sessuale. E perciò quasi inevitabile che essa debba pagare il suo diritto all’esistenza, ad avere una posizione a qualunque livello, con prestazioni sessuali. In questo modo il fatto che si venda ad un solo uomo, dentro o fuori dal matrimonio, o a molti è semplicemente una questione di rango. Che i nostri riformisti lo ammettano o no, l’inferiorità economica e sociale della donna è responsabile della prostituzione. […]

Sarebbe unilaterale ed estremamente superficiale affermare che il fattore economico sia la sola causa della prostituzione. Ve ne sono altri non meno importanti e vitali. Che, pure, i nostri riformisti conoscono, ma che osano mettere in discussione ancora meno di quanto non facciano con le istituzioni che distruggono la vita stessa degli uomini e delle donne. Mi riferisco alla questione sessuale, che provoca spasmi moralistici alla maggior parte della gente al solo essere menzionata.[…]

Per il moralista, la prostituzione non consiste tanto nel fatto che la donna metta in vendita il suo corpo, ma piuttosto nel fatto che lo faccia al di fuori del vincolo matrimoniale. Che questa non sia una pura e semplice affermazione è provato dal fatto che il matrimonio basato su considerazioni di tipo economico è perfettamente legittimo, santificato dalla legge e dall’opinione pubblica, mentre qualsiasi altra unione è condannata dalla legge e disconosciuta.

Eppure «prostituta», in termini propri, non significa altro che «una persona per la quale le relazioni sessuali sono subordinate al lucro».

« Si chiamano prostitute quelle donne che vendono il proprio corpo per l’esercizio dell’atto sessuale e fanno di ciò una professione».

Di fatto, Banger si spinge più avanti: egli afferma che l’atto della prostituzione è « intrinsecamente equivalente a quello di un uomo o di una donna che contraggono matrimonio per motivi economici». […]

L’opinione corrente sull’amore e il matrimonio è che i due termini siano sinonimi, che entrambi nascano per gli stessi motivi e rispondano agli stessi bisogni umani. Come la maggior parte delle opinioni correnti anche questa non si basa su fatti reali ma su credenze. […]

Il matrimonio è principalmente un’intesa economica, un patto d’assicurazione. Differisce dalla comune assicurazione sulla vita solo perché è più impegnativo, esige di più. I profitti che ne derivano sono insignificanti rispetto agli investimenti. Contraendo una polizza d’assicurazione uno paga in dollari e centesimi ed è sempre libero d’interrompere i versamenti. Se, in ogni caso, il premio d’assicurazione della donna è il marito, ella lo paga col suo nome, la sua privacy, la sua dignità, la sua stessa vita, «finché morte non li divida». Inoltre, l’assicurazione matrimoniale la condanna alla subordinazione per tutta la vita, al parassitismo, alla completa inutilità, sia individuale che sociale. voi che entrate».[…]

Che il matrimonio sia un fallimento solo un vero stupido potrebbe negarlo. Basta dare una occhiata alle statistiche dei divorzi per capire che amaro fallimento sia in realtà il matrimonio. E neppure lo stereotipato argomento filisteo della permissività delle leggi sul divorzio e della crescente libertà sessuale della donna spiegherà il fatto che: primo, un matrimonio su dodici finisca in un divorzio; secondo, che dal 1870 i divorzi siano saliti da 28 a 73 ogni 100.000 abitanti; terzo, che l’adulterio come causa di divorzio sia cresciuto, dal 1867, del 270,8%; quarto, che le separazioni siano cresciute del 369,8%. […]

La lezione morale che viene impartita alle ragazze non è tanto se l’uomo abbia risvegliato il suo amore, ma è piuttosto : «Quanto?». L’unica importante divinità della vita pratica americana: l’uomo è in grado di guadagnarsi da vivere? Può mantenere una moglie? Questa è l’unica cosa che giustifica il matrimonio. Tutto ciò impregna pian piano di sé ogni pensiero della ragazza. Essa non sogna baci al chiaro di luna, sorrisi e lacrime; sogna invece giri di compere e svendite. Questa povertà morale e questa meschinità sono connaturate all’istituzione del matrimonio. Lo Stato e la Chiesa non approvano nessun altro modo di pensare perché è proprio quello che serve allo Stato e alla Chiesa per controllare gli uomini e le donne. […]

L’amore, la cosa più forte e più profonda di tutta la vita, il messaggero di speranza, di gioia, di estasi; l’amore, che sfida tutte le leggi, tutte le convenzioni; l’amore, il più libero e il più potente fautore del destino umano; come può una forza così irresistibile essere sinonimo di quella piccola e misera creaturina generata dallo Stato e dalla Chiesa, il matrimonio? Amore libero? Come se l’amore potesse anche non esserlo! […]

Nella nostra attuale condizione di pigmei, invece, l’amore è sconosciuto alla maggior parte della gente. Incompreso ed evitato, mette raramente radici o, se lo fa, ben presto appassisce e muore. Le sue delicate fibre non possono sopportare la tensione e lo stress della noia quotidiana. La sua anima è troppo complessa per adattarsi alla ragnatela vischiosa del nostro edificio sociale. Esso piange e singhiozza e soffre con coloro che hanno bisogno di lui ma non hanno la capacità di assurgere ai vertici dell’amore.

Un giorno, un giorno uomini e donne ascenderanno, raggiungeranno la vetta della montagna, si incontreranno grandi e forti e liberi, pronti a ricevere, a spartire e a scaldarsi ai raggi dorati dell’amore. Quale fantasia, quale immaginazione, quale genio poetico può immaginare seppur approssimativamente la potenzialità di una tale forza nella vita degli uomini e delle donne? Se mai il mondo dovrà dar vita alla vera armonia, non sarà il matrimonio, ma l’amore a generarla.

 

I brani sono tratti da Emma Goldman – Amore emancipazione. Tre saggi sulla questione della donna – Edizioni La Fiaccola, Ragusa, ottobre 1996