La situazione e la gestione pandemica

L’intervista che presentiamo è stata fatta a un medico ospedaliero. I contenuti presentati sono di natura personale ma serve per capire appieno cosa succede e come vengono affrontate tutta una serie di problematiche legate all’ambiente ospedaliero e alla gestione vaccinale e dei migranti.

Sofia Bolten da ora SB: Com’è stata la gestita la pandemia all’interno delle strutture ospedaliere?

Medico da ora M: Sono stati aperti reparti COVID separati che hanno preso il posto e/o drenato molte risorse umane dagli altri reparti di medicina interna. In molti casi, i reparti COVID sono diventati predominanti sui reparti dedicati ad altre patologie. Questo per quanto concerne i posti letto per i pazienti ricoverati. Tuttavia l’assistenza ospedaliera è anche costituita da prestazioni di Day-Hospital e da prestazioni ambulatoriali che sono state drasticamente ridotte perché il personale dedicato risultava in gran parte occupato nei reparti COVID.

C’è stato anche un tentativo di separare, all’interno del Pronto Soccorso, pazienti COVID e no-COVID. Però queste due tipologie di pazienti giungevano entrambe in Pronto Soccorso senza alcun tipo di filtro e, grazie alla devastazione di tutte le strutture della Medicina Territoriale, numerosi contagi sono probabilmente avvenuti in questa sede.

SB: Che criticità vi sono state nei reparti no-COVID?

M: Le criticità sono state la conseguenza dello spostamento di personale nei reparti COVID e pertanto si è assistito ad una riduzione dei posti letto nei reparti no-COVID. Attualmente siamo in una condizione per cui se un malato arriva in PS e ha un tampone negativo per COVID ha molte meno probabilità di trovare un posto letto disponibile rispetto a un paziente con una infezione da COVID. Si tratta di diversi giorni di attesa in Pronto soccorso o in Area di Osservazione.

Un’altra criticità è rappresentata dal rinvio delle cosiddette visite ambulatoriali “non urgenti”. Tuttavia una condizione di patologia cronica con un monitoraggio che, per definizione, deve essere regolare nel tempo ma che risulta sospeso da più di un anno, può portare a diagnosi tardive di eventuali complicanze con la conseguente minore efficacia delle possibili cure. Il discorso è simile per ciò che concerne il rinvio sine die di interventi chirurgici non urgenti. Anche in questo caso, infatti, un rinvio per un lasso di tempo troppo elevato, oltre a ritardare una cura che, pur non essendo urgente, rappresenterebbe un miglioramento della qualità della vita di un paziente, può portare a trasformare “interventi programmati in elezione” in “interventi urgenti”.

SB: Com’è stata la gestione del personale sanitario ospedaliero (in particolare degli specializzandi)?

M: La gestione è stata, come ho detto in precedenza, di spostare personale e risorse dalla cure standard all’assistenza dei malati con infezione da COVID-19. Ad alcune figure professionali che per motivi contingenti risultavano meno occupate (ad esempio i chirurghi per la riduzione delle sale operatorie dovuta all’impegno diretto degli anestesisti nell’assistenza dei pazienti COVID), è stato chiesto un ruolo di supporto nei reparti COVID. Per quanto concerne gli specializzandi, prevalentemente sono stati impiegati nei reparti COVID quelli afferenti a una disciplina collegata alla problematica clinica della pandemia (Medicina Interna, Malattie Infettive, Pneumologia). Attualmente sia le figure professionali meno impegnate sia gli specializzandi sono stati “arruolati” nell’attività della campagna vaccinale che, nello sfascio della medicina territoriale, sta avvenendo in parte negli ospedali e in parte fuori, ma in ogni caso utilizzando personale ospedaliero.

SB: La sanità pubblica ha subito negli ultimi 40 anni una demolizione continua e costante da parte della politica e dei gruppi di potere economico. Possiamo dire che tutta una serie di problemi derivano non solo dalla privatizzazione ma anche dall’aziendalizzazione di tale settore?

M: Direi di sì. Si è passati, con tutti i limiti che poteva avere la Riforma Sanitaria della fine degli anni ’70, da una idea di sanità che conteneva anche concetti di valutazione dei bisogni, programmazione e controllo sociale, a una condizione di erogazione di prestazioni che per avere dignità di esistere, deve trasformarsi in profitto. Senza dubbio un ruolo chiave è stato giocato dalla Regione Lombardia dove lo sfascio di tutto ciò che rappresentava cura senza ritorno economico è stato più marcato. Le politiche della destra, iniziate con Formigoni e proseguite dai suoi successori, sono state caratterizzate dall’accreditamento selvaggio di gran parte delle strutture private e dalla costruzione di un sistema di potere completamente lottizzato dalle forze che hanno governato la Regione negli ultimi 40 anni.

Ovviamente la medicina territoriale e tutti gli altri servizi con una valenza sociale sono stati o depotenziati o ne è stata proposta la sostituzione con gestori di assistenza privata (spesso contigui politicamente con i vertici regionali). Senza dubbio privatizzazione, aziendalizzazione ma anche la creazione di un sistema di potere e di affari colluso a vari livelli, come si è verificato in Lombardia, sono alla base del disastro che la pandemia ha reso solo più evidente.

