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David Graeber, Debito

Ci sono testi che hanno “preso le misure” della vita umana associata, hanno in altri termini operato una analisi della realtà sociale che ha permesso a tant* di noi, in tutte le parti del mondo, di comprenderla e di agire in essa in maniera cosciente e ragionata. Questa rubrica aperiodica vuole essere una serie di schede di lettura per invitare alla lettura – od alla rilettura – di questi evergreen.

Alcuni anni fa, nel pieno di quell’enorme movimento di massa che è stato Occupy Wall Street, arrivò all’attenzione del grande pubblico il nome di David Graeber che, oltre ad essere uno dei nomi di spicco della rivolta (suo è lo slogan “Siamo il 99%”) e noto esponente dell’anarchismo comunista e sociale statunitense (militava nell’IWW), era anche il più noto antropologo vivente, i cui studi si incentravano in particolare sulle dinamiche economiche e sulla burocrazia. In quel periodo (2011) uscì Debt: the First Five Thousand Years (Debito: I Primi Cinquemila Anni nell’edizione italiana del 2012), un articolato studio di Antropologia Economica che riepilogava la Storia del Mondo alla luce dei processi debitori, sui quali gettava una nuova, originale e, soprattutto, scientifica chiave interpretativa che demoliva le interpretazioni standard dell’Economia Politica. Dopo il successo iniziale tra il grande pubblico, il testo ora è discusso solo tra gli specialisti ed i cultori dell’Antropologia: il che è un vero peccato perché, come si è visto in queste ultime settimane di uscita dalla pandemia con le discussioni sui meccanismi di aiuto economico dell’Unione Europea, la questione dei debiti e, soprattutto, delle relazioni sociali e politiche che essi innescano sono ancora centrali. Di qui l’idea di ripercorrere il lavoro di Graeber: per dotarci di strumenti per affrontare il presente.

Debito, infatti, è il riuscitissimo tentativo di una analisi scientifica dei processi economici, da un lato per comprenderli nella loro effettiva realtà, dall’altro per elaborare una strategia militante per opporsi al dominio dell’uomo sull’uomo. Da questo punto di vista può essere paragonato al Capitale di Karl Marx ma con un’ottica molto diversa, non solo per la visione anarchica ed antiautoritaria che pervade Debito ma per la critica radicale che viene portata all’Economia Politica in quanto tale come strumento molto limitato di interpretazione dei fenomeni economici.

Il testo infatti parte dalla constatazione che il “debito” come fenomeno sociale ha una portata che precede addirittura la stessa economia monetaria, condensandosi addirittura in un imperativo morale che funge da principio dell’opinione pubblica. Graeber ricorda una discussione avuta con una donna che gli era stata presentata come una “sorta di attivista. Lavora per una fondazione che fornisce appoggio legale ai gruppi che combattono la povertà”[1, p. X] che, nonostante ciò, di fronte all’alternativa tra eliminare i debiti del Fondo Monetario Internazionale e costringere alla morte per fame decine di milioni di bambini che certo non c’entravano nulla con essi, rispondeva “Ma quel denaro l’hanno preso in prestito! Non c’è dubbio che bisogna ripagare i propri debiti”.[1, p. X] “La frase sembra così inattaccabile perché non è un’affermazione economica: è un giudizio morale. Dopo tutto, che cos’è la moralità se non ripagare i propri debiti? Dare alla gente quel che le spetta. Accettare le proprie responsabilità. Adempiere ai propri doveri verso gli altri, così come ci si aspetta che gli altri facciano nei confronti altrui. Quale esempio più ovvio di una persona che si sottrae alle proprie responsabilità di chi rinnega una promessa o rifiuta di pagare un debito? Mi resi conto che era la sua manifesta ovvietà a far sì che quell’asserzione fosse tanto insidiosa. Si tratta di una di quelle frasi che possono rendere ordinarie e poco rilevanti le cose più terribili. (…) Sembra difficile sostenere la tesi che la perdita di diecimila vite umane sia giustificata dal fine di garantire che la Citibank non debba ridurre le proprie perdite su un prestito concesso in modo irresponsabile (…). Ma di fronte a me c’era una donna assolutamente rispettabile, che lavorava addirittura per un’organizzazione filantropica, che dava la frase per scontata: tutto sommato, dovevano quei soldi, e non ci sono dubbi che bisogna ripagare i propri debiti.”[1, p. X]

