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Parma. Sanità e non solo

Difficile solo pensare come cominciare una esposizione della situazione di Parma a livello Sanitario, non sarebbe completo se non aggiungessimo la situazione sociale della città.
Sbalorditiva è stata la velocità con cui il Governo abbia potuto bloccare una nazione. In poche ore abbiamo vissuto ciò che può essere ben compreso da coloro che hanno vissuto i tragici avvenimenti legati alla guerra. Tanto, tutto, subito. Il passaggio dalla epidemia alla pandemia è stato brevissimo. Il COVID 19 ha trovato terreno fertile nel nord Italia, dove troviamo una elevata industrializzazione, grossa concentrazione di persone, anche di una certa età e spostamenti per causa lavorativa e di studio.
E’ stato constatato che la velocità di contagio è elevatissima, quindi, inevitabilmente, il numero di pazienti nei pronto soccorsi hanno cominciato ad aumentare precipitosamente. In poco tempo l’ospedale ha dovuto adeguarsi alle richieste di aumento di posti letto, arrivando all’incirca intorno a 1000. La richiesta è stata avanzata anche nei reparti sub-intensivi e in quelli di terapia intensiva (dati pubblici). Numerose figure professionali si sono reinventate, a partire dallo shock iniziale: personale medico, infermieristico, OSS, tecnici, ostetriche, ausiliari, addetti alle pulizie, gli autisti. Si sono posti davanti, inoltre, altri problemi, come: gli accessi sempre più
numerosi, problemi di numero degli ausili sanitari per respirazione non invasiva necessaria per il paziente, posti di rianimazione e terapia intensiva sempre in aumento. Sono stati creati posti in qualsiasi luogo , basta che garantisse isolamento ed un percorso sporco – pulito. Sono state reperite tutte le informazioni necessarie per
operare in presenza di una minaccia virale, sono state fatte sintesi e prodotto linee guida mediche, infermieristiche, OSS che sono e saranno la base per una riflessione futura. Dalla disperazione iniziale, con la mancanza di DPI, apparecchiature medico-sanitarie, con personale sottodimensionato per le tante falciature di trent’anni di tagli alla Sanità Pubblica, siamo cresciuti in esperienza, consapevolezza, professionalità. La Sanita italiana ha fatto da esempio all’estero per il modo in cui ha saputo reagire dall’inizio dell’epidemia, e ciò grazie e soltanto per la serietà etica ed intellettuale del personale medico. Abbiamo tentato di arginare il problema soprattutto quando
la commissione scientifica ha indicato al governo la chiusura della nazione intera per emergenza sanitaria.
L’alternativa era la prospettiva dell’immunità di gruppo, ma questa presume che il contagio sia totale, contando altri numeri in termini di posti letto e morti.
Qui nascono due riflessioni: una di carattere sindacale ed un’altra di sensibilità libertaria.
Sul fronte sindacale si percepisce la consapevolezza tra i lavoratori che il Sistema Sanitario italiano non può essere considerato come terreno di tagli nelle manovre finanziarie dei governi di tutti i colori. La difficoltà iniziale è stata la mancanza numerica di personale e ausili personali, medici e posti letto. Si sono pagate le chiusure dei piccoli ospedali, del depotenziamento di ospedali considerati troppo periferici, la mancata elargizione di finanziamenti e la facilitazione di privati a discapito del pubblico. Soprattutto il considerare aziende gli ospedali italiani, quindi vari direttori generali che percepiscono stipendi principeschi, vari direttori di dipartimento e di reparto. Poi vengono gli infermieri, OSS, ausiliari, i meno pagati d’Europa, con passaggi di fascia ogni 6 o 8 anni.
Questa presa di coscienza porterà una stagione di lotta, dopo l’emergenza, dove chiederemo che la Sanità Pubblica sia oggetto di attenzione e investimento, aumento dei posti di lavoro per la ricerca medica, adeguamento salariale delle figure professionale infermieri, tecnici, OSS, ausiliari, agli standard tedeschi.
Riapertura di Ospedali dismessi e riattivazione degli ospedali depotenziati. L’altra questione, invece, verte sulla libertà individuale. Se da un lato l’isolamento in un contesto di emergenza sanitaria e la stretta sorveglianza sia condivisa, ciò di cui non siamo sicuri che questa tendenza al controllo non si radichi come routine per le forze dell’ordine. Non parlo dei militari, o l’intensificazione dei controlli delle autocertificazioni, ma di tutti quei sistemi tecnologici introdotti come ad esempio i droni,
o controlli a tappeto di cellulari tramite app. Nell’ultima stretta alla libertà individuale, ritocco all’ultimo decreto d’emergenza, Conte lascia difatti delegato alle regioni la possibilità di aumentare i controlli secondo le esigenze emergenziali. Non più di cinque giorni fa il presidente della Regione Emilia-Romagna, in accordo con quello lombardo e veneto, ha disposto a tutte le entrate ed uscite delle città di Piacenza, Parma ed altre, dispositivi di videosorveglianza per chi entra ed esce dalla città. Questo presuppone la spesa in migliaia di euro per l’installazione dei dispositivi e per l’allestimento di una centrale operativa. Non è chiaro se alla fine dell’emergenza sia automatica la disattivazione dei sistemi di controllo.
La libertà individuale potrebbe essere messa in discussione, sperando che l’emergenza sanitaria non sia una scusa per l’instaurare un iper-controllo delle singole persone.
Concludo in controtendenza al pessimismo; in qualsiasi modo usciremo da questo momento emergenziale, saremo tutti sicuramente diversi. Saranno diversi i rapporti. Abbiamo ricompreso il godere delle piccole cose, lo stare in famiglia, il silenzio delle nostre città. Da adesso dovremmo cominciare la rivoluzione culturale, come ci insegna Malatesta, dal caos nasce la rivoluzione, non di armi, ma armati di cultura da trasmettere. E’ il momento di essere decisi, creativi, sia a livello sindacale, sia sul piano anarchico. Necessita cominciare a creare le basi per un futuro di rivoluzione culturale.

Fabio Giovanni Malandra

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