SB: Come possiamo descrivere la gestione governativa nazionale e regionale in ambito sanitario?

M: In realtà il grosso della gestione è avvenuto a livello regionale, visto che la sanità rappresenta una competenza delle regioni per cui la sanità rappresenta la voce di bilancio più corposa e attorno a cui ruotano tantissimi soldi. A livello nazionale la gestione si è limitata all’aspetto normativo sulle restrizioni attuando una politica che utilizza le catastrofi naturali per aumentare le attività di controllo sociale. Il conflitto che si è generato con le regioni deriva dal fatto che, a fronte dell’esistenza di diversi sistemi sanitari regionali e non di un sistema sanitario nazionale, i veri interessi nella gestione di questi sistemi (prevalentemente economici e clientelari) sono localizzati a livello regionale

SB: Ci puoi descrivere la situazione delle persone migranti di fronte a questa pandemia e come riuscite a gestire ciò?

M: Ovviamente coprifuoco e restrizioni hanno rappresentato una minaccia per le persone migranti senza permesso di soggiorno perchè un controllo poneva il rischio non di una multa ma dell’espulsione. Pertanto nella prima fase questa parte della popolazione era più timorosa ad accedere ai servizi di cura. Un caso di un nostro paziente in coda davanti a una farmacia e incappato in un controllo con successivo decreto di espulsione, ha richiesto un supplemento di lavoro con relazione clinica che un avvocato è riuscito a utilizzare per fare dichiarare inammissibile il provvedimento dal tribunale. Durante la seconda ondata, invece, i controlli sono risultati un po’ più blandi per tutte le persone migranti e l’accesso alle cure ambulatoriali è stato un po’ meno problematico anche per questa parte di popolazione.

SB: Che tipo di problematiche vi sono state con i vaccini e perché si continua con questo terrorismo giornalistico su determinate aziende farmaceutiche?

M: Per quanto riguarda la campagna vaccinale ci sono due ordini di problemi: a) la mancanza di vaccini e b) l’impossibilità di praticare una adeguata campagna vaccinale (questa è la mia esperienza in Lombardia) vista l’assenza di una adeguata rete di medicina territoriale. Per quanto concerne la carenza di vaccini che è inversamente proporzionale alla ricchezza di ciascun paese, la spiegazione è, anche in questo caso, legata al fatto che l’obiettivo di chi produce i vaccini non è la più ampia e rapida distribuzione ma quello di fare il maggior profitto possibile. In questo senso la guerra commerciale in atto spiega anche un atteggiamento di “terrorismo giornalistico”. A mio avviso la vaccinazione deve essere considerata uno strumento di protezione collettiva dalla pandemia e, pertanto, dovrebbe essere disponibile per tutte le persone. In una situazione in cui il problema della mancanza dei vaccini è legata a logiche di profitto e interi territori sono sprovvisti e/o carenti di vaccini, a mio avviso è quanto meno superfluo accanirsi contro una minoranza esigua del personale sanitario che non vuole vaccinarsi.

SB: Qual è il parere del personale sanitario-ospedaliero sui vaccini?

M: Per la maggior parte del personale sanitario-ospedaliero, i vaccini contro il COVID-19 sono strumenti utili e vitali e, quindi, vi è stata un’alta partecipazione al piano vaccinale. Un’esigua minoranza ha rifiutato il vaccino. Aprendo una piccola parentesi, io penso che il problema di questa minoranza possa essere poco rilevante se essa non si vaccina ma utilizza correttamente i DPI e si comporta in modo professionalmente ineccepibile. Personalmente preferirei un atteggiamento di persuasione motivata piuttosto che un obbligo vaccinale sanzionatorio.

SB: Quali sono le tue conclusioni alla luce di tutte queste problematiche aziendali e burocratiche e del bisogno delle persone per accedere a tutta una serie di cure?

M: Ritengo che la pandemia abbia accentuato e reso più evidenti problematiche preesistenti. In particolare, lo sfascio della medicina territoriale lascia l’ospedale come primo e, a volte, unico referente della persona bisognosa di cure. Questo ha significato che durante la pandemia, l’accesso senza filtro in Pronto Soccorso abbia rappresentato un fattore rilevante di contagio. Le lunghe attese per avere accertamenti diagnostici e i ticket onerosi da pagare (in alcuni casi comparabili al costo della prestazione stessa) sono alla base della scelta che ha spinto molte persone (che potevano permetterselo) a rivolgersi alla sanità privata o a rinunciare alle cure. La pandemia non ha modificato il costo elevato dei ticket ma ha moltiplicato i tempi di attesa accentuando questo tipo di scelte. Le mie conclusioni rispetto a tutti questi ragionamenti è che l’accesso alle cure essenziali dovrebbe essere universale, di qualità, rapido e gratuito. La mancanza di uno solo di questi requisiti significa che il sistema necessita di essere riformato.

Intervista a cura di Sofia Bolten e Sorat