In generale, l’impostazione di Graeber è che l’Economia Politica, paradossalmente, non coglie l’effettiva realtà dei rapporti economici. Questi, infatti, si trovano in essa ad essere astratti dal contesto generale in cui sono immersi – in particolare, all’Economia Politica risulta inesistente la violenza e/o la minaccia della violenza insita nei rapporti umani.[2] “Se la storia c’insegna qualcosa, è che non c’è modo migliore per giustificare relazioni sociali fondate sulla violenza del farle sembrare morali per poi riformularle nel linguaggio del debito: soprattutto perché in questo modo sembra che sia stata la vittima a fare qualcosa di male. Lo sanno bene i mafiosi e i comandanti degli eserciti invasori. Per migliaia di anni, uomini violenti sono stati capaci di dire alle loro vittime che queste dovevano loro qualcosa. Se non altro ‘ci devono la vita’, perché non sono state uccise. Una frase emblematica.”[1, p. X] Da paesi invasi e conquistati che sono obbligati a pagare i “debiti” contratti con gli invasori per ripagarli delle spese sostenute allo scopo di invaderli fino ai singoli costretti ad indebitarsi per circostanze indipendenti dalla loro volontà, nulla sembra contare di fronte all’interiorizzazione del principio del “ripagare i propri debiti” – persino se imposti ed indipendenti dalla volontà degli indebitati.

C’è però anche un altro aspetto del debito: il “tributo mascherato” – in altri termini, spesso il paese dominante chiede ed ottiene prestiti anche di notevole livello ai paesi dominati – di fatto senza alcuna garanzia. Anche qui l’Economia Politica non è in grado di riconoscere la realtà effettiva dei rapporti sociali, per cui oggi si ritiene comunemente che gli Stati Uniti d’America siano in qualche modo controllati dai debiti contratti con paesi come Germania, Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Cina, Arabia Saudita, ecc. così come in generale il debitore è in qualche modo controllato dal creditore. In realtà, però, si tratta di “debiti inesigibili”, di fatto tributi al paese dominante che questi maschera da prestiti, allo stesso modo in cui il criminale impone il pizzo al commerciante sostenendo che si tratta di un prezzo dovuto a servizi di polizia privata (la “protezione”).

Qual è la differenza tra un gangster che tira fuori la pistola e ti chiede mille dollari per il ‘fondo di protezione’ e un gangster che estrae la stessa pistola per chiederti di dargli mille dollari ‘in prestito’? Ovviamente nessuna. Ma in certo modo, c’è una differenza. Nel caso del debito statunitense con la Corea o il Giappone, se dovesse alterarsi l’equilibrio di potenza e l’America perdesse la sua supremazia militare, cioè se il gangster perdesse i propri tirapiedi, allora quei prestiti potrebbero essere considerati in maniera differente, ovvero come mere obbligazioni. Ma l’elemento cruciale sarebbe ancora chi tiene in mano la pistola. (…) l’uomo con la pistola non deve fare nulla che non voglia. Ma anche per poter governare efficacemente un regime basato sulla violenza, bisogna fissare un insieme di regole. Le regole possono essere pienamente arbitrarie. Non importa nemmeno quali siano. O perlomeno non importa all’inizio. Il problema sta nel fatto che nel momento in cui si comincia a inquadrare le cose in termini di debito, la gente inizierà inevitabilmente a chiedersi chi davvero deve qualcosa e a chi.”[1, p. X]

Gli scontri di classe nella storia umana sono quasi sempre basati su questioni debitorie (in senso stretto e/o di tasse) e nei momenti insurrezionali il rifiuto del debito è un altro momento ciclicamente ricorrente: questo fatto, insomma la situazione conflittuale insita al processo debitorio, è alla base della “confusione morale” che esiste in merito, poiché da un lato è morale ripagare i propri debiti, dall’altro è ritenuto moralmente spregevole chi li concede. Si odia, per fare un esempio recente, l’Unione Europea e la Banca Centrale Europea qualificandoli di usurai ma, allo stesso tempo, nel momento in cui concedessero prestiti, raramente si troverà qualcuno a contestare il loro diritto a vederseli restituiti con gli interessi “liberamente” pattuiti.

