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Un riformismo autoritario

L’attuale discorso sulla situazione della scuola è pesantemente condizionato dalla contingenza: ci si concentra sulla persona della Ministra Lucia Azzolina divenuta, la definizione è di di Gianfranco Pasquino professore emerito all’Università di Bologna, una sorta di “capretta espiatoria”. Ovviamente, quando la “capretta espiatoria” seguirà la sua sorte naturale e verrà immolata, la situazione resterà, più o meno, la stessa ma si tratta di una considerazione sin banale.

Va detto che Lucia Azzolina ha una notevolissima capacità di rendersi insopportabile: quando afferma cose del tipo che il ministero sta facendo “cose meravigliose” non può che suscitare una reazione di fastidio anche in chi, come chi scrive queste righe, è convinto che l’eccessiva personalizzazione della lotta politica e sindacale è un segno della decadenza della politica e, cosa che più conta, opera come un distrattore di massa per l’opposizione sociale.

È anche vero che la polemica sulle difficoltà della scuola è inquinata dalla situazione di campagna elettorale, con la destra che scende in campo sia presentandosi come paladina dei lavoratori della scuola contando sulla scarsa memoria degli stessi riguardo alla sua politica scolastica quando è stata al governo, sia proponendo una regionalizzazione della scuola che metterebbe la scuola stessa nelle mani dei molti presidenti di Regione leghisti, fascisti e berlusconiani oggi presenti.

Dato a Lucia Azzolina quello che è di Lucia Azzolina, conviene concentrarsi e, soprattutto, agire sulle questioni strutturali che caratterizzano il funzionamento della scuola e, ovviamente, della società.

Il discorso degli ultimi mesi sulla riapertura delle scuole “in sicurezza” ha reso incomprensibile all’opinione pubblica, in una pletora di numeri, concorsi straordinari, ordinari, assunzioni, graduatorie provinciali ecc. il fatto che il precariato resta un segmento importante del personale scolastico sul quale si scaricano condizioni normative e retributive molto peggiori rispetto al resto del personale.

Non si fa che parlare di nuove assunzioni e, va da sè, dei numeri reali necessari per garantire l’inizio del nuovo anno scolastico. Circa 200.000 assunzioni servirebbero subito e non certo inventandosi nuove forme di precariato ancor più precario, come quella presente nel Decreto Rilancio.

Non a caso la prima mobilitazione dell’anno scolastico è stata una manifestazione dei precari della scuola che si è svolta a Roma il 2 settembre. Una mobilitazione che ha visto la presenza di una fitta rete di comitati precari, non tutta farina da far ostie se si considerano i tentati vi di utilizzarla da parte di settori della destra ma, in ogni caso, un segnale che vi è uno scontento che, superando i particolarismi e collegandosi alla lotta per aumenti retributivi e contro il dispotismo dei dirigenti, può avere un impatto importante.

Ciò che è ormai da anni scomparso dai radar, infatti, è la questione salariale. Come noto, l’ultimo rinnovo contrattuale si è chiuso con un aumento medio del 3,48%. Il nulla se si considera la perdita di potere d’acquisto degli stipendi del settore scuola, tra l’altro i più bassi di tutto il Pubblico Impiego relativamente a lavoratori laureati.

Per averne un’idea è utile ricorrere a una fonte “affidabile”, in quanto si tratta di una di quelle forze sindacali che negli ultimi decenni hanno fatto della moderazione delle richieste salariali il loro credo. La UIL Scuola, in uno studio del 2018, stimava al 21% la perdita di potere d’acquisto per i lavoratori della scuola nel periodo compreso tra il 1995 ed il 2018. Tenuto conto che i calcoli prendono in considerazione l’inflazione “ufficiale” che, come sappiamo, è sempre più bassa di quella reale, possiamo con sicurezza affermare, tenendoci prudenti, che i lavoratori della scuola dal 1995 ad oggi hanno perso circa il 25% di potere d’acquisto. È bene ricordare che già nel 1995 l’Italia non era certo un paese generoso verso docenti ed ATA.