(…) la differenza tra un impegno e un debito è semplice e scontata. Un debito è un impegno a pagare una certa somma di denaro. Di conseguenza un debito, al contrario di altre forme d’obbligazione, può essere stimato in maniera precisa. Questo consente ai debiti di diventare semplici, freddi e impersonali, il che a sua volta li rende trasferibili. Se qualcuno deve un favore, o la sua stessa vita, a un altro essere umano, è indebitato in maniera specifica con questa persona. Ma se qualcuno è in debito di quarantamila dollari con un interesse del 12 per cento, non importa davvero chi sia il creditore e i due attori in questione non devono neanche preoccuparsi dei bisogni dell’altro, di cosa desideri o cosa sappia fare, come accadrebbe invece se la cosa dovuta fosse un favore, il rispetto o la gratitudine. Qui non c’è bisogno di calcolare le conseguenze sugli esseri umani: bisogna calcolare solo il montante, i saldi, le penalità e il tasso d’interesse. Se finisci per ritrovarti a dover abbandonare la tua casa e vagare per altre province, se tua figlia si ritrova a fare la prostituta in un accampamento di minatori – be’, che sfortuna – ma per il creditore è secondario. Il denaro è denaro e gli affari sono affari. (…) l’elemento cruciale (…) è la capacità del denaro di trasformare la moralità in una faccenda di aritmetica impersonale e, così facendo, di giustificare cose che altrimenti potrebbero sembrare oscene o indecenti.”[1, p. X]

In ogni caso, mette in evidenza Graeber, la violenza e/o la minaccia della violenza c’entra sempre: ad esempio, gli usurai medievali potevano riscuotere i loro crediti teoricamente illegali perché avevano alle spalle le autorità politiche laiche ed anche ecclesiastiche della città, con tutto il loro apparato di potere. Si tratta di un fenomeno generale, che Graeber analizza a livello mondiale: d’altronde, come suggerisce il sottotitolo, Debito è anche un notevole affresco di storia mondiale, riletta dalla particolare prospettiva dei rapporti debitori in numerosissimi e diversificati tempi e luoghi dell’intero pianeta.

Il testo di Graeber è il risultato di studi di lunga data – come si può d’altronde facilmente capire dalla dimensione e dalla complessità dei suoi riferimenti storico-economici – ma il fatto di venire pubblicato poco dopo la crisi del 2008 e nel pieno del movimento Occupy Wall Street che del tema del debito aveva fatto uno dei suoi temi centrali non è stato forse casuale. In effetti, i comportamenti delle varie banche statunitensi nei confronti dei propri creditori si era mostrato pressoché identico a quello tenuto dalla Banca Mondiale verso i paesi debitori: “vendere a famiglie impoverite mutui concessi a condizioni che rendevano inevitabile l’insolvenza; accettare scommesse su quanto tempo ci avrebbe messo l’intestatario del mutuo a fallire; confezionare mutuo e scommessa in un solo prodotto e rivenderlo a investitori istituzionali (che forse erano pure i fondi pensione dell’intestatario del mutuo) sostenendo che avrebbe sicuramente fruttato soldi in ogni caso, consentendo agli investitori di far circolare questi pacchetti come se fossero denaro; rovesciare la responsabilità di liquidare la scommessa su di un gigantesco gruppo assicurativo che, se fosse affondato sotto il peso dei debiti (cosa effettivamente successa), sarebbe allora stato soccorso con i soldi dei contribuenti (cosa effettivamente successa). In altre parole, tutto questo assomiglia a una versione insolitamente elaborata di quel che facevano le banche quando prestavano denaro ai dittatori in Bolivia e in Gabon nei tardi anni settanta; concedere prestiti assolutamente irresponsabili sapendo pienamente che, una volta che si fosse saputo, politici e burocrati si sarebbero dati da fare perché fossero comunque rimborsati, non importa quante vite umane avrebbero dovuto essere devastate a questo fine.”[1, p. X]

Oggi siamo di fronte ad una situazione nella quale la crisi economica indotta dalle politiche di lockdown porta di nuovo il tema dei prestiti – e conseguenti debiti – al centro dell’attenzione. Debito, da questo punto di vista, è un punto di riferimento davvero fondamentale per comprendere cosa sta accadendo e come non solo resistere alla corrente ma anche invertirne il verso: di qui l’invito ad una sua rilettura e, alla fine, lasciamo la parola a come lo stesso autore presenta il suo lavoro.

Per generale ammissione, l’impulso comune è di considerare qualsiasi fenomeno assolutamente nuovo. Questo è tanto più vero quando si parla di denaro. Quante volte ci hanno detto che l’avvento della moneta virtuale, la dematerializzazione del contante in plastica e la trasformazione del dollaro in informazione elettronica ci avrebbero condotto in un nuovo mondo finanziario senza precedenti? La convinzione che ci trovassimo in un territorio inesplorato ha reso possibile a Goldman Sachs, AIG e soci di persuadere la gente che nessuno poteva comprendere il funzionamento dei loro nuovi e abbaglianti strumenti finanziari. Ma se ci collochiamo in una prospettiva storica di più larga scala, la prima cosa che si apprende è che non c’è niente di nuovo nel concetto di moneta virtuale. In realtà, è stata proprio questa la forma originaria del denaro. Il sistema di credito, i conti e anche la nota-spese esistevano molto prima del denaro contante. Sono cose vecchie quanto la stessa civiltà.