Aggiungiamo ai mancati o risibili rinnovi contrattuali i blocchi degli scatti d’anzianità che hanno tolto a molti lavoratori l’opportunità di raggiungere l’ultimo livello stipendiale prima della pensione in un paese dove i lavoratori della scuola che superano i 55 anni sono circa 400.000. Per di più, il taglieggiamento da parte dello Stato, non finisce nemmeno con il pensionamento, visto che la liquidazione bisogna, mediamente, attenderla due anni, fatto che impedisce agli ultra-sessantacinquenni di portare a compimento i loro progetti di vita. Di tutti questi problemi non si è più fatta parola e, a maggior ragione, la parola deve passare allle lavoratrici ed ai lavoratori della scuola.

Sinora si è però trattato dei punti di crisi “storici” della scuola, ai quali va aggiunta, ovviamente, la situazione penosa dell’edilizia scolastica e l’affollamento delle classi.

Vale la pena, a mio avviso, di ragionare sul progetto di scuola dei nostri avversari, un progetto che l’attuale situazione rende più forte e pericoloso. Riprendo dall’articcolo di Marco Meotto “Scuola: di cosa hanno bisogno i docenti?” il paragrafo “Proposte spudorate: la scuola dei manager”.[1]

Gli elementi di rottura hanno spesso il vantaggio di chiarire la posta in gioco. Si può quindi cominciare la ricognizione dal documento più discusso: le proposte avanzate dell’ANP,[2] l’Associazione Nazionale Presidi.

L’articolata riflessione prodotta dall’ala più oltranzista tra le organizzazioni di categoria dei dirigenti scolastici sottolinea la necessità di apportare profonde modifiche all’assetto complessivo del sistema d’istruzione. In questo senso la minaccia del Covid-19 è declinata tutta in termini di opportunità: sarebbe l’occasione che la scuola non deve lasciarsi sfuggire. Di quali trasformazioni stiamo parlando?

Chi già ne conosce le posizioni non si sarà stupito a leggere che gli assi portanti della proposta dell’ANP sono l’ennesima riproposizione della concezione manageriale del governo delle scuole, la non certo inedita richiesta di abbattere le rigidità che mortificano le capacità di gestione dei dirigenti e l’accorato appello a riformulare i curricoli puntando al superamento dei saperi disciplinari in nome delle agognate “competenze”. Non si tratta di novità sostanziali ma ciò che davvero colpisce è in qualche modo la schiettezza – verrebbe da dire la spudoratezza – con cui certe direttrici vengono tracciate.

Sin dalle scelte lessicali di frasi quali “alla scuola è rivolta una domanda di erogazione di servizio che produca apprendimento” si intuisce che la dimensione in cui si vuole collocare l’istituzione scolastica di domani è, una volta di più, quella dell’agenzia al servizio dei “portatori di interesse”, i fantomatici stakeholder, che poi, riducendo il discorso all’osso, sarebbero le imprese.

Un’urgente necessità sarebbe, ad esempio, “liberare il ruolo dirigenziale da vincoli e costrizioni”, il che fa pensare a poveri presidi assediati e tiranneggiati da orde giacobine di docenti che li minacciano con lo spettro della ghigliottina. Lo può credere solo chi non è mai stato in una scuola negli ultimi vent’anni. Invece si tratta semplicemente, detto in soldoni, della richiesta di azzerare i decreti delegati e le norme che, almeno in via teorica, rendono democratica l’istituzione scolastica attraverso gli organi collegiali.

Non è un’interpretazione ardita: c’è proprio scritto così, laddove si legge che è opportuno “l’aggiornamento della governance delle scuole, cioè delle competenze degli organi collegiali, anacronisticamente ferme alle disposizioni legislative emanate nel lontano 1974”…

Insomma, quasi si sente l’eco lontana della battuta di Renzi sui sindacati fermi al telefono a gettone mentre il resto del mondo usa l’i-phone: era il 2014 e l’ex presidente del consiglio si apprestava a picconare l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, anche questo, ovviamente, anacronistico. Di lì a poco sarebbe toccato alla scuola con la legge 107, in cui era contenuto il disegno, poi in parte arginato, di dare ai presidi poteri nuovi, più ampi e più discrezionali. (…) stato d’eccezione, con i Dpcm a riporre nelle mani dei dirigenti scolastici compiti inediti, con la ministra Azzolina a investire i presidi del ruolo di “comandanti della nave”, ci suggeriva di tenere alta la guardia rispetto alla possibilità che si realizzasse ciò che non era riuscito alle contestatissime riforme della scuola degli ultimi vent’anni.