Vero, la storia tende a muoversi avanti e indietro tra periodi dominati dalla tesaurizzazione – in cui si dà per scontato che oro e argento sono denaro – e periodi in cui la moneta è considerata un’astrazione, un’unità virtuale di conto. Ma storicamente è venuta prima la moneta intesa come credito e oggi stiamo assistendo al ritorno di assunti che sarebbero stati reputati senso comune nel Medioevo o addirittura nell’antica Mesopotamia. (…)

Questo libro è una storia del debito ma usa al tempo stesso questa storia per porre domande fondamentali su cosa sono e cosa potrebbero essere gli individui e le società umane: che cosa dobbiamo davvero l’un l’altro; che cosa significa il fatto stesso di porre questa domanda. Pertanto, il libro inizia col tentativo di sgonfiare una serie di miti – non solo il Mito del Baratto, affrontato nel primo capitolo, ma altri miti concorrenti sui debiti primordiali con gli dèi o con lo stato – che in un modo o in un altro formano la base del senso comune sulla natura dell’economia e della società. Secondo la visione del senso comune, lo stato e il mercato torreggiano sopra ogni altra cosa come principi diametralmente opposti. La realtà storica rivela, nondimeno, che sono nati assieme e sono sempre stati intrecciati tra loro. Quel che queste tesi erronee hanno in comune, come vedremo in seguito, è che tendono a ridurre le relazioni umane a scambi, come se i nostri legami con la società, addirittura con l’universo, possano essere descritti nei termini degli affari economici. Questo ci porta a un’altra domanda: se al centro non c’è lo scambio, allora che cosa c’è? Nel capitolo cinque, comincerò a rispondere alla domanda attingendo ai risultati dell’antropologia per descrivere lo scenario di una base morale della vita economica; poi tornerò alla questione delle origini della moneta per dimostrare come il principio stesso dello scambio sia emerso in gran parte come risultato della violenza e che le reali origini del denaro vadano rinvenute nel crimine e nella remunerazione, nella guerra e nella schiavitù, nell’onore, nel debito e nel riscatto. Tutto ciò a sua volta apre la strada, con il capitolo ottavo, a intraprendere una vera e propria storia degli ultimi cinquemila anni del debito e del credito, con le grandi alternative tra epoche di denaro fisico e virtuale. Molte delle scoperte qui riportate sono veramente inattese: dalle origini delle concezioni moderne di diritti e libertà nelle antiche leggi sulla schiavitù fino alle origini del capitale di investimento nel buddhismo medievale cinese, per arrivare al fatto che molte delle tesi più celebri di Adam Smith sembrano essere state rubacchiate dalle opere dei teorici del libero mercato della Persia medievale (una storia che, detto per inciso, solleva interessanti implicazioni per la comprensione dell’attuale forza d’attrazione dell’islam politico). Tutto ciò prepara la strada a un nuovo modo di affrontare la storia degli ultimi cinquemila anni, dominati da imperi capitalisti, e ci consente perlomeno di cominciare a chiederci quale sia davvero la posta in gioco ai giorni nostri. Per molto tempo c’è stato un generale consenso nel mondo intellettuale sul fatto che non potessimo più porci ‘grandi questioni’. Sembra invece che non abbiamo altra scelta che mettere sul tavolo queste domande irrisolte.”[1, p. X]

Enrico Voccia

NOTE

[1] GRABER, David, Debito. I Primi Cinquemila Anni, Milano, Rizzoli, 2012.

[2] Si tratta, tra l’altro, anche se Graeber non lo dice esplicitamente, dell’errore commesso da Marx nel dichiarare i rapporti di produzione capitalistici come strutturali e l’apparato governativo come sovrastrutturale, restando cieco al fatto che i primi non esisterebbero affatto se non fossero continuamente supportati dalla violenza e/o dalla minaccia della violenza del “detentore del monopolio legittimo della violenza”, per dirla in termini weberiani. Marx, ad esempio, tratta la stessa proprietà privata dei mezzi di produzione quasi come un dato naturale, restando impermeabile al fatto che essa è fondata su di una legge e non avrebbe alcun senso se la sua violazione non fosse di continuo ribadita tramite la violenza e/o la minaccia del suo uso.