Ed ecco che lo spettro si è fatto concreto. Nelle conclusioni del proprio documento i presidi dell’ANP rivendicano apertamente la “valorizzazione del ruolo dei dirigenti scolastici in materia di scelte organizzative e gestionali, sull’esempio di quanto avvenuto durante la fase emergenziale (…).” Aggiungendo poi che devono essere eliminati “i vincoli burocratici e gli ostacoli organizzativi che impediscono ai dirigenti di assumere con la dovuta celerità le decisioni inerenti alla gestione delle risorse umane, economiche e logistiche. Così come si deve ridurre – e auspicabilmente eliminare – la tendenza del Ministero dell’istruzione a dettare regole di gestione del quotidiano, soprattutto in materia di personale.”

Del celebre binomio “efficacia-efficienza”, cui dovrebbe guardare l’azione della pubblica amministrazione, in questa visione si impone soprattutto il secondo termine: lo stato d’emergenza – sembrano dirci i presidi – ha dimostrato che le scuole funzionano efficientemente solo se le catene di comando che le governano non trovano intoppi. Così arriviamo ad un’altra richiesta, anche questa non nuova: l’introduzione del middle management, cioè di figure di docenti che fungano da “quadri intermedi” e che, ben oltre l’attuale concetto di staff, coadiuvino il preside-manager nel governo della scuola. Per dirla con le parole dell’ANP, servono figure di “supporto al potere organizzativo detenuto dalla dirigenza scolastica”. Solo così il modello aziendale può davvero dispiegarsi.”

Ciò che, a questo punto, emerge, mi pare evidente:

  • per un verso la politica dell’attuale governo non si discosta da quella dei governi precedenti: la quota di risorse destinate alla scuola pubblica resta inadeguata anche solo comparandola a quella che caratterizza altri paesi europei. Un capitalismo basato sulla piccola media impresa, su servizi di tipo tradizionale, sul clientelismo diffuso non ha nè la disponibilità né la forza per una svolta anche solo moderatamente riformista e le organizzazioni sindacali istituzionali che, piaccia o meno, organizzano gran parte dei lavoratori del settore non hanno anch’esse nè la disponibilità né la forza per opporsi a questa deriva;
  • un “riformismo” – un riformismo autoritario ovviamente – esiste e l’ANP gli da, con il consenso del ministero e del sistema delle imprese, voce. L’“emergenza” apre la strada ad una vera e propria rivoluzione dall’alto imperniata, come peraltro prevedeva in altra forma la “Buona Scuola” proposta dal Governo Renzi: a questo riformismo si deve dare una risposta forte;
  • infine, la gestione della situazione sanitaria come quella delle assunzioni e dei concorsi stanno determinando forti tensioni nel personale, un personale che, come si è ricordato, è in ampia misura anziano. Si daranno, credo, molti conflitti sulla questione del “lavoro in sicurezza”, conflitti nei quali si dovrà intervenire. A breve, il 25 settembre, vi sarà uno sciopero della scuola indetto da Cobas Scuola Sardegna, CUB SUR, Unicobas e USB, il 23 ottobre vi sarà uno sciopero generale indetto dalla CUB e da altri. Saranno, accanto alle mobilitazioni locali e particolari che si stanno sviluppando e cercandoo un rapporto con studenti e famiglie, una prima, importante occasione.

Cosimo Scarinzi

NOTE

[1] https://www.doppiozero.com/materiali/scuola-di-cosa-hanno-bisogno-i-docenti

[2] https://www.anp.it/2020/05/25/le-proposte-anp-per-la-riapertura-delle-scuole-a-settembre/